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Non prenderla come una critica – Come ho inventato l’Italia di Fabrizio Corona

di Luigi Loi

Fabrizio Corona è nato da una sintesi tra Emilio Fede e Costantino Vitagliano: ci dice che il problema del mondo non è estetico, ma economico, altrimenti, nessuno vorrebbe essere ricco a tutti i costi. Corona incarna tutti gli stereotipi del berlusconismo. A guardarlo da Milano Due appare giovanile, spregiudicato, sicuro di sé. Veste bene, è atletico, ha le belle donne, è ricco, ha pure una certa abbronzatura culturale, cioè è figlio di un giornalista, usa correttamente i congiuntivi, non è “saputo” né scolastico. Insomma, ha lo stretto necessario per piacere a quell’Italia che la legittimazione culturale non l’ha mai avuta.

Invece, dal palco del Primo Maggio appare trash, arrivista, megalomane. È un cafone arricchito da una ricchezza sospetta, sfrutta le donne, è un vizioso, è un parvenu. Insomma, è trasversale, ma è un prodotto datato. Un rotocalco quando ormai le edicole chiudono. Un format televisivo in mezzo ai servizi di streaming in abbonamento, che fa l’effetto straniante di quella battuta di Valerio Lundini: a che ora va in onda Suburra? E si potrebbe finire così con l’ultimo libro di Corona. Se non fosse che Come ho inventato l’Italia è inquadrabile in una categoria merceologica molto precisa:

Il personaggio televisivo che scrive […] funziona innanzitutto perché non lascia mai solo il libro che ha scritto – la sua semplice presenza mediatica regala all’opera una rete di relazioni e implicazioni e connessioni (quelle che il testo, di per sé, non possiede): il racconto non deve contare sui propri soli mezzi per sedurre chi legge, perché chi legge è già interessato in partenza a tutto ciò che circonda il racconto. Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante (pag. 356)

Una pratica editoriale molto diffusa, come si nota sempre dalla bibliografia di Simonetti: La confessione, Enzo Ghinazzi (Pupo n.d.r.); Da qui non se ne va nessuno, Alba Parietti; Neanche con un Morso all’orecchio, Flavio Insinna; Non smettere di trasmettere, Claudio Baglioni. Si potrebbe continuare all’infinito. E non ci sarebbe nulla di male. Quando gli editori smetteranno di pubblicare i libri di Joyce Carol Oates sarà perché non avranno più i soldi delle vendite di Claudio Baglioni e di Giulia De Lellis. Ma stavolta non si chiuderà in sociologia: per considerarlo un prodotto estetico a tutti gli effetti andranno annotati pregi e difetti di questo libro.

Il Diavolo all’acqua pazza

I libri di Fabrizio Corona in genere hanno degli incipit molto accattivanti. Anche Come ho inventato l’Italia non delude:

Innanzitutto, io sono Dio. Tu che leggi, alza la testa dalla pagina. Vicino a te c’è una finestra? Che piano è, il terzo? Il quinto? Bene: se io mi buttassi di sotto non mi succederebbe nulla. Tu non farlo, tu sei mortale.

La trovata prima diverte, poi annoia perché allungata su tutta la durata dell’opera. Più che un gioco letterario sembra diventare un’ammissione psicopatologica. Ma tant’è, se c’è Dio c’è pure la sua negazione logica: il Diavolo, e Corona ne possiede tutte le insegne.

Quando mi lasciai con Belén più che Dio ero Satana. Fuori tutte le notti, svegli venti ore su ventiquattro. Io a scopare in auto, sui sedili posteriori, senza nessun divisore in plexiglass o in vetro […] un pomeriggio scopavo Jelena Ristic là dietro, Cannuccia si ferma a una stazione di servizio, fa il pieno. Non aveva una lira in tasca ma non si azzardava a interrompermi per chiedermi i soldi. Scende a pulire il parabrezza, con una lentezza esasperante, per darmi il tempo. La macchina vibrava e ballava.

Ho deciso di aggiornare la figura di Robin Hood: rubare ai ricchi, per dare a me stesso. In loro non vedevo più persone, ma cumuli di soldi ambulanti. Robin Bad. Entrare nel sistema dalla porta principale, moltiplicarmi come un virus, farlo marcire dall’interno. Dopotutto, mio padre aveva combattuto Berlusconi e ne era uscito a pezzi. Ho fatto calare su Milano le tenebre […] una puzza di amante, un sentore di scappatella, e già pregustavo il bonifico da qualche decina di migliaia di euro per il servizio che avrei venduto.

Volete sapere con che espressione mi sono fatto portare via durante quel mio primo arresto, il 13 marzo 2007? Ero gasato, come uno sceneggiatore che capisce come dare una svolta alla trama. Non ci credete? Aspettate, chiamo Nina. “Nina, di che umore ero quando mi hanno arrestato?”, “Gonfio come un uovo di Pasqua. Perché sei un criminale.” Con la sua erre moscia, criminale suona ancora più divertente.

Oltre al compiacimento tipico del repertorio di un rapper alla Gué Pequeno, al lettore rimane poco: non le Bentley, non le ambientazioni e nemmeno le Gucci. C’è soltanto tanta voglia di scandalizzare. Ma è un pio desiderio che evidentemente nasce da un fraintendimento, visto che oggi in libreria tutto è permesso (siamo molto lontani dai processi per oscenità a Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi). L’unico habitat dove non è ancora tutto permesso è la televisione col suo pubblico perbenista: il capolavoro di Corona è di aver convinto i telespettatori che egli esiste.

