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Quando siamo diventati americani? Intellettuali tra Italia-madre, America-amante e una Disneyland già conosciuta

di Marco Terracciano

Mario Soldati e l’Italia-madre

Nel 1929 un giovanissimo Mario Soldati (1906-1999) parte per gli Stati Uniti, in fuga dall’Italia fascista. L’occasione gli si presenta dopo aver conseguito la laurea in Storia dell’Arte, grazie a una borsa di studio alla Columbia University ottenuta per l’intercessione del suo relatore Lionello Venturi. Pronto a salpare a bordo del transatlantico Conte Biancamano (il momento dello sbarco sulle coste orientali degli States divenne, negli anni Venti e Trenta, un vero e proprio topos letterario), Soldati spera di lasciare per sempre il suo paese di origine e diventare un emigrato a titolo definitivo. Rientrerà in Italia nel 1931. I suoi resoconti americani saranno pubblicati sul giornale genovese «Il lavoro», poi raccolti nel 1935 nel volume America primo amore  per conto dell’editore Bemporad.
Mario Soldati è l’ideatore e il realizzatore del primo reportage enogastronomico della televisione italiana, Viaggio lungo la Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini, e già il titolo ci trasmette un po’ dello spirito ingessato e scolastico della RAI degli anni Cinquanta. Così appare sugli schermi un Soldati cinquantenne durante il suo viaggio alla scoperta della “salama da sugo” ferrarese: agitato, frenetico, istrionico:

È difficile associare l’immagine di quest’uomo un po’ macchietta allo scrittore che più di vent’anni prima scriveva queste parole tanto compassate:

Non capisce, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.
Chi non ha peccato contro la madre è destinato a peccare con la madre. Soltanto la grigia o l’azzurra distesa de’ flutti, l’acre sapore delle nebbie o il denso profumo dei palmeti, soltanto occhi impressi di approdi lontani ritrovano negli occhi della madre la purezza (Soldati, p. 26; corsivo mio).

La differenza di tono è evidente e ci mostra la diversa inclinazione stilistica dei due media che in quegli anni cominciavano a farsi la guerra: letteratura e televisione. Non solo. Quel reportage, quei toni e quei gesti frenetici testimoniano anche la reazione paradossalmente irrigidita a un sistema di comunicazione mai sperimentato prima, l’attitudine misurata ed impettita degli scrittori italiani del primo novecento contro un dinamismo e una velocità completamente nuovi.

Ma procediamo per gradi. Lontananza è il capitolo con cui si apre America primo amore, il ricordo sospeso della città simbolo dell’America di ieri e di oggi: New York.

In questo momento, mentre scrivo, New York esiste. Lontano, lontanissimo: non sembra possibile; ma esiste.
Il nostro passato, una cara persona morta, esistono soltanto quando ci pensiamo. E quale sia lo strazio di averli perduti, abbiamo almeno la certezza che perduti sono, e che nessuno sforzo ce li potrebbe ridare.
Ma un luogo amato e lontano è come una salma che dipenda da noi risuscitare, e che chieda continuamente di essere risuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma (Soldati, p. 23).

È abitudine di ogni viaggiatore specchiare il paese da cui si viene nel paese in cui si arriva. Negli anni Venti e Trenta del Novecento è attraverso questo schema che gli intellettuali italiani esplorano il nuovo mondo: Italia contro Stati Uniti, Europa contro America. Il saggista francese Dominque Fernandez parla della “Grande disputa”, quella tra chi sostiene il primato dei valori umanistici del vecchio continente e chi invece attribuisce nuova linfa e vitalità allo spirito americano (tra tutti Elio Vittorini e Cesare Pavese) e celebra la nascita di un “uomo nuovo”, meno paludato, meno ancorato alle strutture di senso passatiste della cultura italiana ed europea (Fernandez 1969). C’è, in entrambi i casi, un profondo senso di appartenenza territoriale: che la si abbandoni per sempre (o «credendo fosse per sempre»), che la si lasci temporaneamente per ritrovarla con maggior fiducia dopo il lungo viaggio, l’Italia è lì, è una presenza costante, è una madre che insegna come guardare il mondo.

