La verità, vi prego – “Sputnik Sweetheart” di @Disintegrazioni

Ecco il racconto “Sputnik Sweetheart” di @Disintegrazioni che ha partecipato alla rubrica la verità, vi prego. Per leggere la mia lettera di valutazione clicca qui.

Passiamo la vita leggendo libri che ci spiegano come vivere la vita, che ci danno segnali, spinte e insegnamenti, ma alla fine le impronte sulla neve non le riconosciamo mai. A volte le scopriamo tardi, quando tutto è concluso; a volte le vediamo in altre stagioni, dopo che la neve si è sciolta, o quando altra neve è caduta e le ha coperte un fiocco alla volta. Ora che vorremmo seguirle, le nostre impronte non le sappiamo ritrovare; ora che le conosciamo, non sappiamo da che parte andare.
Siamo già in settembre. Io mi chiedo davvero come stia scorrendo il tempo, da che parte stia andando. Che sia autunno o primavera? Ho il dubbio che la vita stia procedendo al contrario, come in certi racconti di fantascienza nei quali, da un momento all’altro, per un effetto della fisica o per gli sconvolgenti meccanismi dell’universo, forze gigantesche si siano prima fermate e poi ribellate alla loro natura. Nessuno se ne è accorto, ma qualcosa è cambiato. E’ solo questione di tempo prima di scoprirci giovani più di quanto siamo invecchiati, piccoli più di quanto siamo cresciuti e buoni più di quanto siamo appena stati.
Passiamo la vita imparando che al termine dell’estate viene l’autunno e che la notte muore per far nascere il giorno. Ed esso nasce ai limiti della nostra capacità di vedere, né prima né dopo; da un bagliore appena oltre il buio si espande un chiarore infinito che permette di dire, a noi che lo aspettiamo: “E’ iniziato un nuovo giorno”.
Lo diciamo sperando di riconoscere, oggi, le impronte sulla neve che ci hanno condotti fino a ieri; le impronte che abbiamo seguito pur non avendole mai viste, per merito dell’intuito o della fortuna, e nella nuova alba osservare il nostro cammino fino a molto indietro nel tempo per capire il senso di ciò che è stato, i giorni belli e i meno belli, le parole dette e quelle taciute, i desideri realizzati e i sogni infranti.
Io ho visto il bagliore della mia alba nel tempo in cui un pomeriggio diventava sera e la sera si ritirava lasciando il posto alla notte, ma al termine della notte non è venuto il domani e nemmeno il giorno dopo; il domani è rimasto oggi prima di tornare a essere ieri, prima che la mia alba si allontanasse e si perdesse nelle speranze di un futuro che diventava sempre più passato.
Ora lo so cosa mi direte, che negli occhi di una ragazza non si può vedere il bagliore di un’alba, e non basta che una ragazza si trasferisca per arrestare forze grandi come il tempo; ma ditemi, voi che lo sapete, a cosa mi è servito aver visto al di là dell’oggi e del domani se quell’oggi e quel domani non sono arrivati? Come fa a esistere un bagliore senza la sua alba? Dov’è l’alba?
In un pomeriggio che diventava sera e si comprimeva fino a spegnersi nella notte, io ho visto il bagliore di quello che poteva essere e non è stato, e dopo la notte non è venuto il mattino, come si pensava, ma è tornata la sera, e da quel momento stiamo tornando indietro, verso il tempo che non accadrà perché è già accaduto.

