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Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba

Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda.
Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio e riscrivo una frase nuova invertendo protasi e apodosi, la leggo a mezza voce per sentire come mi suona, poi mi rendo conto che ho ripetuto troppo spesso una parola, correggo, leggo tre righe a caso e mi chiedo come abbia potuto scrivere una mostruosità simile, con tutti quegli aggettivi inutili, quei “che”, con avverbi in -mente che spuntano da tutte le parti.
«Ma scrivo davvero così?», penso.
Correggo ancora e alla fine ho prodotto mezza pagina, ho mal di testa, è passata un’ora o anche due, salvo il documento, spengo il pc, mi preparo un caffè, sono di cattivo umore. Scrivere un buon pezzo di narrativa è per me più o meno questo, una battaglia con le parole e una questione di principio: non è giusto darla vinta al linguaggio. Lo devi piegare al tuo volere. Sei tu che comandi, almeno in teoria.

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photo by anas alshanti on unsplash

E questa è la parte facile. Nel senso, le modalità con cui un lavoro può essere portato avanti saranno anche rognose ma sono modalità pratiche, dunque identificabili e descrivibili. Qui, invece, proviamo ad analizzare il perché, e tutto diventa più fumoso. Categorie di destinazione diverse darebbero con tutta probabilità una diversa risposta alla medesima questione. Parlo per la mia: la nutritissima schiera di venti-trentenni che, appena possibile, si ostina a mettersi a una scrivania – nel mio caso, da quando abito in una stanza di due metri per tre, su una poltroncina stinta e macchiata, col portatile sulle ginocchia – e investe tempo e risorse in una attività stressante quanto, per molti versi, inconcludente. “Inconcludente” in un senso molto materialistico: a ben guardare, lo scrittore inedito non ha alcuna motivazione pratica per saltare il fosso e diventare edito. Di sicuro, non i soldi. Sarà invece costretto, pressoché nel 100% dei casi, a lavorare proprio come la gente che ha hobby ‘normali’ e a considerare, appunto, la scrittura un hobby. Con la differenza che gli hobby, lettura compresa, si presuppone siano in una certa misura rilassanti, perfino rigeneranti, solo relativamente impegnativi, non bisognosi del tempo che lo scrivere, al contrario, pretende. Scrivere, o perlomeno scrivere in maniera decente, non rilassa. E non paga nemmeno o paga poco anche a livelli molto alti: ad esempio, a me piace molto un(o) (ex) scrittore che si chiama Matteo Galiazzo, il quale ha smesso di scrivere proprio perché non avrebbe potuto camparci. Ecco cosa dice sull’argomento:

“certe carriere sono sempre state complicate. Insomma, ci sono occupazioni che richiedono coraggio, o ottusità, o una situazione economica già risolta in partenza. Credo che a me sia mancato il coraggio, il che si è unito alla consapevolezza che vivere facendo lo scrittore avrebbe significato dover fare cose che alla fine sarebbero state peggio che lavorare: scrivere articoli, tenere corsi di scrittura, pompare le proprie opere senza riguardo per il ridicolo. Non ero adatto a una vita del genere: per sopravvivere serve anche una certa predisposizione ai rapporti umani, predisposizione la cui mancanza mi ha portato alla scrittura. Esistono carriere simili per qualunque hobby o passione: la pesca, il windsurf, fabbricare borse… Sono cose che facciamo con piacere, ma trasformarle in un mezzo di sussistenza è complicato e può non funzionare, o puoi trovarti a dover fare cose diverse da quelle che ti piacevano. […] Cioè, anche quando c’erano gli anticipi, e io ne ho presi abbastanza, quella dello scrittore non era una strada economicamente promettente: alla fine quando andava bene ci potevi vivere sei mesi, ma difficilmente gli editori ti pubblicano un libro ogni sei mesi per tutta la vita, per cui il resto dei soldi doveva uscire da qualche altra attività.”

E, aggiunge, «Ho rinunciato a già troppo tempo libero a causa della scrittura».
Per la cronaca, a cavallo dei due millenni Galiazzo veniva pubblicato da Einaudi, tra l’altro nel periodo in cui la cosiddetta “bolla degli esordienti” non era ancora scoppiata e negli autori inediti le case editrici erano, più o meno, pronte a investire soldi. Non è certo una novità, ma mai come in questo frangente storico mi pare che per un giovane scrittore la prospettiva di campare di romanzi sia di per sé una fiction comico-fantascientifica. E “gli editori” di cui parlava Galiazzo, per quanto Facebook dia la falsa impressione di aver accorciato le distanze perfino con loro, sono nella confusa testa del giovane scrittore un totem inarrivabile che abita sulla cima ventosa di un’altissima pila di manoscritti, il cui ultimo tassello sarà costituito proprio dal suo romanzo, che dunque sarà letto o anche solo sfogliato con scarsissima approssimazione statistica. Non solo i soldi, ma finanche “gli editori” – ossia una pubblicazione che non sia tipografia spacciata per editoria – costituiscono per il povero scrittore inedito un obiettivo troppo lontano perché sia la vera motivazione del suo procedere e non una chimera visibile a stento: “gli editori” sono spesso, per i manoscrittari meno avveduti, un ente semidivino privo della minima sensibilità, patologicamente distratto, suscettibile e influenzabile solo in negativo e, comunque, sempre girato dal lato sbagliato, sempre intento a farsi ammaliare da qualcun altro, le cui scrivanie, come scrive Francesca de Lena, sono “ingombre della spazzatura altrui invece che della propria virtù”.

