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Scrivere è sopravvivere alla notte

di Giacomo Faramelli

Io non credo alle missioni. Non credo nel raggio di luce divina disceso dal cielo per far divampare la fiamma del sacro fuoco della scrittura. È una cosa che funziona bene negli affreschi delle chiese, quella. Ma io non ho lo stimma dell’eremita, la forza d’animo del santo e poi, come dire, la mia propensione al martirio è quella che è. Credo nei talenti ma non è che anche quelli mi ispirino gran fiducia.
Mi considero un fenogliano atipico. Credo di scrivere anch’io, Beppe perdonami, “with a deep distrust and a deeper faith” ma questa fede di risulta nella scrittura, dilavata col crescere e irrobustita dalla volontà malcelata di prendersi una rivincita, effimera, nei confronti di tutti i bastoni che ho scientificamente infilato tra le mie ruote, è un corpo estraneo che mi mette a disagio, un ometto nudo che corre di domenica pomeriggio tra la folla del centro.
È dunque la grande notte della boxe interiore? Davvero scrivo per partecipare a un campionato di pesi massimi delle vanità, in cui le dita tozze che cadono sui tasti del pc colpiscono la somma delle mie insicurezze, l’intifada per scherzo di una velleità autoriale, travestita da speranza mistica, che fa a pezzi i fallimenti degli ultimi anni ammucchiati lì davanti agli occhi? (L’università, il lavoro, l’impegno sociale e politico, una marea di roba, persone e relazioni macerate dal tempo, dagli sbagli.) Può una pubblicazione con i crismi dell’editoria tradizionale sancire la messa al bando di questi dolori? Sic et simpliciter: no.
E se non è la fede più profonda a smuovermi, a trascinarmi davanti al pc dopo il resto della vita, con le speranze calciate avanti sull’orizzonte come palloni, resta solo la sfiducia.

Non mi fido di me stesso. Alterno severità eccessive a un lassismo ozioso, un infinito mandala intessuto di procrastinazione e voglia di correre alla tastiera. Scrivere è un buon modo per ricordarmi di non mollare la presa, di non abbassare la guardia, di trovare un punto d’equilibrio interiore.
Non mi fido degli altri. Scrivere è una strada per non rinunciare a questo contatto, anche se soltanto immaginato nel miraggio di un risicato pubblico potenziale. Composto da volti sconosciuti con una piega benzodiazepinica sulle labbra, quel pubblico è avulso dalla pagina. Gli altri veri, quelli che conosco, sono tutti dentro invece.
Non mi fido della mia scrittura. Ho letto così tanti libri di qualità (non quanti avrei voluto o potuto), così tanti veri scrittori, da temere che la mia voce, ammesso che esista, suoni così ridicola da far sembrare sexy anche Paperino.
Ecco un’altra cosa che sta lì sopra alla grande domanda come le nuvole agganciate al mio Appennino: la lettura. La penso come Stephen King:

“leggiamo per assaggiare la mediocrità e sentirci una schifezza; è un’esperienza che ci aiuta a riconoscere l’orrore quando comincia ad affiorare nel nostro lavoro, e a starne alla larga. Leggiamo anche per misurarci con la grandezza e il talento, per farci un’idea di tutto ciò che si può fare.”

Sta per arrivare una frase tanto ovvia quanto ineludibile: ciò che si può fare, in questo mondo in cui mi sento ancora clandestino, non corrisponde quasi mai a ciò che possiamo davvero fare in un dato momento.

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La prima storia la scrissi di getto, dopo una delusione amorosa a ventitré anni. Era orribile. Credevo di aver scritto un’opera destinata a spaccare cuori, far crollare le mura di Gerico o pareggiare valli e montagne. Mi sentivo un cannibale e non avevo nemmeno i denti da latte.
Nell’ultima edizione di Bengodi di George Saunders, edita da Minimum Fax, c’è una bella introduzione dell’autore in cui paragona un esordiente a uno scalatore di montagne:

“quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, per esempio.”