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foto di giuseppe d’antonio

Emilio Cecchi e l’America-amante

Emilio Cecchi (1884-1966), elzevirista insignito del Premio Mussolini per la letteratura nel 1936 dalla Reale Accademia d’Italia (di cui sarà membro a partire dal 1940), nel 1930 ottiene la cattedra all’Università della California, a Berkley come visiting professor. Ne approfitta per esplorare il continente, ma la destinazione è un po’ diversa: Messico! E Messico è anche il titolo della raccolta di cronache pubblicata nel 1932 da Vallecchi.
Questo è quel che vede:

Del resto, appena fuori da El Paso, a Ciudad Juarez, ch’è la fermata di frontiera messicana, tutto diventava straordinariamente armonico e convincente. Già il Nuovo Messico serba assai poco di America. Ma qui sembrava d’aver fatto, in cinque minuti, un volo di secoli e di migliaia di miglia. Lungo il treno era una fila di venditori ambulanti, con canestri di frutta, tabacchi e frittelle. Non si creda andassi in solluchero vedendoli tanto stracciati. Quello che colpiva era la monumentalità degli atteggiamenti, il fuoco delle fisionomie. Altrettanta maestà è solo nei pastori dell’Agro Romano (Cecchi, p. 73).

I pastori dell’Agro Romano e gli straccioni di Ciudad Juarez: è l’esperienza del viaggio “confermativo”, quello per cui devi ritrovare casa tua oltreoceano, non esplorare una cultura e una sensibilità diverse. Una linea pienamente in sintonia con la logica della narrazione di regime:

Nel Messico si ritrova la semplicità latina […] le donne del popolo ricordano vedove e madri che, negli anni della guerra, si aggiravano nelle nostre campagne (Cecchi, p. 74).

Non che in Soldati sia tutto esplorazione, anzi. Martino Marazzi, a proposito di America primo amore, dice: «È un’opera che asseconda con astuzia quel complesso di superiorità tra l’aristocratico e il provinciale che rappresenta un comodo rifugio per intellettuali frettolosi e compiacenti» (Marazzi 1997, p. 47). Un po’ ingeneroso il giudizio, forse, ma il distacco supponente di quei viaggiatori è un aspetto evidente, seppur filtrato, nel caso di Soldati, da una sensibilità enorme ed estremamente sfaccettata, libera, se non altro, dalle tenaglie del nascente MinCulPop. Le figure dell’Italia-madre e dell’America-amante sono quelle che meglio rappresentano il loro immaginario, e le differenze stilistiche e tematiche tra i due stanno negli attributi che potremmo apporre alle due espressioni: se per Soldati quella con l’America è una relazione risentita e malinconica (a causa del fallimento del suo obiettivo di emigrazione), per Cecchi è passionale, folle, proibita:

L’impressione provavo, d’una natura veramente diversa, altra: ribelle a quei rapporti antropomorfici che misteriosamente pervadono e per così dire ammansiscono anche il nostro più selvatico paesaggio. Una natura vuota, disabitata, e non si poteva affacciarsi al limite delle sue forme, senza provare qualcosa come una vertigine, un arresto del cuore, lo sgomento d’una solitudine com’è nelle distanze fra le stelle. […] Non è allegro il Messico. Ma è meglio che allegro: è pieno di una furia profonda (Cecchi, p. 54).

Sullo sfondo, come un’ingombrante carta da parati, l’Italia e la sua natura ammansita, l’Italia collinare e pastorizia, l’Italia madre peccatrice.

Goffredo Parise: dov’è finita l’Italia?

