la verità vi prego, metodo
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La verità vi prego: accorgersi degli altri personaggi

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Morena e l’incipit del suo romanzo.

[Chi è Morena: Morena Rossi, 45 anni, una laurea in filosofia e un lavoro da copywriter, un passato con quelli dello Zelig coi quali ha aperto anche un’agenzia di pubblicità e un’incursione di qualche anno a Radio24 dove ha scritto e condotto diversi programmi. É coautrice del libro nato dalla trasmissione radiofonica Destini Incrociati (Cairo Editore) e autrice dello spettacolo teatrale I monologhi delle ascelle portato in scena da Sabrina Impacciatore e Claudia Gerini. Nel 2016 la casa editrice Tralerighe pubblica il suo primo romanzo dal titolo Che m’importa che tu faccia la brava.]

Cara Morena,

costruire un sistema di immagini è un’operazione molto importante per far sì che un romanzo abbia un’atmosfera riconoscibile e lasci nel lettore la sensazione della compiutezza e dell’uniformità. Però bisogna stare attenti a non esagerare. Puntare a stimolare i sensi di chi legge (qui la vista) fin dalle primissime parole rischia di diventare una sottolineatura che invece di suggerire un fondale a perdita d’occhio, lo ingabbia nell’accumulo e nelle ripetizioni.

Abbiamo il bianco de “La luce del mattino”, de “Il biancore della nebbia” e della “lattiginosa delicatezza” in (forzato) contrasto con “l’azzurro del cielo”, “il nero dell’asfalto”, e “il rosso della scelta”. E da qui, da questo ultimo colore aggettivante, ci ritroviamo in un susseguirsi di altre espressioni simboliche –  l'”autunno senza fine”, lo “sfogo nella morte”, il “premio della rinascita”, il “perenne stato di maturazione”, la “rivoluzione in testa” – la cui correlazione con la storia, però, ci sfugge: non sappiamo ancora niente di quello di cui parliamo, ma siamo già carichi di significati astratti.

Poi la concretezza arriva, ma è ancora in forma di lista, di accumulo, e dunque non pare dettata da una scelta narrativa, dalla essenziale domanda che conduce alla selezione del “che cosa voglio raccontare e perché?”: foglietti sparsi, libri accatastati, qualche rivista, due pesi da 4 kili, una bottiglia d’acqua vuota. E poi la linea di chioma, le ante spalancate; e ancora più nel dettaglio: le grucce, le magliette, una camicia, i pantaloni. E poi ancora monete, scontrini, chiavi, sassi e fazzoletti di carta, il frigorifero.

Cercare le informazioni che rendano visibile il personaggio non è semplice, bisogna trovare tra le righe il trasferimento a Zobeide, l’arsura alla gola, e ottenere il nome: Leo. Ma a questo nome non corrisponde ancora una figura tridimensionale e attiva, piuttosto un’anticipazione, proveniente da uno stato ancora troppo impalpabile: il sogno, l’immagine riflessa allo specchio, le mani, che, prima di compiere un’azione concreta (“teneva l’asta del suo pene abbassata”), sono protagoniste di altro simbolismo, altra evocazione.

Anche quest’ultima va tenuta a bada: attenzione all’uso di metafore di cui il lettore non può capire il senso – “come se le corde vocali non avessero mai avuto la notte appiccicata addosso” – se non viene messo nella condizione di intuire, percepire, condividere il senso dell’autore, che quindi deve sforzarsi di uscire dalla propria testa, tentare la strada dell’universalità.

Che è poi lo stesso percorso che deve tentare il personaggio protagonista: accorgersi della nipote Lilia, della sorella con cui fare colazione, della donna a cui il testo affida la prima battuta di dialogo e non accartocciarsi sempre su sé stesso (“La sua testa era già altrove”, “ridacchiò fra sé”, “a colloquio con se stesso”) perché anche se l’obiettivo è quello di disegnare un protagonista introspettivo e alle prese con i propri cambiamenti/tormenti/altro è meglio non dimenticare mai che ai personaggi delle storie quello che serve più di ogni altra cosa sono le relazioni.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