*

Ci sono giorni in cui leggere o scrivere non mi basta, e da solo non ho voglia di fare niente.
E’ come se mi sentissi perduto in un luogo che non riesco a localizzare. Nessuno è a conoscenza di dove mi trovi. So che dovrei andare da qualche parte, ma non so verso quale direzione. Mi sento come se avessi perso qualcosa che prima non sapevo di avere: nelle abitudini della vita è tutto come prima, ma nelle profondità della vita ogni cosa è cambiata rispetto a prima.
Non mi sento solo, ma è come se soffrissi di strana solitudine. Il motivo è facile da spiegare: mi manca la ragazza che adesso è partita. Mi mancano le cose che vorrei fare con lei. Non mi manca andare dove l’ho conosciuta e non incontrarla, anche se è vero, sapete, che ci andavo soprattutto per lei. E’ molto di più. Mi manca andare ovunque e non incontrarla. Mi manca essere, senza di lei.
Un grande scrittore lo ha spiegato in modo sublime, una volta, in un libro che ho letto. Stare con lei mi dava la sensazione di essere stato promosso a un livello di esistenza superiore. Non è proprio così?
Scoprire il mondo grazie a se stessi è vivere a metà, è come non andare da nessuna parte. La vera bellezza del mondo si conosce attraverso un’altra persona, secondo le sue curiosità, secondo gli equilibri portati dai sentimenti. Il mondo si svela interamente quando si condividono gli interessi e le passioni. La misura del mondo non è il mondo, è la vicinanza di quella persona che stabilisce la misura del mondo.
Ma trovare quella persona è molto difficile. Magari basta uscire dalla porta per incontrare tutte le persone che vogliamo, ma come? E’ vero che attorno a noi camminano uomini e donne che ancora non conosciamo. Siamo circondati da impronte sulla neve che non riusciamo a seguire. Forse non le vediamo perché sono talmente numerose da sovrapporsi una sull’altra, e tutta la neve diventa una grande, unica impronta. Può darsi che sia così. Ma abbiamo paura di aprirci a ognuna di queste persone dicendo: io voglio conoscerti. Come si trovano le parole per dirlo? Avvicinarsi a una di loro e ammettere che è vero che non la conosci ancora, ma che in realtà, di lei, sai tutto quello che serve. Lo hai saputo dalla dolcezza del suo portamento, dal timbro della voce, dal suo modo si stringersi le spalle e di salutarti quando arriva. Da queste e da tante altre cose, piccole, forse, ma non tanto piccole.
Ma non va mai così. Ci accontentiamo di coltivare la speranza, senza preoccuparci di come e quando raccoglierla. Il più delle volte, avviene nei sogni. Non so quanto sia giusto, ma nei sogni possiamo dire quello che vogliamo, e le conseguenze delle nostre parole rappresentano tutto ciò che vogliamo far accadere.
Forse le persone, nella realtà, non si cercano. Semplicemente, vengono. Le puoi trovare in qualunque posto. Poi il tempo scorre e la vita cambia. Alcune se ne vanno, senza lasciare impronte; alcune restano, senza lasciare impronte; ma alcune, che restino o no, lasciano impronte, come un segno sulla pagina di un libro, e sono loro a cui pensi, quando non ci sono e ti mancano con tutto il cuore.