Nel 1977 esce un piccolo tomo dal titolo New York edito dalle Edizioni del Ruzante, scritto da Goffredo Parise. Si tratta, anche in questo caso, di una raccolta di articoli commissionatigli dal «Corriere della Sera» nel 1976.
Non è il primo viaggio che Parise fa negli Stati Uniti. Nel 1961 il produttore cinematografico Dino De Laurentis vuole da lui un soggetto americano, così, insieme al regista Giovanni Polidoro, Parise parte per gli States. Di quel viaggio restano le lettere che quasi quotidianamente scrive a un suo amico di allora, Vittorio:

Caro Vittorio,
arrivati ieri sera in questa folle città; comincio subito la mia corrispondenza con te, a mo’ di diario, così non perdo tempo, idee e appunti. L’idea migliore è stata quella di venire in questo albergo che, come tutta la città ha l’aspetto babilonico di una tomba. […] (Parise, p. 69)

Non sorprende la spregiudicatezza con cui Parise demolisce duecento anni di storia americana: New York è una tomba babilonica. Scenari apocalittici erano stati dipinti dallo stesso Cecchi, in parte anche da Soldati, trenta anni prima. Quel che è interessante è la nettezza del giudizio, cosa che manca nei suoi predecessori, ancora troppo ubriachi di America per avere chiaro il quadro della situazione.
Nel ’77, in New York, è addirittura tassonomico quando tenta di descrivere ciò che più colpisce un «abitante delle “province” europee» quando mette piede in città: sei punti, uno dietro l’altro, in stile saggistico-divulgativo. Al punto due leggiamo:

L’American way of life è, e sarà sempre di più negli anni futuri, il modello di vita per una sempre maggior parte della popolazione occidentale, specialmente italiana (Parise, p. 13).

La coscienza critica postbellica, diffusasi tra gli intellettuali italiani ed europei grazie all’autorevolezza della scuola di Francoforte (la stessa di Pasolini, menzionato più volte da Parise), tematizza e formalizza il dissenso. Lo tematizza perché anche gli esploratori non restano più ammaliati dall’esotismo degli Stati Uniti e il dissenso diventa il tema portante dei resoconti di viaggio; lo formalizza perché la loro struttura acquista un respiro saggistico che è più adatto a mettere distanza tra sé e l’oggetto di analisi.
Parise lamenta la scomparsa dell’italianità a favore della massificazione valoriale del modello statunitense. È un presagio di morte, non di semplice scomparsa, è un messaggio di disperazione.
Ma gli anni Settanta sono rappresentativi anche per una questione generazionale.
Giorgio Vasta (classe 1970) e Paolo Cognetti (classe 1978), sono due scrittori che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con l’America e con i viaggi in America. La prospettiva è quella del nuovo millennio.

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foto di giuseppe d’antonio

Giorgio Vasta e Paolo Cognetti: come back home

AbsolutelyNothingè il titolo di uno strano libro pubblicato nel 2016 dall’editore Quodlibet nella collana Humboldt. Si tratta di una collana che ospita resoconti di viaggio non convenzionali e quello di Giorgio Vasta, tra tutti, è certamente il più insolito e interessante: una traversata nei deserti americani alla scoperta della dimensione linguistica e narrativa degli Stati Uniti. È un viaggio nell’immaginazione.
«Capitale dell’immaginazione» è l’espressione con cui Paolo Cognetti descrive New York nel primo capitolo di un libricino pubblicato da Laterza nel 2010. Titolo: New York è una finestra senza tende.
Due i passi significativi che analizzeremo per concludere il discorso.
Questo è Cognetti:

Avevo la sensazione che le storie che amavo, quelle che mi avevano portato fin lì, si stessero svolgendo davanti a me in quel momento, anzi che la città intera fosse fatta di materiale narrativo. […] E così, dal mio balcone, ho cominciato a pensare alla città in un modo nuovo. Ho pensato di poter prendere tutte le storie mai raccontate e di metterle insieme per formare un mondo, e ho pensato che se quel mondo avesse avuto una capitale, ecco, io c’ero finito in mezzo. […] Mi trovavo nella capitale dell’immaginazione (Cognetti, p. 6).