CAPITOLO 1

La luce del mattino a Zobeide era sempre la stessa da molti anni ormai. Il biancore della nebbia che abbandonava raramente i palazzi e le strade avvolgeva tutto con una lattiginosa delicatezza. Nessuno ricordava più quando avesse smesso di vedersi l’azzurro del cielo, il nero dell’asfalto o il rosso della scelta. Era tutto di una leggerezza inconsistente che incuteva serenità. Un autunno senza fine, senza lo sfogo nella morte per arrivare al premio della rinascita. Solo un perenne stato di maturazione, di preparazione al riposo che non arrivava mai. Leo anche quella mattina si era svegliato con la rivoluzione in testa e una ragazza al suo fianco. Sul pavimento in corrispondenza della sua parte del letto c’erano dei foglietti sparsi, dei libri accatastati, qualche rivista, due pesi da quattro kili l’uno per allenarci le braccia e una bottiglia d’acqua vuota. Beveva sempre molto durante la notte. Gli prendeva alla gola una strana arsura, era cominciata appena arrivato a Zobeide. Gli si seccava tutto come se non facesse altro che respirare polvere dalla bocca.
La prima cosa che vide appena aprì gli occhi fu la linea di una chioma appoggiata sul cuscino di fianco al suo e le ante di un armadio spalancate. Grucce per lo più vuote, magliette piegate ma non stirate, una camicia sgualcita appesa allo spigolo dell’anta e qualche paio di pantaloni in bilico su un ripiano. Si girò per alzarsi senza dire una parola, si mise seduto con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani sulla faccia. Aveva mani grandi Leo, mani che accolgono e sorreggono. Mani che amano, che custodiscono e rispondono a tono se ce n’è bisogno. Mani che sanno dare la giusta direzione alle parole quando le accompagnano. Insomma, mani che sanno di essere arrivate prima di tutti i ragionamenti. Il sogno che aveva fatto quella notte era ancora vivo. Aveva sognato di indossare il mondo, come una giacca e di esserselo sentito stretto sulle spalle. Aveva tirato le braccia in avanti come si fa quando si prova una giacca e aveva avvertito le cuciture che tiravano e che gli impedivano il movimento. Se l’era tolto ripromettendosi di portarlo a far aggiustare. E poi si era svegliato. Una volta in piedi aveva roteato le spalle nude per scioglierle, quella sensazione di costrizione gli era rimasta incollata. Aveva messo la mano sinistra sulla spalla destra mentre disegnava movimenti circolari col gomito piegato e si era diretto verso il bagno. Aveva oltrepassato il gas che non puliva mai, un tavolo a muro che usava come svuota tasche e che infatti era una distesa sconclusionata di monete, scontrini, chiavi, sassi e fazzoletti di carta, il frigorifero sul quale aveva attaccato un disegno di Lilia, la sua nipotina e aveva scavalcato un paio di calze scure che giacevano esanimi a terra e nel momento stesso in cui lo aveva fatto si era detto che le avrebbe raccolte dopo, quasi a doversi giustificare con la sua coscienza. L’incontro con lo specchio sopra al lavandino del bagno era sempre un momento particolare. Con un occhio semichiuso faceva un cenno col capo per salutare la sua immagine riflessa e poi si dirigeva verso la tazza. La pisciata del mattino la faceva seduto. Con la mano destra teneva l’asta del suo pene abbassata e si godeva lo svuotamento della vescica. Bere tutta quell’acqua di notte aveva anche questo effetto, non solo placava la sua sete lì per lì, ma gli forniva l’indomani l’occasione di godere nel liberarsene.
Dall’altra stanza arrivò una voce squillante come se le corde vocali non avessero mai avuto la notte appiccicata addosso “Leo, sei in bagno?”. “Buongiorno. Sì, sono in bagno” e dove volevi che fossi che ci sono due stanze in questa casa, pensò Leo sottovoce. L’idea di tornare di là e di dover fare anche conversazione non lo rallegrava affatto. La sua testa era già altrove, fuori di casa, nel gomitolo di strade di Zobeide a cercare come districare la matassa di contraddizioni di quella città ma soprattutto dei suoi abitanti. In verità quella di là l’ho districata per bene stanotte, ridacchiò fra sé e subito si vergognò per aver avuto un pensiero così debole. Mentre si lavava i denti era a fare due chiacchiere con i nuovi arrivati, a bere un caffè con la sorella e si immaginava che le avrebbe raccontato il sogno, sai, stamattina mi sono svegliato e il mondo era di due taglie più piccolo, non riuscivo a muovere le braccia e lei che gli avrebbe risposto sarà per via di tutti quegli esercizi che fai, fra un po’ non ci entrerai più nemmeno tu nelle tue spalle e lui l’avrebbe stretta forte a sé come da bambini, incrociando col suo il collo di lei, quasi ad agganciarsi.
“Mi dai uno strappo verso casa?” arrivò di nuovo la voce limpida dall’altra stanza. “Oggi è martedì e non riesco a farmi venire a prendere”.
Cazzo è vero, è martedì, proseguì Leo a colloquio con se stesso, era oggi che Demy andava dal dermatologo. “Sì” urlò dopo aver sputato il dentifricio “ti porto io” prima che le venga in mente di piantarsi qua fino a domani, borbottò. Quando tornò di là lei era già vestita, si stava infilando gli orecchini. “Ora posso andare io?” disse la ragazza sorridendogli. Non aspettò la risposta, non ce n’era bisogno. Si diresse in bagno, l’unica stanza delle due in quella casa dove ci fosse uno specchio e della privacy.
Leo nell’attesa aprì le tende della porta finestra che dava sul cortile del caseggiato. La luminosità nella stanza cambiò di poco. Erano tende che non facevano una grande ombra. A lui non piaceva l’ombra. Voleva partecipare del susseguirsi dei giorni e delle notti, voleva che la sua pelle registrasse il variare anche se impercettibile ormai delle ore di sole. La visibilità era di qualche metro, come sempre. Si intravedevano i contorni dei due pilastri di mattoncini che sorreggevano il cancello di ferro battuto spalancato sul vialetto, ciuffi d’erba marrone ai lati, qualche sagoma umana che camminava e poi veniva inghiottita dalla foschia. Come se qualcuno cancellasse via via l’immagine a partire dall’alto e non risparmiasse niente e nessuno.

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