*

Mi capita spesso di sognarla, e in ognuno di questi incontri è come vedere una piccola alba. Non è facile confessare a una persona di averla sognata, in questi casi non si dice mai la verità. Quello che accade nei sogni è quasi impossibile da svelare.
Il motivo non è per nulla misterioso, lo sanno tutti: nei sogni possiamo vedere le nostre impronte sulla neve, e possiamo vederle nel momento in cui si formano per la prima volta. E’ nei sogni che si trova il nostro io più profondo, e nei sogni vive il nostro spirito più autentico. Tutto ciò che avviene nel sogno è più reale di quanto non accada quando siamo svegli. Lì non siamo limitati dalle nostre paure, e nella durata di un battito di ciglia possiamo arrivare alla fine di ogni sentiero ed essere veramente quello che siamo.
Alcune mattine, dopo averla sognata, guardo l’immagine ancora tiepida che è rimasta dentro me. E’ una visione dolcissima. A volte è lei che è tornata, mi dice che ha ripreso il suo appartamento e il suo lavoro di prima, e ascoltando le sue parole mi lascio immergere in un mare di tranquillità. Ora va tutto bene, non serve nient’altro. Dal tono della sua voce comprendo che abbiamo tanti giorni davanti, tutti da aspettare.
Però non riesco a sognarla ogni notte, anche se lo vorrei. O forse è meglio dire che non riesco sempre a ricordarla. Sono le mattine in cui mi sveglio e rimango sotto le coperte a pensare. A volte ricordo i sogni della notte che è appena finita, ma non ho memoria di lei. A poco a poco, durante la giornata, mi vengono in mente altre immagini, meno nitide ma più profonde, e il ricordo dolce, sereno, pur nella sua assenza, si trasforma. E mi ricordo che erano i suoi occhi il cielo infinito che mi ha dato le vertigini quando ho volato sopra il fiume, erano le sue labbra che ho toccato allungando la mano dentro a un riflesso così intenso da rendere invisibile il resto, ed erano i suoi capelli gli alberi alla luce della sera che ho attraversato per entrare nel bosco. Lei non può far parte dei miei sogni quando di lei sono fatti i sogni stessi, come un pennello può ammorbidire i colori e bagnare la tela di un quadro, ma non può superare la realtà ed entrare nel mondo di chi l’ha concepito.
Credo che sia molto sottile la differenza fra ricordare o meno i propri sogni. Forse nel cuore della notte avviene una battaglia durissima, che nessuno può vedere. Lottiamo contro i nostri sogni nella speranza di rievocarli nel mondo reale, dove è più difficile sopravvivere. Farsi accompagnare dai loro ricordi per la giornata intera, far finta che siano veri, e alla fine, quando torniamo a letto, appoggiarli sul cuscino e lasciare che finalmente seguano il loro corso.
E’ una mia sensazione, ma credo che la battaglia sia lunga e impegnativa, che non sempre riusciamo a farcela, e che a volte la differenza fra vincere e perdere sia talmente piccola da misurare solo un centimetro.

*

Oggi è uno di quei giorni che non so come far passare. Sono alla ricerca di un compagno di viaggio. Avrei voglia di andare a casa sua e parlarle dal divano mentre lei prepara una crostata, e dopo guardare insieme a lei un film aspettando che la crostata sia pronta. Vorrei uscire con lei, andare al cinema o a fare una passeggiata, visitare posti nuovi o rivedere quelli vecchi, che ora però vedrei insieme a lei. Vorrei parlare con lei di cose insignificanti, ma che troverebbero un senso nelle nostre voci perché saremmo io e lei a parlarne. Vorrei fare con lei qualcosa che da solo non farei mai e poi mai, non lo so, un gioco qualsiasi; tutti pensano che sia importante quello che si fa, invece non conta: fare qualcosa insieme a quella persona è l’unica cosa che conta. Ma soprattutto vorrei conoscerla meglio, è l’unica verità che non posso immaginare o sognare: scoprire com’è, non come vorrei che fosse.
Però lei non c’è e non posso fare nulla di tutto questo. Così, in mezzo ai pensieri, mi viene in mente di rivedere il duomo, dove ci siamo incontrati quella sera, lei e la sua bicicletta per mano. Ora il tempo è molto diverso: questo è un settembre che sa di primavera, ma di una primavera fresca, sottile, che finirà per portarci in inverno.
Seguo lo stesso percorso, arrivando davanti al duomo e fermandomi, poi, a guardare ogni vetrina. Osservo la gente che mi passa accanto. Sentivo il bisogno di tornare qui, di sentire il rumore dei miei passi sulla strada. C’è una libreria poco più avanti, un posto dove avrei voluto portarla un’infinità di volte, a cominciare da quell’autunno che doveva venire e che invece si è continuamente allontanato.
Entro nella libreria e inizio a cercare il libro che le ho prestato e che riassume il significato anche di questa storia. Lo cerco a lungo, a testa alta, passando per tutti i reparti. Ed eccolo, infine: La ragazza dello Sputnik.
La commessa è qui accanto, in un momento di tranquillità sistema i libri lasciati in disordine da certi clienti maleducati o molto impazienti di tornare a casa e dedicarsi all’ultimo acquisto. Si accorge di me, forse per la mia indecisione davanti al libro che in verità è ricordo e malinconia. Mi dice che è molto bello, mi consiglia di prenderlo, ma le sue parole si fermano poco prima del mio pensiero e rimangono sospese su una coltre di neve o nella nebbia, a un tanto così da me. Grazie, le dico, mentre osservo la ballerina sul ciglio della vertigine e i paracadutisti che scendono intorno a lei. Le faccio capire che ci sto pensando, ma in realtà voglio solo tenerlo fra le mani.
E’ un libro nuovo, perfetto, di carta ancora bianca e profumata. Mi domando chi lo abbia toccato prima di me, in questa libreria, forse qualcuno che cercava un romanzo da leggere o da regalare, a se stesso o alla persona amata o appena incontrata, alla persona da conquistare o da dimenticare. Forse sono io il primo, chissà, o forse no, forse un uomo o una donna lo hanno già valutato e riposto, ed è stata una scelta giusta o sbagliata. Pensiamo che i libri contengano emozioni e sentimenti, e che leggendoli riusciamo a viverli noi stessi, ma non è così. Le librerie e le biblioteche sono ben lontane da essere depositi di emozioni. I libri sono comburenti, come l’ossigeno, che serve per respirare o per bruciare una foresta da un milione di ettari, e ognuno ci trova quello di cui ha bisogno per far avvenire la sua reazione.
Lo apro e cerco in fretta la pagina numero 112: nessuna traccia di penna nera, nessuna impronta. Una pagina immacolata. Nessuno ha scritto una dedica su questo libro, non ancora; nessuno ha lasciato il suo ricordo o il suo nome, nessuno ha segnato una frase o disegnato una scintilla.
Ma una pagina pulita non mi interessa per nulla. Ecco la descrizione di questo libro, un peso di carta e parole stampate, senza nemmeno un po’ di energia. Dopo aver condiviso la mia copia con la persona più speciale di tutte, la sola che abbia voluto o sentito o amato leggerlo insieme a me, nel momento migliore o peggiore o nell’unico momento possibile, tutte le altre copie sono diventate inutili, abbandonate a se stesse in una desolazione senza confini, nelle vere rovine dei sentimenti.
Sfoglio le pagine e arrivo alla fine.
“Sogno. A volte mi sembra che sia l’unica cosa giusta da fare.”
Una frase che lascia in sospeso, utile per allontanare due concetti e ritardare le conclusioni, ma forse hai ragione anche questa volta, Haruki.
Sognare.
Forse è proprio vero.
Forse è l’unica cosa giusta da fare.

