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Scrivere è liberare ostaggi

di Emanuela Canepa

Qualche giorno fa Alfredo Palomba si chiedeva su questo blog: per quale motivo scriviamo? Una domanda che agli scrittori viene fatta di continuo, basta una veloce ricerca in rete per accertarsene.
Ho tentato una sintesi imperfetta della media delle risposte, e i punti fermi girano sempre intorno allo stesso concetto: scrivere ha il sapore della sortita disperata. Un monito che non vale solo per gli esordienti in cerca di editore. È una sentenza che pende anche sulla testa degli scrittori che hanno già un contratto firmato, o addirittura un rispettabile curriculum di pubblicazioni alle spalle. La litania è sempre quella: di questo mestiere non si campa. O hai un’occupazione regolare, Monday to Friday, e quindi accetti di riservare la scrittura al tempo libero, oppure sei costretto a impegnarti in tutta una serie di attività correlate – corsi, articoli, convegni – che sono cosa assai diversa dalla scrittura in sé, che magari non ti piacciono affatto, e che comunque sono aleatori, e quindi potrebbero non essere sufficienti a garantirti la sopravvivenza. La terza opzione, magari non dichiarata ma sempre leggibile tra le righe, è: rinunci a tutto e finisci alla mensa dei poveri. Conferisce un allure molto letterario, ma bisogna avere la tempra giusta, e non tutti la possiedono.
A volte capita che qualcuno rimpianga il passato, un’età aurea in cui tutti leggevano e in cui lo scrittore poteva aspirare a una vita dignitosa con il solo frutto del suo lavoro, anche se poi non sono certa che questa sia mai stata una condizione realmente effettiva e collocabile in un tempo specifico. Anni fa mi capitò sotto mano questa citazione di Flannery O’Connor, scritta intorno al ‘50:

se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, è meglio fare in modo di ereditare del denaro oppure sposare un agente di cambio.

[in “Nel territorio del diavolo, sul mistero di scrivere”, minimum fax]

E parlava degli Stati Uniti, un mercato con bacino di lettori potenziali cinque volte più grande del nostro.
In termini più generali, le parole cui si fa ricorso più spesso per descrivere l’ambito editoriale italiano fanno pensare alla Zattera della Medusa, la tela di Géricault esposta al Salone di Parigi del 1819, che rappresenta il naufragio dell’omonima fregata francese avvenuto qualche anno prima. O, per essere più precisi, una parte del naufragio, quello degli Ultimi. Gli ospiti paganti e gli ufficiali non ci sono, perché si salvarono sulle scialuppe che nella tela non si vedono. Il resto della ciurma invece, quasi centocinquanta persone, venne ammassata su una zattera di fortuna e spedita ad affrontare l’oceano. E infatti tornarono a casa in quindici.
Il panorama italiano secondo una certa vulgata si presenta così: pochi, celebrati scrittori in salvo sulle scialuppe, ma si contano a malapena sulla dita di una mano, e una massa informe di disperati che invoca Iddio alzando le braccia al cielo, e si contende una zattera che ha tutta l’aria di essere sul punto di colare a picco, specie in concomitanza con l’uscita annuale dei dati Istat sulla lettura.
Di recente ho sentito una giovane agente letteraria milanese dire: se i libri seri – dove per seri si fa riferimento non tanto, o comunque non solo, alla qualità intrinseca dei testi, ma all’intero processo di elaborazione editoriale – dovessero costare quello che davvero valgono, se il prezzo di copertina cioè fosse un indicatore efficace della fatica enorme che conduce un manoscritto dalla sua prima bozza fino alla versione finale, editata e corretta, il prezzo medio di una copia dovrebbe aggirarsi intorno ai duecento euro. È una provocazione, d’accordo, però rende bene l’idea di un percorso che costa una fatica enorme soprattutto in rapporto al compenso che se ne ricava. E ci riporta quindi alla domanda iniziale: perché lo facciamo?

