fuori serie, visione
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La divertentissima parodia che non vedremo mai: “Utopia” di Gillian Flynn

Quando Utopia di Dennis Kelly fece la sua comparsa sugli schermi era il 2013. Era un tempo in cui Game of Thrones aveva già animato eserciti di fan che viaggiavano in Nord Europa solo per andare a visitare la barriera. Più indietro negli anni, nel 1979, Jean Francois Lyotard parlava di grands récits e petit récits, e non sapeva né poteva immaginare che la sua analisi della “condizione” postmoderna sarebbe stata applicata, in futuro, anche alle serie TV. Da me. 

Ecco, mi piace pensare che la fine di Game of Thrones abbia creato quel genere di spartiacque che Lyotard intercetta tra modernismo e postmodernismo, tra grandi narrazioni e grandi ideologie, e piccole narrazioni, destabilizzanti, parodiche, ripetitive e, tuttavia, fortemente innovative. Non è un giudizio di valore sulle serie pre e post GoT il mio (se ci fosse bisogno di specificarlo, sono un’amante della letteratura postmoderna), è solo una constatazione curiosa. 

Era il 2013, dicevo, e scegliere una serie da vedere era questione di poco, non c’era bisogno di ore di scrolling su Netflix, bastava che la persona giusta al momento giusto ti dicesse “Guarda questa!” e ti andava bene nove volte su dieci. Con Utopia fu così. Serie britannica fenomenale, arrivò all’improvviso in un panorama seriale completamente diverso da quello contemporaneo, si fissò nell’immaginario di noi fan come la serie di culto da cui non ci saremo mai più ripresi, e trovare altre persone che l’avessero vista significava, fino a pochi mesi fa, stabilire un’affinità elettiva. Nel 2014 la serie veniva troncata con una parvenza di finale, vagamente aperto, ma comunque funzionante, sulla promessa di un mondo che cambiava e che non avremmo visto sullo schermo. Qualche mese dopo la cancellazione, HBO annunciò l’intenzione di riportare la serie alla luce mettendola in mano a David Fincher e Gillian Flynn, appena reduce dal successo di Gone Girl, ma il progetto sfumò, per poi essere ripescato nel 2018 da Amazon Prime Video, che lo lascia in mano a Flynn. Ed è di questo progetto venuto alla luce nel novembre del 2020 che si parla qui. 

Oggi l’hanno vista in tanti, la serie originale, recuperandola, e se c’è un valore assoluto del reboot di Amazon che possiamo stabilire subito è di sicuro quello di aver fatto scoprire questa perla a chi ne ignorava l’esistenza.

Il reboot di una serie perfetta 

Perché rifare qualcosa di perfetto? Ce lo chiediamo sempre quando si tratta di reboot. La mia risposta è più o meno sempre una variazione sul tema della seguente affermazione: il reboot è una dichiarazione d’amore. La possibilità di prendere una storia e darle nuova forma, ricontestualizzarla, riscriverne le parti, o il tutto, mantenendo intatti gli elementi connotativi fondamentali, implica in primo luogo un grande amore per quella storia. Anche nei casi in cui la si stravolge – l’amore è talvolta distruttivo, e sempre rigenerativo. In questo caso, inoltre, c’è nel progetto di Amazon la promessa di un’espansione della storia oltre i confini di quella cancellazione. Una promessa che chissà se riusciremo a vedere mantenuta, date le dinamiche di produzione ballerine che spesso falciano serie validissime che però hanno la colpa di essere viste da pochi. 

Prima di decidere di scriverne, ho visto Utopia due volte. Di norma, la seconda visione di una serie aggiunge sempre qualcosa che alla prima innocente visione ci eravamo persi. In questo caso, però, non è così: questa serie è di sicuro un’ottima compagnia per un binge watching pomeridiano, ma a una seconda visione attenta saltano all’occhio certi pasticci di scrittura che forse, ho pensato con un vago senso di imbarazzo, avrei preferito non notare, restando nel tepore di un ricordo di intrattenimento gradevole. Si tratta di una serie coinvolgente e stimolante, che però ha il dramma di un potenziale parodico accennato che resta, imperdonabilmente, inespresso. 

Al centro della storia c’è un gruppo di fan di una graphic novel, Dystopia (il titolo del primo fumetto è una sorta di chiave di lettura dell’intera serie: la strada per l’utopia che passa dalla distopia) che sembra aver predetto al suo interno alcune delle catastrofi avvenute nel mondo. La cospirazione in cui questi fan credono si rivela reale. Il gruppo di novelli Goonies – Gillian Flynn ha affermato di essersi ispirata al film culto della mia generazione per questo gruppo di nerd – si ritrova a dover combattere contro questa mega organizzazione per “salvare l’umanità”. A complicare le cose arriva Jessica Hyde, la protagonista del fumetto che si rivela essere “vera”, che si unisce alla banda alla ricerca del padre, anche lui vittima del network. Intanto un virus misterioso ha cominciato a uccidere dei bambini, e la promessa di un vaccino diventa l’unica speranza di salvezza. 