*

Chiudo gli occhi. La mia volontà si ritira come una marea e lascia i comandi al mio pensiero. Il piano di volo è la fotografia, impressa nei ricordi, della ragazza che ha lasciato il segno.
Basta poco per lasciare che tutto si allontani – nulla si trattiene – e in un istante entra anche lei in questo mondo. Lascia la realtà alla porta e si trascina dentro i colori, i profumi e le essenze di luoghi non ancora scoperti. Anche la luce cambia con la sua presenza, la riflette come uno specchio espandendo ovunque il contorno della sua forma.
Perché in mancanza dei pensieri forzati, inseguiti, quelli che non ti lasciano finché non ti liberi da una situazione, se allontani questi pensieri ci sono quelli che vengono senza essere cercati, che vengono e basta, stimolati dai legami che non vincolano due persone, ma le uniscono, ovunque siano, e lo fanno nel modo più bello possibile.
Il suo trucco è un velo di mascara, i capelli castani sono più lunghi di quanto io ricordi, e non diciamo niente perché non serve dire niente: ogni frase è già stata pronunciata.
Mi piaci da morire, non le dico, mi piaci nel corpo e nell’anima, e quella sera non volevo salutarti, non volevo che partissi né che il tempo scorresse, provavo il più semplice e naturale dei desideri che è quello di stare insieme a te.
E lo provo ancora, ma insisto a non dirglielo per un milione di volte o forse di più, non lo so, non si conta quando vuoi bene a una persona.
Poi sento chiamare il mio nome.

