La verità, vi prego per Flavio Luca Bellan: Se metti tutto dentro si vede quello che hai lasciato fuori

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Flavio Luca Bellan e il primo capitolo del suo romanzo 
“Era il settantasette”
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Chi è  Flavio “Luca” Bellan: ha 46 anni e adora sua moglie, suo figlio, 
i suoi cani, l'alpinismo e i libri, non necessariamente sempre in 
quest'ordine. Questo è il primo capitolo di un'infanzia raccontata dal 
punto di vista del bambino, stile “La mia vita a quattro zampe”, e 
commentata dall'adulto, stile Groucho Marx, cioè coi baffi e gli occhiali, 
perché ho smesso di fumare.

 

Caro Flavio,

a me piace il fatto che tu voglia raccontare la storia come se stessi parlando proprio a me, come se stessimo seduti insieme per mezz’ora e tu in quella mezz’ora mi volessi mettere un braccio intorno alle spalle e dire: adesso ti racconto tutto. È una modalità narrativa che mi affascina e che però ha bisogno di trovare una misura, una consapevolezza e una funzione molto precise.

In uno spazio breve e introduttivo, come è lo spazio di un primo capitolo, tu vuoi creare una complicità raccontando due cose: l”attesa per il cambiamento e il cambiamento. Non puoi. I due “temi” che hai scelto sono troppo grossi, troppo importanti, e a tenerli entrambi fai confusione.
Bisogna che tu scelga: da dove comincia la storia? Da un bambino che aspetta di vivere una nuova vita o da un bambino che vive una nuova vita?

È importante che ti chiarisca anche per far funzionare meglio tutto il resto.
Il tuo incipit, per esempio, è interessante:

Era la primavera del settantasette e mio padre si preparava ad un nuovo tipo di viaggio che non capivo e che si chiamava trasferimento: faceva le valigie come quando partiva per un viaggio qualunque, solo che erano di più e ci stava dentro tutta la sua roba che non sarebbe tornata a casa dopo pochi giorni. Si trasferiva in montagna per fare il dottore, non era più uno studente e non era più un guardiano notturno e non beveva più dalla grande tazza verde il caffè della sera per tenere gli occhi aperti sui libri o per andare a lavorare di notte, adesso cambiava lavoro e lavorava da dottore e si trasferiva e da un po’ di tempo il caffè lo beveva al mattino col pane biscotto, come me, ed era bello fare colazione con lui che non faceva più la colazione al contrario, alla sera.

però dentro ci sono troppe cose e io non so bene a quale vuoi che presti attenzione: devo ricordarmi delle valigie, della grande tazza verde o del pane biscotto? Cosa rappresentano? Quale “tema” devono tenere aperto? Quale vuoi portare avanti?
I “dettagli” non sono elementi intercambiabili, non devono esserlo. Devono, invece, essere fondamentali per la storia che racconti e allora tu li devi scegliere con cura – e con un criterio di funzionalità.


Fino a che non sai quale sia l’oggetto importante per descrivere il padre del bambino, non saprai che cosa sia importante per mostrare l’infanzia di quel bambino, e allora ecco che ci metterai tutto dentro, e stringerai di più il braccio attorno alle mie spalle.
Così, poche righe più tardi, leggendo:

[…] il divano letto di papà restava a casa con noi e mi chiedevo dove avrebbe dormito, e anche la sua poltrona restava e mi chiedevo dove si sarebbe seduto col libro in mano a leggere con l’espressione tenebrosa che gli davano quelle sopracciglia folte e svolazzanti che avrei ritrovato un giorno nello specchio e la lampada accesa alle sue spalle e la tazza di the e il piattino coi biscotti posato sul tavolino accanto alla poltrona, tutte cose che restavano a casa con noi, tranne l’espressione tenebrosa.

io mi chiederò: forse ho sbagliato a tenere a mente il “pane biscotto”, perché qui c’è un “piattino con i biscotti”; allora il pane biscotto non era poi così importante?
E comincerò ad avere dubbi su quello che tu vuoi raccontarmi, su cosa vuoi davvero dirmi, e il tuo braccio sulle spalle si farà troppo pesante: comincerò a stancarmi.

Con il linguaggio, anche, ci vuole coerenza. Vuoi raccontare la storia dal punto di vista di un bambino. Ma (questo è un errore comune) per farlo costringi il bambino a parlare come in traduzione simultanea per un adulto:

[…] in quel palazzo enorme che si chiama ospedale e che era uguale a quello dove abitavo, solo enormemente più grande, con molte più stanze e con tutta la gente che viveva sempre sdraiata […]

“In quel palazzo enorme che si chiama ospedale” non è una frase da bambino. Un bambino di otto anni sa cosa è un ospedale. Se non lo sa, allora dice “palazzo enorme” ma non aggiunge “che si chiama ospedale”. Quell’aggiunta viene dalla tua voce adulta. Allora io mi chiedo: sei sicuro di voler lasciare appiccicata addosso al protagonista la voce da bambino?
Nella seconda parte la voce adulta prende il sopravvento e si dimentica completamente di dover essere “infantile”:

Rimanemmo isolati dal resto del pianeta per una decina di giorni, le statali erano tagliate dal gelo e il maltempo proseguì, impedendo anche agli elicotteri di portare rifornimenti; si dovette dar fondo alle scorte di patate che, per nostra fortuna, erano la produzione agricola per cui il paese era rinomato […]

[…] la morte bianca, che coglie gli incauti che s’illudono di scaldarsi con lo spirito del vino e dimenticano di metter legna in pancia alla stufa e si addormentano nella fine dolcissima di un sonno gelato[…]

Potrà forse sembrarti meno “accattivante” di quella del bambino, ma, a ben vedere, la voce adulta è quella di cui varrebbe la pena ti accorgessi, perché l’unica in grado di scendere in profondità di quello che vuoi raccontare:

[…] e mi chiedevo cosa mi aspettasse dietro questa o quella vetta, ignorando ancora la legge del mondo, che stabilisce che dietro una montagna non ci sia altro che un’altra montagna, fino alla fine delle terre, dove si incontra la morte, che credevi di esserti lasciato alle spalle e che ritrovi immobile che ti aspettava perché è la sola che sa da sempre che il cammino è un cerchio […]

Senza quella voce corri il rischio di scrivere d’impulso, affollare la vicenda, banalizzare, e lasciare fuori la parte importante. C’è una “parte importante” della storia che è sommersa da tutte le altre informazioni e tu devi rispondere alla domanda: qual è?

Un caro saluto,
Francesca de Lena

ERA IL SETTANTASETTE
Era la primavera del settantasette e mio padre si preparava ad un
nuovo tipo di viaggio che non capivo e che si chiamava
trasferimento: faceva le valigie come quando partiva per un
viaggio qualunque, solo che erano di più e ci stava dentro tutta
la sua roba che non sarebbe tornata a casa dopo pochi giorni.
Si trasferiva in montagna per fare il dottore, non era più uno
studente e non era più un guardiano notturno e non beveva più
dalla grande tazza verde il caffè della sera per tenere gli occhi
aperti sui libri o per andare a lavorare di notte, adesso cambiava
lavoro e lavorava da dottore e si trasferiva e da un po’ di tempo
il caffè lo beveva al mattino col pane biscotto, come me, ed era
bello fare colazione con lui che non faceva più la colazione al
contrario, alla sera.
Si trasferiva ma sarebbe tornato a prendermi per portare in
montagna anche me, quando? presto mi rispose, ma non capivo quanto
fosse esattamente presto, presto per me era tirarsi su le mutande
per tornare in classe dopo la pipì o finire il riso coi fagioli
prima che freddasse o correre a tavola prima che la nonna venisse
ad acchiapparmi infuriata o infilarmi nel letto dopo i cartoni
animati perché era tardi e i bambini vanno a dormire, su, presto!
a letto! ma presto quanto? presto, quando la scuola sarà finita,
oh, allora addio, mancava un secolo alla fine della scuola, altro
che presto!
Rita andava con lui più presto di me, partiva subito e si
trasferiva anche lei per fare l’infermiera, ma quello lo faceva
già prima, in quel palazzo enorme che si chiama ospedale e che era
uguale a quello dove abitavo, solo enormemente più grande, con
molte più stanze e con tutta la gente che viveva sempre sdraiata,
andava a fare l’infermiera in montagna perché un dottore in
montagna ha bisogno della sua infermiera per dividersi i compiti,
il dottore controlla il cuore, ascolta il respiro, cura il mal di
pancia e il mal di gola, che sono utili per non andare a scuola ma
fanno venire i dolori e la scelta e tutt’altro che facile, picchia
sul ginocchio col martello e con le dita sulla schiena e controlla
se sei capace a dire trentatré, e che ci vuole, ero capace anch’io
che facevo la seconda elementare figurarsi uno grande, e
l’infermiera fa le iniezioni e porta il cappellino, e questo la
rende molto meno simpatica del dottore, nonostante il cappellino
che la rende più graziosa di lui.
Dietro l’ospedale dove Rita lavorava c’era un grande spiazzo vuoto
dove la sera imparavo a guidare, mio padre mi chiedeva: vuoi
andare a guidare? ma certo che voglio, e scendevamo in rimessa,
che aveva una discesa ripida nella quale adoravo lanciarmi a
capofitto, più per il brivido di sentirmi dire: stai attento alle
macchine che escono! da mio padre che per la corsa in sé, e con la
centoventotto bianca andavamo fino allo spiazzo e papà mi prendeva
sulle ginocchia e mi lasciava il volante, si vede che negli
spiazzi vuoti i bambini potevano guidare, mentre i grandi
guidavano anche in strada e andavano dai benzinai e mettevano
cinquecento lire di super che non basta mai, come diceva mio
padre, e mettine di più, dicevo io, e già, bravo! e chi me li dà i
soldi, tu? Beh, qualcosa nel mio salvadanaio, quello a forma di
cassaforte, ci deve essere, magari arriviamo a seicento lire, ma
niente, papà non voleva mai i miei soldi e metteva cinquecento.
Per questo avevo deciso che una volta diventato grande gli avrei
dato cento, forse persino duecento lire per la super, e vedrai se
non bastano settecento di super!
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