Un finto G

Come ho inventato l’Italia è tecnicamente una biografia romanzata. Esibisce il vissuto dell’autore come caso sensazionalistico. E in effetti assieme al vissuto di Corona c’è la cronaca, anche spicciola, di un certo demi-monde con i suoi nomi passati di moda. C’è il racconto dell’ascesa di Lele Mora nei primi anni Duemila, l’incontro con la modella Nina Moric, lo scandalo Vallettopoli nel 2007, il carcere, etc. etc.

Quella di Corona è una vita a suo modo eccezionale, ma un’occasione letteraria sprecata. Per esempio gli episodi carcerari non hanno la crudezza e la solidità di Edward Bunker, né la struggente carica erotica di Jean Genet. I racconti della prigionia di Corona sono soltanto un repertorio di bravate:

Riesco a farmi portare in carcere una Kodak usa e getta. Con un taglierino, scavo due buchi, piano A e piano B: uno nel fascicolo degli atti processuali, un altro nella suola delle mie Nike Air. Alla fine scelgo la seconda opzione: portarla in giro nel mio stesso corpo, sotto il naso delle guardie, mi dà un brivido di onnipotenza.

All’epoca in carcere si poteva ancora bere birra. E io la bevetti tutta la notte, fino a stordirmi. Mi sveglio più cattivo di prima. Cattivo significa con un progetto cattivo. Altrimenti non sei cattivo, sei coglione.

I muri delle celle sono riempiti con i calendari di quelle stesse vallette con cui io ho riempito le pagine delle riviste. La più gettonata è Ana Laura Ribas, ma vanno forte anche Francesca Lodo e Loredana Lecciso. Quando non ci si svaga con la masturbazione ci si svaga giocando a calcio sul cemento. Cinque contro cinque, le porte disegnate con la vernice sul muro.

Più che problematizzare l’esperienza carceraria, l’autore sembra impegnato nel consueto personal branding. Non c’è rovesciamento, né eversione, ma solo il punto di vista di un uomo bianco, borghese e benestante. Una tipologia umana già ampiamente fotografata, anche da Gué Pequeno, in rima, con l’antonomasia: un finto g come Corona

Le pentole

Anche il padre dell’autore, come quello di Gué Pequeno (sempre lui), era un giornalista. La comunanza lessicale e tematica col rapper milanese si presterebbe a una lettura psicoanalitica. Ma non divaghiamo, perché è proprio dai frammenti che Corona dedica al padre Vittorio che riusciamo a intuire una crepa nella corazza del personaggio:

Prendo quindicimila euro in contanti, la mia Bentley, carico un operatore e Gabriele Parpiglia, che al tempo lavorava come giornalista per Star+Tv, settimanale Mondadori di cui era appena diventato direttore mio padre, malato di cancro, gonfiato dal cortisone, calvo per la chemio. In quei giorni papà mi aveva chiamato a casa sua. “Come ti sembro?” Appoggiata sulla testa, aveva una massa di capelli corvini, troppo lucidi. “Ti sta bene, papà,” gli ho detto, e poi ho finto di allacciarmi la scarpa perché mi veniva da piangere, mi ripetevo quel nome che ora suonava come una beffa: “Vittorio… Vittorio”.

Come scritto da Simonetti «il ricordo commosso di uno o più genitori è una specifica costante di queste scritture alla ricerca disperata di genealogia e radici». Ma anche qui, più che radici, per Corona è una questione di esistere senza contesto, senza padri e senza debiti col passato, da vera divinità:

Così mi sono costruito un padre dalla schiena dritta, forte, moro, i ricci scolpiti, in giacca e cravatta. Distante, come tutto ciò che riusciamo ad ammirare. Si chiamava Vittorio, un nome che per me aveva il suono di una promessa.

Mi sono fabbricato una madre dalla frangia bionda e dagli occhi severi, di una tristezza antica, il naso greco, una madre che mi ama dolorosamente. Ma le ho dato un nome rassicurante: Gabriella. L’ho immaginata come una Madonna che salva suo figlio, un Cristo inchiodato alla croce del proprio narcisismo. Non ci credete? Ora la chiamo: “Pronto, mamma, da dove nasce il tuo attaccamento morboso nei miei confronti?” “Ma quando mai? Tu sei pazzo.”

I coperchi

Lo stile medio e composto, ma sincopato da frasi corte, spesso anche nominali, non salva un libro che alla lunga è banale per la sua immoralità così conformista. Questo nonostante la freschezza dialogica delle telefonate trascritte nel testo, veri e propri sipari in una narrazione costipata e fredda. Non turbano i continui dialoghi legati al denaro (“Quanto costa?”, “Cinquantamila“Che foto! Ma quanto vuoi?”, “Diecimila euro?” ‖ “Va bene, te le prendo ‖ Arrivato là, gli do 1500 euro per un’intervista scritta e per una video ‖ Estraggo la mazzetta dalla tasca interna della giacca, conto. “Questi sono diecimila,” dico ‖ “Quanto vuoi?”, “Cinquantamila”). Dialoghi monetari che esasperati e ripuliti dallo scenario meneghino sarebbero stati surreali, rabelaisiani. Si può prendere seriamente qualcuno che esclama «estraggo il portafoglio» come parlasse di una pistola? Evidentemente no. Il dolore esistenziale trasformato in spettacolo in questo libro non ha nulla di davvero originale. Corona sembra confermare un sospetto: ha già raggiunto il suo picco espressivo nel 2018, quando in tv disse a Giampiero Mughini «sei un pagliaccio, ti compro e ti metto nel giardino a scrivere libri».

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