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photo by christine roy on unsplash

Per quel che mi riguarda, stringendo all’osso, sento di poter dare due risposte: l’impulso alla chiarezza e la determinazione alla scoperta del Sé.
Per impulso alla chiarezza intendo la mia personale versione di quello che Palomba definisce un prurito nella testa, e che peraltro condivido in pieno. Un’esigenza, tra l’altro, che per anni ho creduto fosse solo mia, finché non ho scoperto che invece è diffusissima e citata fino all’inverosimile da scrittori a cui non sarò mai degna di baciare nemmeno i calzari. La stessa O’Connor, per esempio, che parlava del valore rivelatorio della scrittura in questi termini:

devo scrivere per scoprire cosa sto facendo. Un po’ come la vecchietta, non so mai bene cosa penso finché non lo dico. Dopodiché devo dirlo e ridirlo.

[in “Sola a presidiare la fortezza”, minimum fax]

Una sorta di drive freudiano – un po’ meno pulsionale e un po’ più cartesiano – che ti spinge a portare le cose dal buio alla luce, un desiderio aristotelico di infilare la mano nel magma e mettere ordine. Non è molto diverso dalla percezione graduale di qualsiasi altra istanza, comprese quelle legate alla sopravvivenza. La fame non si fa mai nera all’improvviso. Quando realizzi che ti manca qualcosa è già un po’ che il tuo metabolismo sta lavorando per fartelo capire. La pressione è proporzionale all’urgenza. A un certo punto ti rendi conto che devi mettere del cibo sotto i denti.
Per me scrivere segue la stessa parabola. Intuisco che c’è qualcosa che sta facendo pressione, e magari per un po’ mi posso permettere di ignorarlo. Poi si passa un certo confine e la tensione non è più censurabile. Devo farlo, e finché non butto giù qualcosa non ho la minima idea dell’aspetto che assumerà. Ma non c’è un prima e un dopo, un’idea compiuta che aspetta solo un medium qualsiasi – in questo caso la parola – per essere veicolata. La parola è molto più di un mattone, è il progetto architettonico dell’edificio, ed è solo quando comincio a formalizzarlo in termini di scrittura che l’idea prende forma. Parola e ramificazione sinaptica procedono affiancate.

Per determinazione alla scoperta del Sé invece mi riferisco a un processo che Giorgio Fontana ha definito molto efficacemente sistematica distruzione delle ragioni dell’Ego.
Sono il genere di persona che si presta volentieri all’esercizio dell’autodisciplina. Sono determinata, motivata, orientata al risultato. Rispetto le regole e le scadenze come un prussiano in trincea. Tutte qualità che nella vita aiutano, tranne in quelle situazioni in cui hai come obiettivo una vocazione artistica. In quel caso sono l’armageddon. Perché di norma funziona così: l’autocontrollo annichilisce la creatività. Nella migliore delle ipotesi le rende la vita molto dura.
Se sei questo tipo di scrittore, quasi certamente non ti spaventa il duro lavoro redazionale di editing e correzione bozze, e puoi trovarti perfettamente a tuo agio perfino in certe triangolazioni mail tra te, editor e correttore, in cui si discute per svariati paragrafi dell’opportunità di osare un punto e a capo.
Ma quando invece devi cominciare a scrivere qualcosa di nuovo, nel momento cioè in cui dovresti fare massimo appello alla tua creatività, allora tutto questa vocazione all’ordine diventa un gigantesco ostacolo, un giannizzero alto due metri che si frappone tra te e l’inconscio – l’unica vera sorgente di tutte le storie – e ti costringe a guardare dal buco della serratura invece di spalancare la porta e farti investire dal fuoco.
In condizioni normali, quando mi metto a scrivere sono quasi sempre costretta a mediare con un Super io prepotente che cerca di strapparmi la tastiera dalle mani. A volte, più che scrivere, sembra un negoziato per liberare degli ostaggi. Gli ostaggi sono le parole. Non faccio che chiedere al Giudice Interiore il permesso di continuare. Prometto che se mi lascia passare alla frase successiva mi impegnerò a rivedere, correggere, riformulare, alternare, cercare sinonimi, eliminare avverbi, sostituire, alleggerire, cancellare, e sono tutte attività a cui mi dedico appena possibile, per dare mostra di buona volontà, a volte perfino prima di passare alla frase successiva, rallentando il flusso fino quasi alla paralisi.
Poi, per carità, si arriva in fondo a un manoscritto anche così, specie se, come è appunto il mio caso, si è dotati di sufficiente autodisciplina. Resta il fatto che è una fatica enorme.
Solo che questo non è l’unico modo di scrivere. Ne sono certa perché in qualche rarissima occasione mi è capitato di riuscire a tuffarmi dall’alto senza che niente potesse fermarmi. Conosco la scrittura come voragine, ma non ci arrivo quasi mai. Però ogni volta che privilegio l’urgenza della voce alla forma mi sento più vicina al risultato. Avverto il potere della distruzione delle ragioni dell’Ego.

