interviste, narrarsi addosso
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Narrarsi addosso: “Camera Single” di Chiara Sfregola.

Narrarsi addosso: sguardi sul mondo dello storytelling made in Facebook, dell’autofiction targata Twitter, della promozione ai tempi della visibilità.

Chiacchiericcio social e letteratura

Facebook è quel luogo virtuale che negli ultimi anni ha assunto per me, come per tanti altri, un valore misto: è stato un ausilio prezioso alla mia capacità di socializzare (già influenzata dai mille spostamenti di città in città), un processo sperimentale di costruzione dell’identità pubblica e una piattaforma di microblogging, oltre che area di reclutamento e rassegna stampa mattutina. È, in definitiva, il luogo in cui ho scoperto il maggior numero di progetti: spettacoli, iniziative, librerie reali e virtuali, artisti e scrittori. Scrittrici, più spesso, per quanto mi riguarda.

Chiara Sfregola, che ha esordito l’anno scorso con il suo romanzo Camera Single per Leggereditore, è una di loro. E corrisponde a uno di quei percorsi che nascono sul web, in forma di (auto)narrazione e condivisione, arrivano all’editore e poi tornano al web, ai social, in forma di promozione (e, ancora, di condivisione).

Ciò che mi colpisce è che spesso, quando si tratta di autori “nati sul web”, i lettori conoscono già le vicende, o almeno le conoscono in parte, avendole vissute attraverso profili social e blog personali. Seguono autrici e autori come se fossero loro amici, intervengono nelle discussioni pubbliche, commentano fatti personali e, in qualche modo, entrano nella narrazione. Oltrepassano con facilità l’area del semplice chiacchiericcio sulle vite altrui per varcare la soglia di quello che è già racconto, fiction (letteratura?). Eppure non rinunciano alla forma romanzo, quando arriva, per fruirne e tornare a parlarne ancora sui social. L’ho fatto anche io, più di una volta, dato che ciclicamente qualcuno tra i miei contatti annuncia una pubblicazione.

Chiara Sfregola. Foto di Antonio Barrella.

Chiara Sfregola, foto di Antonio Barrella

Autofiction queer in Italia: tra pop e respiro

Il mio riferimento principale, quando si tratta di produzione letteraria, cinematografica o seriale di finzione, è l’America del Nord: gli Stati Uniti, l’onnipresente California, New York, l’immensa provincia tra le due coste, area privilegiata per un mare di literary fiction, e così via. Periodicamente, però, mi costringo a un occhio più curioso sugli autori contemporanei italiani. In particolare, quando ho incontrato il libro di Chiara Sfregola, cercavo qualcosa che parlasse in italiano e che narrasse del mondo LGBTQ+ dal suo interno, ma che non problematizzasse ogni tre parole (e in modo drammatico) le questioni di orientamento, ritraendo un rapporto conflittuale del protagonista con la famiglia, con la società, con il paesino d’origine. Allo stesso tempo, cercavo una voce che non si esaurisse nella rappresentazione stereotipata o bidimensionale riservata a molta della fiction prodotta in Italia intorno al tema dell’omosessualità (omosessualità, non queerness, concetto ben più ampio, ma raro da trovare in tale produzione).

Nel caso di Chiara, l’unica mia garanzia era ciò che avevo letto di suo tra Facebook e Lezpop, il sito di cultura pop-lesbica sul quale ha tenuto una rubrica in forma di blog per alcuni anni. Pop è un atteggiamento, uno sguardo sul mondo e sui fenomeni di massa, distaccato quanto basta per mantenersi critico, penetrante a sufficienza da permettere un certo godimento. E pop è lo sguardo di Chiara Sfregola: divertente, immediato, influenzato da prodotti come Sex & The City. Anzi, come lei stessa dice: in un certo senso «Camera single nasce come risposta a Sex & The City» o, forse ancora di più, alla serie HBO Girls. Una rubrica «scritta da un io narrante mai nominato, che naturalmente tutte le lettrici hanno identificato con me. Un gioco che i social enfatizzano e promuovono, fino ad arrivare alla vita inventata».

foto tre pezzo sfregola

Autonarrazione seriale: dalla brevità al romanzo di formazione

La possibilità di rilasciare nel mondo una figura narrante che corrisponda alla propria storia è sprigionata dal mezzo: così è possibile giocare con la propria identità, pubblica e privata, operando, come ha fatto l’autrice in questo caso, «una sorta di trasfigurazione della realtà. Questo perché le vicende della vita non seguono appuntamenti settimanali, e quindi ho sempre mescolato realtà e finzione, prendendo spunto dalle vicende mie e delle mie amiche e successivamente ho ridistribuito le disgrazie fra le protagoniste, obbedendo unicamente alle esigenze narrative di plot, di caratterizzazione e di ritmo veloce, quindi di brevità. Perché il web sopporta a fatica le lunghe narrazioni. Io scrivo al computer, ma la gente legge sul cellulare alla fermata del tram». Così, un personaggio reale viene inserito facilmente, da chi legge, in una narrazione fittizia.

Chiedo a Chiara come è passata dal format micro-narrativo della rubrica alla stesura del romanzo, e scopro che l’incontro con l’editore è arrivato per caso, mentre lei aveva in mente di scrivere tutt’altro genere di libro («da Einaudi Stile Libero, per intenderci», mi dice); editore che le propone di scrivere il romanzo di Camera Single in due mesi e con una lunghezza prestabilita. Decide di non fare una semplice raccolta degli articoli del blog, ma di trasformare l’esperienza della rubrica in romanzo di formazione «per non chiedere dei soldi per qualcosa che è già disponibile, gratis, online. Anche se i libri sono degli oggetti bellissimi».

E i social? Altro spazio di trasformazione che segue in parallelo l’andamento della scrittura. Se ai tempi del blog Chiara annunciava sempre sui suoi profili (pubblici) l’uscita di un nuovo post, da un certo momento in poi li ha usati per comunicare che sì, era sparita dal blog, ma stava preparando qualcosa di nuovo. «Se tu ti dai in pasto e poi sparisci di botto la gente vuole sapere». Un po’ come annunciare l’arrivo della seconda stagione di una serie.

E Chiara, che di mestiere fa proprio l’editor per le serie televisive (e anche dall’editing ha rubato i metodi da applicare alla scrittura, alla coerenza interna del suo romanzo e alla costruzione dei personaggi), mette in atto una “intelligence casereccia”, oltre che una consapevole strategia social: non li usa solo per promuovere le date del tour di presentazioni, ma per studiare il suo pubblico. Cosa piace ai suoi lettori? Cosa funziona con loro? Come rispondono a questa o a quella suggestione? Nonostante, aggiunge, i like siano solo «l’equivalente post moderno della famosa “paga in visibilità”».

Chiara è una delle prime autrici queer italiane che ho incontrato, uno schiaffo pop e militante che ancora compare sul mio feed. Perché anche dopo la pubblicazione l’autofiction continua, integrando l’elemento fotografico-biografico su instagram, o la documentazione dell’evento su Facebook. Rendendoci tutti, ancora, un po’ lettori, un po’ partecipanti.

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