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Leggere la Shoah

di Alessandro Melia

Immaginate quattro bambini. Li chiameremo Guido, Lia, Tullio e Liliana. Vivono in città diverse, hanno situazioni familiari diverse, ma hanno quasi tutti la stessa età, intorno agli otto anni, l’età del gioco, delle prime amicizie, delle prime scoperte. È per questo che sono accomunati dagli stessi pensieri, dagli stessi gesti: c’è chi scherza con i compagni, chi ripete una lezione a voce alta, chi viene incoraggiato dalla madre ad andare a scuola, chi ascolta il padre dire che è ora di prepararsi a diventare grande. Assomigliano a milioni di bambini tutti uguali sotto tutti i cieli. Li avete immaginati? Bene. Adesso fate un ulteriore sforzo. Immaginateli con lo sguardo perplesso mentre scoprono, da un giorno all’altro, di non poter più entrare a scuola, di non poter più vedere i compagni, l’amichetto o l’amichetta con la quale hanno sempre giocato. Hanno otto anni, non capiscono il motivo, sentono solo crescere dentro un indefinito senso di colpa. Improvvisamente si ritrovano a essere bambini diversi, isolati. Riuscite a immaginare il loro timore? Bene. Adesso fate ancora uno sforzo, l’ultimo, e immaginateli mentre si divincolano, scappano, si nascondono, perdono peso; e poi immaginateli mentre vengono catturati e caricati come bestie su treni con vagoni piombati, con un secchio per i bisogni, un po’ di paglia per terra, niente luce, niente acqua. Forse vi sembrerà di immaginare una scena dell’orrore, ma l’orrore, quello vero, deve ancora arrivare. Perché Guido, Lia, Tullio e Liliana non appartengono all’immaginazione. Sono quattro bambini in carne e ossa: Guido Cava, Lia Levi, Tullio Foà e Liliana Segre. Italiani, ebrei, vittime della Shoah. Vittime che grazie all’aiuto insperato di chi si è opposto alla barbarie nazista, si sono salvate. Alle loro storie la Rai ha dedicato la docufiction Figli del destino, andata in onda mercoledì sera. Un modo diverso di raccontare un pezzo di quella storia, la vergogna delle leggi razziali.

Durante la Shoah – che in ebraico biblico può assumere diversi significati (rovina, desolazione, distruzione, tempesta, calamità) e che a partire dal 1940 è diventato il termine utilizzato per evocare la sorte degli ebrei in Europa dopo le conquiste del Reich e l’avvento delle politiche antisemite – i bambini che vennero uccisi furono circa un milione e mezzo. Come affermò Himmler durante i due discorsi di Posen, in Polonia, i bambini ebrei dovevano essere eliminati perché costituivano una minaccia futura contro il popolo tedesco. Come dimostrarono la retata in Francia dei 44 bambini d’Izieu il 6 aprile 1944, e poi quella in luglio degli asili di bambini ebrei della regione parigina che finirà con l’arresto di 250 di loro.

Usare i termini esatti quando si racconta la Storia dovrebbe essere un obbligo. Simone Weil sosteneva che “là dove vi è un grave errore di vocabolario, è difficile che non vi sia un grave errore di pensiero”. Per questo se si vuole leggere la Shoah bisogna partire dalle parole, come hanno fatto due storici, Tal Bruttman e Christophe Tarricone nel libro Le 100 parole della Shoah. I due fanno il punto sul vocabolario, ma anche sui protagonisti, i luoghi e le fonti. A volte ci sono parole che sentiamo di continuo, ma su cui non siamo certi del loro significato.
“Sonderkommando”, per esempio, titolo del libro di memorie di Shlomo Venezia. Le SS, a Auschwitz-Birkenau utilizzavano i prigionieri ebrei per i lavori connessi allo sterminio. Questi prigionieri dipendevano da un’unità chiamata Sonderkommando (Unità speciale).

“La parola stessa – si legge nel libro – è una dimostrazione della vacuità della lingua nazista: il termine generico, che non dice niente della realtà del compito a cui sono costretti i suoi membri”.

Oppure l’abbreviazione SS, che sta per Schutzstaffel, letteralmente squadrone di protezione,

“che intendeva essere l’élite non solo del Partito nazista, ma di tutta la nazione tedesca, un’avanguardia che operava per il trionfo”.

