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Non prenderla come una critica – “Sogni e favole” di Emanuele Trevi

di Luigi Loi

«Tutto è menzogna» afferma Metastasio nel sonetto che offre titolo e filo conduttore a Sogni e favole di Emanuele Trevi. Si può credergli o meno, nei secoli lo ha fatto la teologica, la logica, l’ontologia e la fisica, finché il problema dell’esistere (perlomeno dopo Pirandello) s’è così usurato da essere una delle tante categorie estetiche in cui siamo immersi: non ho particolari certezze d’esistere ma sono in buona compagnia.
Che cosa sono memoria e ricordo se non precipitati dell’esistere, i più persuasivi trompe-l’œil sulla condizione dell’essere e del durare? La risposta (seppur incerta) questo libro la trova nel passato dell’autore: in un vecchio cineclub romano negli anni Ottanta, Trevi conosce Arturo Patten, spettatore in lacrime di un film di Tarkovskij. Finzione o destino, Patten gli farà conoscere Amelia Rosselli e Cesare Garboli: sono loro, assieme a Metastasio, i nuclei narrativi di questa fuga centripeta, ineluttabile quanto sa esserlo una filastrocca, quella degli elefanti sopra il filo di una ragnatela: Patten, Rosselli, Garboli.

Cesare Garboli.
Nella prefazione de La stanza separata, Garboli scrive quest’indicazione:

si vede che quanto più la cultura vince, tanto più spreca elefanti. La cultura non può più essere “pratica, né “reale”. Bisogna, diceva Musil, tornare a riconciliarsi con l’irrealtà.

Se questo metodo era una cesura razionale tra vita e arte, in Sogni e favole il taglio è piuttosto un diaframma, tra l’altro già sperimentato da Trevi con Senza verso e Qualcosa di scritto: le passeggiate romane si sovrappongono a quelle della memoria in un gomitolo che non può, e forse non vuole farsi indumento di fiction narrativa: nel frammento garboliano il topos (già presente nella produzione di Trevi) è quello dell’apprendistato poetico, del duello con il maestro. Quanto più è asimmetrica la relazione di forza tra i due attori, più ricca sarà la crescita per il discepolo. Ricca e dolorosa, perché il topos ha un epilogo tragico, oltrepassare il maestro significa ucciderlo:

A sessant’anni, indebolito nel fisico com’era, aveva capito come mai prima di allora che non sarebbe riuscito a portare a termine tutte le cose che intendeva fare. Doveva scegliere, misurare e dosare le forze. Finire lavori che aveva iniziato, onorare certi impegni […] doveva buttare via della zavorra. O affidarla ad altri. Il libro sul sonetto di Metastasio, per esempio, era roba buona per me. Dovevo scriverlo io. Se avevo pazienza, me lo avrebbe spiegato (Sogni e favole, p. 177)

In questo passaggio di testimone possiamo intuire la proverbiale scaltrezza di Garboli e la natura di questa zavorra. Metastasio significa letteralmente trapassare, allontanarsi nel passato, passato prossimo e remoto poi. Ma dove è il passato? Direi da nessuna parte. Per questo motivo anche la memoria è inadeguata: non sa esistere come la realtà.

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Amelia Rosselli
La Rosselli ha abitato nel centro di Roma, a pochi passi da piazza Navona. La sua casa era molto modesta, fatta da un’unica stanza su cui affacciavano le porte del bagno e della cucina. Anche questo è un topos ricorrente nelle biografie artistiche: la casa del poeta così sarcasticamente in contrasto con la ricchezza della sua poesia. Un topos che il contemporaneo ha usurato in refrain, in luogo comune, tanto che anche la targa nella sua compostezza oggi suona frivola quanto un petegolezzo: «Qui visse gli ultimi vent’anni della sua vita Amelia Rosselli, poeta».
In Sogni e favole quando si avverte lo sgomento per un passato che non sa più esistere, lo si fa sempre da una prospettiva, da un particolare punto di vista: quello dell’artista, del futile santo laico. Di questi santi il poeta sembra però il più povero, doppiamente afflitto: nei mezzi economici e spirituali. Ecco come appare Amelia Rosselli:

Il vecchio cameriere – uno di quei romani vigili e sentenziosi di una volta – la indicò […] quella è una poetessa, un’anima in pena. […] Era stato soprattutto il suggerimento implicito di un legame di necessità a colpirmi: era come se il cameriere dicesse: quella è una poetessa e dunque un’anima in pena, non si può essere una cosa senza essere anche l’altra. Nella Poetessa, ancora più che nel poeta, l’identità dell’anima e della pena è così pura ed assoluta che per intuirla non resta che ricorrere a un paragone efficace, come quello della danzatrice e della danza (Sogni e favole, p. 82)

Il dio della poesia sembra fatto di una crudeltà inaudita, bizzoso quanto un bimbo: chi capita tra le sue mani rimpiange amaramente quelle significative della scienza e del pane. Ma impersonale su tutto passa il tempo, cosicché la distinzione tra homo faber e poeta (artista) è solo una delle tante piccolezze del secolo scorso:

Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un’attraente carriera mondana, ma una storia vissuta fino ai limiti dell’umano (Sogni e favole, p. 14)

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Arturo Patten
Tra le pagine di Sogni e favole quanto più la realtà si mostra tale, tanto più il dubbio di Metastasio si annida nei dettagli: troviamo la copertina del numero 56 di «Nuovi Argomenti», la poltrona di Cesare Garboli, la copertina dell’«Espresso», uno scorcio di Roma e tante altre fotografie, tutte in bianco e nero: è quindi inteso che il realismo nei libri, involontariamente, passa anche dall’economicità che gli editori impongono alle scelte di stampa.
Tuttavia, tralasciando questa meccanica editoriale, la realtà per Trevi sembra viva solo nell’epifania, e si realizza appunto come riconoscimento. Guarda caso Patten era un fotografo, specializzato nel ritratto. Cosa c’è di più reale e realistico di un viso? Lì si concretizza un individuo specifico, lo si riconosce tra tutti gli altri esseri umani. Ma attenzione: il ritratto ha un suo specifico tempo. Appena l’otturatore della macchina fotografica si è chiuso, quel viso è già cambiato.

Sta qui la forza radicale di questo libro (la copertina dice «romanzo», è una bugia). Qui l’agiatezza di una filosofia poetica che non si è fatta ancora sistema formale è ancora ricca di tutte quelle contraddizioni che la realtà e la verità espellono come immondizia.

 

immagini di jr korpa

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