gli editoriali, interviste
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Gli Editoriali. Roberto Galofaro (Newton Compton)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Roberto Galofaro è nato a Palermo nel 1979 e vive a Roma da quasi vent’anni. Dal 2004 lavora in Newton Compton. Fa parte del Bestiario della cantina, “gruppo di lettura anarchico” che si riunisce alla Libreria Assaggi, a San Lorenzo; di tanto in tanto intervista scrittrici e scrittori per www.altrianimali.it

Come hai iniziato e perché?
Ero uno studente di Lettere, destinato forse a una cattedra di Latino e Greco o di Italiano, ma senza alcuna particolare vocazione per l’insegnamento. Poi una collega mi parlò di un corso di formazione per lavorare nell’editoria. Mi iscrissi a quello dell’agenzia letteraria Herzog (Francesca Buratti ne organizza ancora). Scoprii un mondo del quale volevo fare parte. Iniziai uno stage presso una rivista che si occupava di audizioni per il teatro (e che mi spedì in giro per Roma su un’auto non mia ad affiggere manifesti davanti alle edicole): li salutai dopo una settimana e fui reindirizzato alla Newton Compton. A me, che al liceo avevo collezionato centinaia di Centopaginemillelire, sembrò una grandissima opportunità. E non dovevo neanche attaccare manifesti.

Come e quando sei arrivato alla Newton Compton?
La mia storia lavorativa è decisamente atipica. Tredici anni, un solo posto di lavoro. Nell’editoria di oggi, in cui sia dentro che fuori dai grandi gruppi dominano flessibilità e contratti atipici e retribuzioni in nero e finte partite iva che sono veri rapporti subordinati e pagamenti da sollecitare anche con le carte bollate, è forse un record.
Nel 2004, dopo lo stage, ho avuto un contratto a tempo determinato (ero entusiasta e non ero ancora laureato), poi l’indeterminato e anni dopo la promozione a caporedattore. Quando sono arrivato era un momento favorevole, perché alcuni colleghi stavano per andare in pensione e l’informatizzazione dei processi stava per subire la brusca accelerazione che tutti conosciamo. Quell’anno e il successivo furono molto istruttivi: non c’erano programmi per l’impaginazione (che era effettuata all’esterno) ma si davano indicazioni quasi riga per riga e si montavano le illustrazioni con forbici e colla prima di passare la bozza al service. Erano ancora tempi in cui le lastre per la stampa si realizzavano passando dalle pellicole… È stata davvero un’ottima palestra per allenare l’occhio e soprattutto imparare a vedere il libro come un tutto interconnesso.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Il lavoro di redazione è svolto per lo più all’esterno della casa editrice, ed è coordinato nella sua fase iniziale da una responsabile della programmazione (Antonella Pappalardo) e poi da me per quanto riguarda i rapporti con le tipografie e l’invio in stampa. Il mio ruolo è più spostato sulla produzione, quindi: mi occupo di approviggionamento carta, preparo le commesse per le tipografie e trasmetto le (rigidissime) tempistiche. Sul piano strettamente redazionale, revisiono i testi di copertinari e copertine, concordo con i redattori le specifiche di impaginazione e foliazione di ciascun volume, supervisiono le cianografiche degli interni e delle copertine prima della stampa.

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Lo spazio che le edizioni Newton Compton hanno nelle grandi catene librarie difficilmente lascia immaginare che in fondo è una casa editrice a conduzione familiare (che vede al vertice il fondatore, Vittorio Avanzini, con il figlio, Raffaello). Questo comporta da una parte una grande velocità di decisione e dall’altra la necessità che tutti si prestino in casi di emergenza a occuparsi di mansioni non abituali. Coltivando una necessaria versatilità e acquisendo competenze in più campi. Ho un aneddoto molto divertente in proposito: il giorno della morte di Karol Wojtyła, Giovanni Paolo II, ci precipitammo a ristampare tutti i saggi storici sul papato che avevamo in catalogo. Scoprimmo che erano inservibili gli impianti dell’indice dei nomi per un volume di più di seicento pagine: fummo tutti convocati, dall’ufficio stampa alla segretaria di direzione, per riscrivere e compilare con i riferimenti di pagina l’intero indice, cinque pagine per uno, per poter andare in stampa comunque entro l’indomani mattina. Fu una fatica bestiale, ma riuscimmo. A dirla tutta, io ero in ferie e fui maledetto da tutti per settimane.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Quattro giorni su cinque li passo a fare conti e a calcolare e aggiornare e correggere i calcoli dei consumi di carta. Questo aspetto materiale dei libri (che si misura in kg, per lo più), fa di Excel il mio più fedele alleato – mentre il mio peggior nemico è il software gestionale della casa editrice.
Di settimana in settimana, poi, comunico il piano di stampa alla tipografia, con tutti i dettagli necessari, dalle tirature alle specifiche di allestimento. Ovviamente questo accade anche per le copertine, per le quali passo ai grafici tutte le misure. Incluso il mio incubo peggiore: il dorso.

Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
La principale risorsa a cui attingo è l’esperienza di cinquant’anni di editoria di Vittorio Avanzini. Non c’è problema che si presenti – dall’insufficienza della carta al ritardo nella consegna di un prefatore – che non abbia già affrontato e che quindi non sappia come risolvere senza mai farsi prendere dal panico.
Consulto frequentemente i dizionari online, trovando utilissimi in particolare Treccani.it per l’italiano e wordreference.com per l’inglese.

Qual è il libro Newton Compton sul quale hai lavorato con più piacere?
In questi anni ce ne sono stati molti (su alcuni ho lavorato anche da editor, per esempio sui primi romanzi storici di Andrea Frediani), ma il più recente libro del quale sono davvero soddisfatto (anche se il mio apporto è stato minimo, in fin dei conti) è il fantasy di Sandro Ristori, Il regno del male. È un libro che ho davvero visto nascere, perché Sandro mi aveva messo a parte del suo cantiere di scrittura dalla scaletta fino alla prima stesura, prima di confrontarsi con il suo editor, Marco Di Marco. Un’esperienza di lettura cupa e travolgente, sorprendente, che consiglio non solo agli appassionati di Games of Thrones ma anche a tutti quelli che non hanno paura di confrontarsi con il nero dell’animo umano, a prescindere dal genere. Al di là dell’eventuale (e auspicato) seguito della saga, è un libro che vale molto e che spero resti a lungo in circolazione.

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foto di Loic Djim

Qual è il libro non Newton Compton sul quale avresti voluto lavorare?
L’ubicazione del bene di Giorgio Falco, Einaudi Stile Libero. Non ha scalato le classifiche (è un libro di racconti!) ma è una delle letture più belle e segnanti che abbia fatto negli ultimi anni. Trovo lo stile di Falco una continua scoperta, per la sua sapiente capacità di mettere in relazione l’uomo e lo spazio, il particolare e l’universale, di scovare la storia e i suoi processi magmatici nelle pieghe (come si usa dire) della minuta quotidianità. L’ecosistema narrato in L’ubicazione del bene è una periferia dell’umano desertificato, in cui il lavoro non è più un miraggio ma una condanna, quasi meccanica. Agghiacciante e chirurgico.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
Mi piace quando arrivano le copie staffetta dei libri, per il controllo qualità. In quel momento tutti i fogli che hanno circolato, tutte le bozze e le cianografiche, i pdf e le email, tutto l’incorporeo è finalmente diventato un oggetto tridimensionale di carta e cartone. E tutta l’ansia, i dubbi, l’incertezza (soprattutto quella sulla misura del dorso) si dissolvono. O si rimandano, sarebbe più giusto dire, al giudizio del lettore.

Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
So che è impopolare, perché sono il momento più redditizio (almeno in potenza), ma mi annoia preparare le ristampe. Il libro è fatto e finito, si tratta solo di aggiornare un colophon o una bandella, correggere eventuali refusi segnalati, mandare in stampa interni e copertine. Una formalità, una noia necessaria.

Hai una norma redazionale che applichi a malincuore?
Non saprei come rispondere a questa domanda. Forse: mi dispiace che la Newton Compton non utilizzi i trattini (all’americana) per i dialoghi.

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
Una perversione diffusa che mi dà fastidio (all’orecchio prima che all’occhio) è l’uso improprio del “piuttosto che”. Però, da bravo studente di linguistica, so che esiste la concreta possibilità che quell’uso crei una nuova norma, e non me ne cruccio poi tanto.
Tutti gli errori si somigliano e ogni errore è infelice a suo modo. Ma non sono particolarmente benevolo nei confronti dei grammar nazi, quelli che saltano sulla sedia davanti a un errore, che inorridiscono davanti a un apostrofo di troppo o a una concordanza sbagliata come se fossero lampanti dimostrazioni di incompetenza linguistica. Perché spesso sono semplici typos, derivanti nel 99% dei casi dall’aver premuto un tasto per un altro o dal mancato riscontro delle correzioni inserite. Errori da distrazione, in sostanza, e non di ignoranza.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Senza dubbio l’attenzione. La psicologia del buon redattore (così come quella del buon caporedattore) confina con quella del pignolo e del pedante (intesi come eccessi patologici di ossessività), il tipo di essere umano che preferiresti non invitare al tuo compleanno. Si corre il rischio di risultare antipatici (o saccenti), insomma. E poi, secondo me ci vuole “occhio”, che è per metà talento e per metà esercizio.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Fare i libri di Riccardo Falcinelli, minimumfax. È un libro del 2011, che racconta le scelte grafiche di minimumfax dall’interno della fucina creativa di Falcinelli: un bell’esempio di come l’oggetto libro, nella sua materialità, sia comunque il frutto di un laborioso ragionamento teorico.

 

 

foto di apertura: Matt Briney 

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