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photo by hrishikesh pathak on unsplash

Credo sia per questo che scrivo. Perché sono consapevole che tra me e la fonte delle parole c’è moltissima spazzatura. Cumuli di prescrizioni e divieti, di imbarazzo e vergogna di dire la mia. Una tendenza bieca alla censura, al desiderio di impressionare, oppure di ricorrere alla maschera che mi nasconde e moltiplica le false versioni di me. Ancora più in fondo, neanche troppo occultata, c’è la paura. Moltissima paura. Vero e proprio terrore di non essere giudicata all’altezza. Ed è incredibile la misura in cui a volte un congiuntivo ben piazzato può farmi sentire protetta. Però è una scorciatoia. Il congiuntivo è doveroso, sia chiaro, sono disposta alle barricate per difenderlo. Ma la verifica deve arrivare solo dopo che hai toccato la polpa della verità. Se il congiuntivo e i suoi derivati costituiscono la tua sola preoccupazione, allora è una strategia di evitamento. Piuttosto efficace, tra l’altro, ma di certo non mi porta più vicino al risultato.
Mentirei se dicessi che ho le idee chiare su come raggiungere un accesso permanente alla fonte, perché non è così. Di una cosa però sono certa, non ci sono alternative. Si può solo continuare. Scrivo perché voglio trovare la via.

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3 Comments

  1. Maria Cristina Benetti says

    Emerita esordiente, anzi, direi scrittrice improvvisata e un tantino dislessica – devo correggere due parole su cinque – scrivo perché a parole non riesco a spiegarmi agli altri come vorrei. Quando rivedo e correggo alla paranoia quello che ho scritto, non mi riconosco. Nel senso che non sapevo di avere tutte quelle parole dentro. Da sempre dico di non ricordare niente della mia infanzia ma quando scrivo i ricordi vengono a galla. Credo davvero che la scrittura, anche quella non edita, sia ricercare se stessi. Ho iniziato così, con un percorso di scrittura curativa. E ancora oggi scrivere mi fa sentire bene. Complimenti a te per come scrivi.

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  2. Emanuela Canepa says

    Sai che anche io non ricordo quasi niente della mia infanzia? E ‘scrittura curativa’ è un’espressione che mi piace moltissimo. Grazie.

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  3. Mi fai pensare una cosa. Di mille che potrei dirti ti cito questa: quando ho fatto un corso di mindfulness la mia creatività è morta. Certo, agli occhi dei (pochi) lettori forse la differenza non si notava, ma io non sono una mente così ordinata, alle ossessioni di un perfezionismo che si basa su paure mai disciolte, si affianca quella voragine di cui dici, e quando parte a dire la sua, se mollo la paura, le cose le dice bene. Meglio di come posso fare col controllo. E’ paradossale ma anche coerente: è davvero la nostra parte inconscia la sorgente, e quando scrivo in balia di forte “ispirazione” mi appassiono, mi diverto di più, faccio svelta e viene pure meglio. La mindfulness con cui cercai di addomesticare un’ansia ricorrente placò i tumulti, ma divenni risacca. Essere consapevoli dei propri pensieri ed emozioni vuol dire essere guardiani, poterle gestire, controllare. Io cominciavo a sentire qualcosa che nasceva, e stavo lì a guardare. Dio mio, prova a creare liberamente mentre qualcuno ti fissa. Perfino se sei tu stesso. Impossibile.

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