L’utopia e l’utilitarismo (apparente) di Kevin Christie

Nella trasposizione della serie da Regno Unito a Stati Uniti bisognava fare i conti non solo con un tempo diverso ma anche con una dimensione istituzionale diversa, per cui tutto ciò che nella serie originale si muoveva nella dimensione della sanità pubblica, in questo reboot diventa privato. Nel cast compare quindi John Cusack nei panni del Dr. Kevin Christie, CEO di una potente azienda farmaceutica/biotech che, tra le altre cose, produce vaccini. Il personaggio di Cusack si presenta immediatamente come una sorta di visionario dalle istanze etiche assolute, mosso da un motore utilitarista in direzione del bene comune universale, che però sembra comunque piegato al solito, trito e ritrito mantenimento dell’individualismo capitalista. “What have you done today to earn your place in this crowded world?” (“Cosa hai fatto oggi per guadagnarti il tuo posto in questo mondo affollato?”), la domanda che Christie rivolge costantemente all’interno e all’esterno. Una domanda che sembra solo un innocente suggerimento del dilemma etico finale (nell’utilizzo dell’aggettivo “affollato” come descrittore del mondo) ma che in realtà suggerisce un sistema di valori performativi e produttivi intrinseco. Il posto nel mondo, che sia affollato o meno, va guadagnato secondo Christie, e infatti la sua comunità di bambini trafugati dai paesi più poveri è immortalata da un’affermazione: noi creiamo bambini “utili”. L’utilità è il perno della sua etica, e quindi anche il progetto segreto su cui si muove la cospirazione è volto a un obiettivo che sembra quello del bene comune. In realtà, la questione viene chiarita da Christie stesso in un’affermazione inesistente nella serie inglese (spoiler alert da qui alla fine del paragrafo per chi non ha visto nessuna delle due serie). Christie non vuole ridurre la popolazione mondiale per evitare le guerre e le pandemie, lo vuole fare perché un’aumento ulteriore della popolazione comporterebbe una necessaria redistribuzione delle risorse: “Finché siamo un miliardo di persone possiamo continuare a fare schifo, comportandoci come ci pare e piace” dice. La disumana selezione della specie diventa una scelta dettata dalla sottintesa necessità gattopardesca di preservare il proprio privilegio.

Toh! Si parla di una cospirazione.

C’è un saggio famosissimo di Richard Hofstadter che è quasi obbligatorio da leggere per chiunque studi storia politica statunitense o anche solo per i curiosi di studi americani: “Lo stile paranoico nella politica americana” (n.d.A. testo originale in inglese). Hofstadter scrive riferendosi al maccartismo, ma quello che in effetti fa è ricostruire le radici della paranoia e del complotto non solo come strumenti strategici della politica americana, ma come elementi culturalmente affondati nella coscienza collettiva stessa statunitense. L’idea è che la paura, la paranoia, e la sensazione di essere manovrati da qualcosa di “più grande” abbiano origine nel millenarismo religioso statunitense, da quegli ammonimenti apocalittici che erano la base dei primi testi mai prodotti in America, i primi testi che l’hanno fatta “l’America”: i sermoni dei puritani. Ciò che è in gioco, dice Hofstadter, è sempre la lotta tra il bene e il male assoluti, che è un po’ quello che vediamo in questa serie. Il nostro gruppo di fanboy del fumetto agisce senza mettere in dubbio le proprie azioni. Se nella serie inglese il gruppo si smontava quasi subito, qui sembra essere coeso e forte nell’andare dritto e avanti tutta (salvo poi lasciarsi gli amici morti a terra senza quasi battere ciglio. Verrebbe da chiedersi quale versione dei Goonies abbia visto Flynn!). 

Dennis Kelly, come lo ha definito la stessa Flynn, “is a world class world builder”, è un maestro del worldbuilding, e l’impresa di ristabilirne la grandezza, in un’altra epoca, in un altro contesto culturale (UK Vs USA) e in un altro eso-contesto seriale non deve essere sembrata una passeggiata neanche nel 2018 alla stessa Flynn. 

Questo decisamente prima che arrivasse il 2020, e il mondo si trovasse immerso in una pandemia.  

La pandemia e la questione del disclaimer

Ecco, se Utopia originale arrivava quasi in anticipo sui tempi all’epoca, il reboot di Amazon è sicuramente in ritardo, e poco avrebbero potuto fare una scrittura meno farraginosa e una caratterizzazione dei personaggi più profonda per compensare al primo problema serio: la pandemia. 

