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Parlare tanto e tornare a casa stanchissima: l’editing secondo Nadia Terranova

Quando è avvenuto il tuo primo incontro con l’editing? Come l’hai vissuto? Si è modificato nel tempo? Com’è stata la prima volta e com’è oggi?

Questa intervista accade in un momento molto particolare, perché in questo momento io sto lavorando all’editing del mio secondo romanzo “per adulti”, che non ha ancora un titolo e che uscirà a ottobre per Einaudi Stile Libero, come il primo, “Gli anni al contrario”, che è uscito a gennaio del 2015 nell’edizione originale e poi nei tascabili nel settembre 2016, senza modifiche. È interessante che questa intervista mi capiti adesso perché l’editing che sto facendo, sempre con la stessa editor, Rosella Postorino, mi sta richiamando alla mente il lavoro fatto sul primo libro ed è di quello che ti vorrei parlare (anche se inevitabilmente ci sono dei tratti comuni).

Dunque, la prima caratteristica della mia scrittura è l’essenzialità, che in qualche caso può diventare ellissi o eccessiva asciuttezza. Per questa ragione non credo di aver mai sentito Rosella pronunciare la frase “questo va tagliato”, le famose forbici dell’editor con me non sono mai apparse. Al contrario il suo lavoro è sempre mirato a farmi delle domande che facciano sorgere in me il desiderio di aggiungere, di dire di più, di spiegare meglio. Inizialmente ho dovuto vincere la paura di perdere poeticità, ma ogni volta alla fine mi dico che era una paura stupida, perché il libro non deve essere un rompicapo per il lettore e un conto è non spiegargli tutto e non trattarlo come un cretino, e un altro è richiedergli uno sforzo eccessivo, inutile.

Il lavoro di Rosella è magico, riesce a insinuarsi esattamente in quella via di mezzo: quando ci vediamo dopo la prima lettura lei è entrata perfettamente nel romanzo, nei grandi movimenti della trama e mi indica dove ha sentito che mancava qualcosa, o dove qualcosa era accaduto troppo in fretta. Io ascolto, ascolto, ascolto e prendo appunti, poi torno a casa, ci penso su, ci dormo su, e rimetto mano al testo. Non credo di essere mai stata traumatizzata dall’editing, si è sempre svolto in modo corroborante per la mia scrittura, forse giusto all’inizio, le primissime pagine degli “Anni al contrario” erano tutte segnate di rosso, ma non erano correzioni, erano punti interrogativi: io ero un’esordiente e lei voleva capire quanta consapevolezza avessi della lingua che usavo. Per questo motivo in quell’occasione, che era anche il nostro primo approccio, le ho risposto per iscritto, con un lungo file dettagliato in cui difendevo le mie scelte una a una, naturalmente quelle che non ero convinta di cambiare. Poi questo lavoro è stato fatto sempre a voce, che io ricordi: ormai la fiducia era arrivata, e il primo scoglio superato.

L’editor è uno sguardo “da dentro” su un pacco di pagine in cui sei completamente messo a nudo, che ha una sua forza e completezza ma che non è ancora un libro. Io mi sento sollevata quando finisco la mia prima stesura, ma so anche che allora comincia il lavoro, nulla è finito ma tutto è da iniziare. Per esempio nella prima versione degli “Anni al contrario” i personaggi femminili erano più imbozzoliti, non venivano fuori con lo stesso nitore di cui hanno goduto dopo. E poi è stata Rosella a suggerirmi di ampliare una scena in cui Mara, la bambina, vivesse una situazione autonoma, finalmente senza né padre né madre, durante la vacanza a Pantelleria, nell’ultima parte. Era di poche righe, è diventata di qualche pagina: l’ho ascoltata, e ho messo mano al testo a modo mio, come è giusto che sia.

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Che tipo di editing hai ricevuto: lavoro sulla trama? sulla struttura? sulla forma?Puoi farci degli esempi concreti?

Le indicazioni ricevute riguardavano sempre i personaggi e come ho già detto non erano mai imperative, ma sempre a forma di punto di domanda, lasciavano a me lo spazio della risposta. Io credo che un editor sia una persona che ti fa le domande giuste. “Come mai Giovanni non vive mai una scena madre, politicamente parlando? Sei sicura di non volerlo mai protagonista?” è stata una domanda chiave. Nel libro mancava, e manca, qualcosa che possa connotare il protagonista come un eroe politico. Me ne sono accorta proprio da questa domanda, e la risposta non è stata mettere una toppa ma fare di questa assenza la chiave del libro: Giovanni non è un eroe, ma un antieroe. Le sue sconfitte avvengono per sottrazione.

Se credi, quanto credi che l’editing cambi il potenziale del tuo romanzo e in generale della tua qualità di scrittura e della tua voce autoriale?

Lo stile non viene intaccato ma solo potenziato. “Gli anni al contrario” aveva una voce asciutta, al servizio della storia, e tale è rimasta. Al limite c’è stata qualche indicazione di ariosità qua e là che ha solo migliorato il testo: i famosi “puoi dire di più…” di cui parlavo prima. In questo nuovo romanzo la lingua è completamente diversa e ancora una volta non c’è una pressione di nessun tipo in quel senso, anzi: un grande ascolto e rispetto, e il lavoro viene fatto insieme per portare le scelte autoriali al massimo potenziale, anche se sono più poetiche e criptiche. L’editing può limare qualche sbavatura e mettere un semaforo rosso su qualche espressione frusta, quindi può far evitare qualche caduta, che sia benedetto! Mi viene da ridere quando leggo che secondo alcuni l’editing appiattirebbe: stiamo scherzando? Un editor lavora per farti portare da solo il tuo stile alle vette migliori che puoi raggiungere, mica riscrive per te.

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Come funziona il lavoro di editing su un tuo romanzo? C’è una prima fase in cui lavori da sola a una nuova versione? Il tuo editor quando entra in scena? Come vi organizzate praticamente?

Scrivo tutto da sola, poi consegno una prima versione e su quella lavoriamo. In qualche caso può essere utile un parziale per avere un riscontro, dipende da quanto ci si vuole sentire scoperti e di quanto si ha bisogno di uno sguardo esterno. Con “Gli anni al contrario” abbiamo lavorato da subito sull’intero libro, stavolta io qualche mese fa ho chiesto una lettura parziale perché serviva a me. Poi c’è un incontro in cui parliamo, parliamo molto. Si procede per grandi domande, per profilo dei personaggi, per scene madri e scene mancanti. Io prendo appunti e interagisco, è una conversazione molto proficua, tanto che la sera torno a casa stanchissima, più che se avessi scritto tutto il giorno. Ovviamente ricevo anche un dattiloscritto annotato, ma di solito sono piccole cose, le più importanti ce le siamo dette. Si va avanti così finché il risultato non è soddisfacente, quindi un paio di giri. Poi si procede con la lettura ad alta voce e le bozze.

Qual è e dov’è, per te che lo ricevi, il limite dell’editing?

Posso dire la verità? Non ce n’è nessuno. Nessun romanzo esiste senza che lo sguardo di un professionista ti costringa a guardare dentro alle tue scelte fino in fondo, per difenderle o modificarle. Alla fine il risultato è come quello del corpo dopo una notte d’amore: stanco, leggermente cambiato, attraversato nel profondo, ma soddisfatto e incredibilmente più tuo. Ti somiglia e ti piace più della sera prima, e nessuno ti vede diversa, solo impercettibilmente più completa.

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