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Un’altra parola è “retata”. Come quella che avvenne nel Ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 e si concluse con il rastrellamento di 1024 persone, tra i quali oltre 200 bambini. Due giorni dopo diciotto vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina per il campo di Auschwitz. Tornarono soltanto in 16. Quella pagina di storia è raccontata con mirabile precisione da Giacomo Debenedetti nel libro 16 ottobre 1943. Sono pagine brucianti. Natalia Ginzburg, nella prefazione, scrive:

“Sembra che a parlare sia la stessa realtà. Le frasi si susseguono alte, nitide, disadorne, severe, e su ciascuna di esse grava il peso di una pietà immensa”.

Pubblicato per la prima volta nel dicembre del ’44 sulla rivista «Mercurio», 16 ottobre 1943 è considerato un classico della letteratura post-clandestina per il suo alto valore letterario e testimoniale. Eccone un assaggio:

“Di primo mattino, non appena un barlume di giorno, viscido e grigio come le loro case, comincia a far leva sui cornicioni, come un apriscatole, per incidervi uno spiraglio sui vicoli sottostanti, già li trovi tutti per via, questi ebrei, e berciano, e si chiamano a gran voce, e combinano, e litigano, e discutono, e intavolano trattative e negozi. Questi ebrei amano la vita: quella vita da cui la notte li ha esclusi, sentono il bisogno che irrompa in loro”.

La bambina più conosciuta di tutte, grazie al suo Diario, è Anne Frank. Fu scoperta, prelevata e deportata prima ad Auschwitz e poi nel campo di Bergen-Belsen. Sfuggì al gas, ma un mese prima della liberazione, all’età di quindici anni, morì di tifo. Su di lei vale la pena leggere il breve saggio di Cynthia Ozick Di chi è Anne Frank?, che mette in guardia dal giudicare “consolatorio” il Diario, o “un inno alla vita” come erroneamente viene definito. Non è neanche la storia di Anne Frank, perché nei cinquant’anni che sono passati dalla prima pubblicazione, scrive Ozick, è stata “censurata, resa infantile, americana, sentimentale, è stata falsificata, volgarizzata, spudoratamente e arrogantemente negata”. Anna Frank era

“nata per essere una scrittrice. A tredici anni percepiva già il suo potenziale; a quindici lo sapeva governare. È facile immaginare – se le fosse stato consentito di vivere – una lunga scia di romanzi e di saggi riversati dalla sua penna fluente e salda”.

Nel Diario, infatti, leggiamo che per lei scrivere era liberarsi di qualsiasi cosa, era un gesto che le sollevava il morale. Secondo Ozick arrivare al Diario senza aver letto prima La notte di Eli Wisel e I sommersi e i salvati di Primo Levi, “è permettere a se stessi di crogiolarsi in un’inverosimile e squallida innocenza”.
A questi libri mi permetto di aggiungere Piccola autobiografia di mio padre di Daniel Vogelmann, un libro prezioso, essenziale, capace di condensare in appena 34 pagine la più grande tragedia della storia dell’uomo. A parlare è il padre dell’autore, Shulim Vogelmann, sopravvissuto ad Auschwitz e unico italiano salvato da Oskar Schindler. Di lui veniamo a sapere appena dei frammenti, ma tanto bastano per farci vedere la sua vita: l’infanzia in Galizia, il viaggio in Palestina, l’arrivo a Firenze, il lavoro nella Tipografia Giuntina, il primo matrimonio; poi la deportazione, la liberazione, le difficoltà nel rifarsi una vita, fino alla morte.

Ad ogni modo, che si arrivi alla Shoah tramite i documentari, i film, i libri, le mostre, perché un racconto ci ha impressionato, o semplicemente perché qualcosa ha attirato la nostra curiosità, la cosa importante, la più importante di tutte, è che se ne continui a parlare, che non si smetta mai di raccontarla e di ricordarla, e di tramandarla alle nuove generazioni, che hanno il diritto di sapere di cosa è capace l’essere umano, e a loro volta il dovere di ricordarlo, affinché non si ripeta mai più. Qualche giorno fa, incontrando un gruppo di studenti, Liliana Segre ha detto di essere estremamente pessimista sulla Shoah:

“Tra qualche anno, quando sarà scomparso anche l’ultimo sopravvissuto, sarà prima ridotta a un capitolo, poi a una riga nei libri di storia, e poi non ci sarà più”.

Questo non deve mai accadere. Non dobbiamo permetterlo.

 

 

foto di copertina di giulia gasperini

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