La serie arriva sullo schermo anticipata da un disclaimer, uno di quegli avvisi che di solito ci aspettiamo di vedere prima di una “storia vera”, ad ammonirci che no, non si tratta di una trasposizione del reale. Il disclaimer qui ci avvisa che i fatti narrati non hanno nulla a che fare con il COVID 19. Perché quest’anno sarebbe potuto essere la trama di un episodio lungo di Black Mirror, uno all’altezza di “Odio Universale”(S04E06), sicuramente fatto meglio di quello a cui stiamo assistendo dai nostri black mirrors, dagli schermi dei nostri device, che con i suoi ospedali al collasso, i morti, le case farmaceutiche nella gara a chi ha il vaccino più lungo, i morti (l’ho già detto?), i politici imbarazzanti e inattrezzati, ci intrattiene dallo scorso Gennaio. Se ci spostiamo un attimo dal fatto che l’essere umano si abitua e normalizza tutto, ci rendiamo conto che la portata originaria della serie si sgonfia alla luce di un presente di cui la gigantesca proporzione emergenziale risulta ancora, talvolta, inafferrabile. Pessimo tempismo imprevedibile, quello della serie di Flynn, che infatti ha provato a riconfigurare alcuni elementi negli ultimi sei mesi di lavorazione, probabilmente contribuendo a pasticciare una trama che nella serie inglese risultava impeccabile. 

L’elemento sconvolgente si è perso e un pericolo si annida, quello che il disclaimer serve davvero a tentare di contenere: che una serie in cui un virus viene diffuso da una casa farmaceutica per via di un megacomplotto a monte venga interpretata troppo alla lettera, in un’epoca di forte ambiguità nei confronti dell’autorevolezza della scienza e di un crescente clima cospirazionista come la nostra. La conta dei morti sale giorno dopo giorno, l’economia è in frantumi, nonostante l’ossessione collettiva di non volerne riconfigurare i confini, la salute mentale della maggioranza della popolazione mondiale dovrà fare i conti con un trauma collettivo che, senza voler essere apocalittici, si propagherà sulle generazioni future, e il panico e la rabbia sono il nutrimento della disinformazione che, per lo meno negli USA, ha viaggiato su binari altamente istituzionalizzati. Anche le intelligenze più solide e razionali spesso si ritrovano a rischio del dubbio innescato dalle stravaganti teorie del complotto (una fra tutte, quella del virus ideato da Bill Gates in modo che possa innestare con il vaccino un microchip nell’umanità e monitorare ogni movimento. Eh). Esiste inoltre una reale pressione politica per accelerare l’approvazione di un vaccino, saltando i consueti test di sicurezza contro il parere degli esperti, e c’è una diffidenza generale sul fatto che un tale vaccino possa essere considerato attendibile. I negazionisti liquidano la pandemia come una bufala, rifiutandosi di prendere le precauzioni più semplici e rendendo molto più difficile tenerla sotto controllo. Insomma, qualcuno potrebbe obiettare che forse era il caso di pensarci un attimo prima di rilasciare una storia che ha il potenziale di alimentare un falò collettivo. Il contesto è importante, il contesto è tutto, ma è anche vero che le storie dovrebbero servire a metterci un po’ a disagio, perché delle storie innocue non ce ne facciamo nulla. Se la guardiamo da un altro punto di vista, proprio per questo momento storico, Utopia è un’opportunità mancata.

E qui interviene il problema della scrittura. Perché se Utopia aveva un potenziale era quello di rendere parodica la serie originale, di riscriverla con i toni metanarrativi che solo una riscrittura può arrivare a spingere oltre i confini della semplice riflessione, diventando ulteriore portatrice di senso, di “luce” (concedetemi la nota poetica). Come ad esempio accade in Daybreak, serie di cui abbiamo parlato l’anno scorso su queste pagine e di cui spero, presto, di vedere la seconda stagione. Raccontiamola pure questa cospirazione, ma abbiamo il coraggio di spingerci oltre, senza necessariamente nasconderla e soffocarla dietro improbabili intrichi di trama, anzi mostrandone gli aspetti deliranti smontati e rimontati, depotenziando il complottismo inserendolo in una narrazione ironica. 

Come si fa? Non lo so. Ma una serie così di sicuro l’avrei riletta attentamente, alla seconda visione, molto più volentieri. 

2 Comments

  1. Mi è venuta voglia di recuperare la versione originale, non fosse altro che ho (quasi) recitato in un testo per il teatro di Dennis Kelly. P.s. Odio universale la ritengo la miglior puntata in assoluto di Black Mirror

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    • La migliore in assoluto non saprei, ma di sicuro figura in cima secondo me 🙂 La versione originale di Utopia spero la recuperino tutti davvero (tra l’altro è fresca fresca la notizia che questa qui di Amazon non arriverà neanche alla seconda stagione…)

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