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photo by lurm on unsplash

Tuttavia, il giovane autore si siede da qualche parte e lavora. Né riesco a pensare che si tratti della sola vanità, mi rifiuto di crederci nel modo più assoluto. Se non per la concreta possibilità di farne un mestiere, sarebbe però troppo squallido se a giustificazione di tutti i mal di testa, delle occhiaie pure d’estate, della quasi costante sensazione di aver fatto male o troppo poco o di non aver fatto per nulla – parliamo del senso di colpa del “Sono giorni che non scrivo un cazzo”? – adducessimo soltanto la volontà di essere ammirati dagli “altri”, in vita o, ancor peggio, dopo la morte. È davvero tutto qui? Tutta questa fatica solo per la volontà di essere applauditi o finanche nominati da una manciata di sconosciuti? O forse crede, il giovane, sprovveduto scrittore, di dover lasciare un segno nel mondo, una traccia concreta del suo passaggio? È per una causa tanto presuntuosa che immola aspettative e risorse? È un modo come un altro per attribuirsi un’identità ‘forte’, per richiamare a sé una tradizione di ‘colleghi’ autorevoli e venerandi? È forse per questo che i più naif aggiornano la pagina Facebook personale con la dicitura “Autore” tra parentesi dopo nome e cognome o il famigerato “Scrittore presso sé stesso” nella descrizione?
Potrebbe trattarsi di un insalubre miscuglio di tutte queste eventualità, diversificato e individuale; ma ripeto, mi rifiuto di credere che siamo ridotti a questo, che alla base del nostro impegno ci sia solo vanità. E, però, mi rifiuto pure di dare credito alle opinioni – sempre formato Facebook, ça va sans dire – di alcuni scrittori meno giovani e più o meno affermati i quali, ostentando serafica saggezza, ammoniscono i poveri manoscrittari perché non commettano la grave ingenuità di considerare il proprio lavoro “importante”, ridono dell’“urgenza” narrativa, ritengono (per finta) che scrivere sia un mestiere come un altro, una forma di artigianato come un altro, da considerarsi con distacco, quasi al modo schifato con cui gli aristocratici maneggiavano il denaro. Certo che si tratta anche di mestiere, certo che parliamo di artigianato, ma liquidare la componente emotiva e le sue tante sfumature come conferma d’inesperienza e preludio sicuro a un cattivo scritto mi pare, in realtà, la raggiunta sicumera di chi non si è interrogato abbastanza, nonostante tutto.

Sempre più confuso, ho deciso di interpellare l’innocenza e ho posto la questione a un mio allievo quattordicenne. Mi ha dato diverse risposte, tutte valide, tutte confondenti.
Scrivi per far sapere a tutti come stai.
Scrivi per sopravvivere nella tua mente.
Scrivi per abitudine, perché è come una droga, non ne puoi fare a meno.
Scrivi perché il libro ti dà cose che gli altri non ti danno.
Scrivi per vederci più chiaro nella confusione, per fare chiarezza almeno per un po’.
Scrivi perché sei solo.
Al giovane editore napoletano, invece, io ho risposto con l’abusato argomento dell’esigenza, declinato in salsa grottesca con l’esempio di un prurito che sento nella testa e che, una volta buttato giù il testo, non sento più, mi lascia in pace. E pure non sento di aver detto una sciocchezza, è davvero come se sentissi un prurito nella testa, un ronzio irritante che non mi consente di pensare ad altro se non a quanto voglio scrivere, finché non l’ho fatto. Mi rendo conto che sembra sciocco, con buona pace degli scrittori di cui sopra che la sanno tanto lunga, e di sicuro non è una motivazione. Però poi mi è venuta in mente anche un’altra ipotesi, che include e allo stesso tempo trascende questa cosa un po’ ridicola e un po’ troppo ridicolizzata della ‘necessità’. Credo si tratti della sensazione – per carità, a rigor di logica falsissima e superbissima ma, appunto, necessaria affinché la testardaggine l’abbia vinta, almeno in parte, sulle serie tv e su tutto il resto dell’intrattenimento easy – che manchi un punto di vista fondamentale, una peculiare narrazione della realtà alle tante narrazioni della realtà che ci hanno accompagnato come lettori: la nostra, esatto. Si tratta di un fastidio, da parte del giovane scrittore, una piccola ma costante insoddisfazione per come il mondo è stato raccontato finora e del bisogno conseguente, assurdo, di aggiungere anche il proprio tassello perché il racconto sia, se non completo, almeno più esauriente.
Allora, forti di questa arrogante convinzione, ci mettiamo comodi e proviamo a dare il contributo personale a una causa sconclusionata e, pure lei, a dir poco personale.

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  1. Pingback: Scrivere è liberare ostaggi | I LIBRI DEGLI ALTRI

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