Questo Vasta:

Ogni frammento di territorio nordamericano ha una sua potenziale memorabilità: anzi, non potenziale: reale, attuata, perché ovunque è successo qualcosa, in ogni luogo minimo e negletto qualcuno è nato oppure è morto o ci è passato o c’è stato girato un film o un video, tutto lo spazio è connotato e significativo, suscettibile di essere narrato (Vasta, p. 64).

Sono libri tra loro diversissimi, scritti da due autori distanti per stile e idea di mondo (molto più di quanto lo fossero Cecchi e Soldati), ma accomunati da una condizione che è tipica della loro e delle successive generazioni: sono figli d’America. Avveratisi i presagi di Parise, nelle cronache di viaggio di due scrittori nati negli anni Settanta c’è la stessa, inequivocabile assenza: l’Italia è completamente scomparsa dal loro orizzonte di attesa. L’immaginario narrativo, che è quello che guida a grandi linee la produzione di scenari, di soluzioni formali e schemi di pensiero, è integralmente americano. L’Italia non solo non è mai nominata, ma è proprio dimenticata. Il libro di Vasta è un trionfo di citazioni di film, band, fumetti, è il resoconto di un nerd straordinariamente acuto; quello di Cognetti è sì meno incline a sodalizzare con la cultura mainstream (si ha quasi l’impressione, leggendolo, che abbia il timore di apparire poco “letterario”, così è pronta la lista dei vari Melville, Poe, Whitman, fino a Franzen e Safran Foer), ma che New York sia la capitale dove confluiscono tutte le trame, le storie e i personaggi del mondo è più che significativo.
È come se gli scrittori della generazione di Cecchi e Soldati fossero dei ragazzini che visitano Disneyland per la prima volta, conoscendo poco o nulla del mondo Disney, abituati come sono al verde sbiadito delle ville comunali. Gli altri, invece, i vari Vasta, Cognetti, sono ragazzini che visitano per la prima volta Disneyland, conoscendo però tutto e più di tutto del mondo Disney. E per loro è quasi un ritorno, o quantomeno un riconoscersi in quei simboli, in quelle maschere.
Cecchi e Soldati dedicano interi capitoli alla descrizione e all’analisi dei fenomeni culturali americani, tra cui il cinema; Vasta e Cognetti fanno emergere quell’immaginario dalle pieghe del loro discorso, come una cadenza, come un linguaggio acquisito nel corso della normale educazione di vita. Loro sono nati e cresciuti in America, l’Italia è la culla, l’America è la cameretta con i poster, la tv, le penne colorate.
La way of life di cui parlava Parise, negli anni Settanta ha ancora senso connotarla con l’aggettivo American; nel 2015 (anno di pubblicazione di un altro libro importante per capire la mutazione di paradigma, I destini generali di Guido Mazzoni) no. È la western way of life, il sistema di vita occidentale, ed è talmente americano nella sua dimensione ludica e narrativa che non c’è più ragione di sottolinearlo.

Bibliografia
Cecchi E., Messico, Milano, Adelphi, 1996.
Cognetti P., New York è una finestra senza tende, Roma, Laterza, 2010.
Fernandez D., Il mito dell’America negli intellettuali italiani. Dal 1930 al 1950, Roma, Sciascia editore, 1969.
Marazzi M., Little America. Gli Stati Uniti e gli scrittori italiani del Novecento, Milano, Marcos y Marcos, 1997.
Mazzoni G., I destini generali, Roma, Laterza, 2015.
Parise G., New York, Milano, Rizzoli, 2001.
Soldati M., America primo amore, Palermo, Sellerio, 2003.
Vasta G., Absolutely Nothing, Macerata, Quodlibet, 2016

foto di copertina di david sola

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