*

Mi volto, ed è veramente lei. Mi sembra impossibile, ma ora è qui, davanti a me, reale come questo libro che tengo in mano. Non è più un sogno.
“Hai visto?” mi fa, allargando le braccia per mostrarsi al completo di se stessa. “Te lo immaginavi che sarebbe successo davvero? Sono tornata! Ne ho passate di belle lì, ma alla fine mi sono decisa a tornare.”
“Perché non mi hai avvertito?”
“Come sarebbe? Non ci vediamo da chissà quanto tempo, non volevi altro che tornassi da te, e la prima frase che ti viene in mente è perché non ti ho avvertito?”
Ma non è arrabbiata, perché un sorriso le si forma sul viso – un sorriso che mi illumina come il bagliore di un’alba – e i suoi occhi si colorano di un blu più profondo e insieme si chiariscono di un azzurro più luminoso.
“Non ti ho chiamato perché da quando sono tornata sono sempre stata qui. Sapevo che saresti venuto, prima o poi, e sono rimasta qui ad aspettarti.”

*

Usciamo dalla libreria e camminiamo lungo il Corso. E’ venuta la sera. Il tempo scorre a modo suo, ma ora scorre. Ora dopo il bagliore viene l’alba, il pomeriggio segue il mattino e quando finisce la primavera comincia l’estate, tutti gli anni.
Ripenso a quella sera. Seguendo le impronte sulla neve risalgo i meandri dei ricordi fino alla sorgente dei miei sentimenti. Ci siamo noi due sotto una luna gigante che vaghiamo per le strade, sperando che il tempo non passi, chiedendoci quale sia il significato, il senso di dove andremo e dove resteremo, cosa faremo, perché siamo partiti o rimasti, e quanti centimetri abbiamo guadagnato o perso affinché tutto andasse com’è andato e ci trovassimo noi due in una notte di giugno.
Poi, quasi per caso, ci sfioriamo le mani. E’ solo un contatto, ma sfiorare la sua mano è come uscire dallo spazio, sentire e volere di essere una persona nuova e diversa. Il contatto è breve, ma lungo abbastanza da costruire, distruggere e provarne la mancanza.
Continuiamo a camminare, silenziosi nei nostri pensieri, aspettando un contatto e poi un altro, forse non più per caso, forse per costruire, distruggere e provarne subito la mancanza.
Ma la malinconia di ogni abbandono sta riempiendo il mio cuore più della gioia di ogni contatto e non voglio che sia così. Prendo la sua mano e la tengo nella mia, prima forte e stretta, poi più teneramente, per sentirla in tutta la sua dolcezza.
Mi avvicino, piano, fino a posare il mio viso sulla sua guancia, senza aprire le labbra, senza respirare, senza cercare nient’altro che la sua vicinanza. I nostri volti rimangono inclinati e immobili, mentre spariscono le persone, spariscono le case e gli alberi, sparisce la strada e restiamo solo noi, in questo luogo che ha perso anche il nome.
Ti prego, qualunque cosa, non farla. Non voglio di più. Rinuncio a tutto il resto pur di non svegliarmi, e se mi sveglio fammi ricordare il sogno, e se lo dimentico mi basta sentirmi felice come sono ora, senza sapere perché.

*

Nel momento del risveglio è come essere in mare aperto, con la scialuppa a due bracciate da te. Cerchi in ogni modo di avvicinarti, nuotando nelle acque, sfidando le onde che ti avvicinano e ti allontanano, con indifferenza, mentre tendi la mano e fai di tutto per aggrapparti alla salvezza. E per afferrarla a volte basta poco, è questione di un centimetro: un centimetro guadagnato o perso che significa vivere o morire, anche se in mezzo al mare sembra non avere importanza. Davanti ci sono forze contrarie ben più grandi delle tue, ma arrendersi non è possibile.
Certe mattine apri gli occhi e vedi la luce entrare dalla finestra. Tu non hai memoria, ma quella luce ti riscalda e sembra indicarti qualcosa. A volte ti dà la spinta per alzarti, illuminato dentro e fuori, a volte è una lama che ti trafigge e vorresti solo chiudere gli occhi e rimanere lì tutto il giorno, senza fare nulla.
La differenza, anche se non lo sai, è di un centimetro in mezzo al mare.

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