Saunders mi spiega cosa c’era dietro quel mio primo tentativo. La voglia di imitare modelli ben precisi, da Jack Frusciante a Camere separate, salendo lungo un pendio che non era mio e che mai lo sarebbe stato. Anche io, come scrive l’autore di Lincoln nel Bardo, mi stavo stancando dicendo cose non mie, quindi non vere, falsificando od omettendo la mia esperienza di vita.
Ero così stanco che non ne volevo più sapere di scrivere. Raccolsi gli indirizzi di non meno di trenta case editrici, stampai il manoscritto, lo inviai accompagnato da una lettera alla ora o mai più intrisa del mio viscerale amore per la scrittura (non vorrei giurarci ma forse quei fogli furono anche benedetti da qualche lacrima) ed aspettai.
Aspettai così forte che mi uscì il sangue dal naso. Tornarono indietro cinque lettere di rifiuto standard, a posteriori non credo nemmeno sia andata malissimo. Invece di mettermi al lavoro su quel testo, ritenuto incompreso, mi rimisi a leggere, certo che prima o poi sarei stato riconosciuto da un cacciatore di talenti. Invece arrivarono le proposte di case editrici a pagamento e doppio binario, gli inviti all’auto-pubblicazione o i concorsi in val sa il cazzo con conseguente stampa a proprie spese. Non che avessi volutamente battuto quelle strade ma queste proposte arrivarono per un certo periodo con una cadenza settimanale. Rifiutai, sdegnato per una mancanza di attenzione nei miei confronti tanto lampante quanto ingiusta. Avevo letto centinaia, migliaia di libri, dovevo senz’altro aver imparato qualcosa.
Non era così semplice. O forse sì, almeno in parte: dovevo smettere di pensare a tutte quelle parole, le parole degli altri, e concentrarmi su di me. Ascoltare la mia voce, capire l’andatura del mio passo.

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Dopo anni di silenzio mi resi conto che ero stanco di imitare uno scrittore che aspetta un contratto. Scrissi una seconda storia. Stavolta ero decisamente sceso dalla montagna di qualcun altro, altissima, per salire sulla mia: (Però. Quant’è piccola. Non sembra nemmeno una vera montagna.).
Un cumulo di immondizia, certo, ma mio. Perché ho scritto questa seconda storia? Perché ho ricominciato? Non lo so nemmeno ora che è passata sotto almeno quattro o cinque mani di pialla e vernice.
È difficile dirlo senza sembrare alle prese con la sceneggiatura di un porno o con la descrizione di una tenia ma davvero sento qualcosa che si agita in me. Qualcosa di estraneo eppure riconoscibile. Non urgente come capita ad altri: piuttosto un ammassarsi lento di nuvole da neve. Non so dargli un nome.
Sì ma perché scrivi? Perché a trentatré anni compiuti vaghi ancora nel deserto come quel tuo coetaneo più famoso? Perché vorresti farne un mestiere se un altro mestiere già ce l’hai?
Non lo so. Vi sto prendendo in giro da più di mille parole.
Forse ha ragione Čechov:

“Dietro la porta di ogni uomo felice dovrebbe esserci un uomo infelice che bussa costantemente per ricordargli che non tutti sono felici e che, prima o poi, la vita gli mostrerà gli artigli.”

A volte almeno sento che è così, che quello che faccio è mostrare, prima di tutto a me stesso, che la vita è qualcosa di enorme, comprensibile solo in parte, una parte che è necessariamente appannaggio dell’astrazione del linguaggio umano, della parola. Provo a spiegarmi la vita e il mistero che l’assedia, l’imprevisto in agguato: non ci riesco, provo ancora.
Certe volte invece quando il mondo non si piega e la storia resta lontana dalle dita, dispersa in qualche landa interiore mi sento come quell’adorabile piagnone filosofico che ha scritto il Qoelet: tutto è un inseguire il vento, vanità di vanità. Ecco qui c’è un’altra parte della mia risposta: sì, vorrei poter fermare il vento e il tempo con lui, grazie alla semplice pressione delle dita. Artigliare minuscoli frammenti di memoria e piccoli fatti impressionanti per poi distenderli sulla pagina, sentirmi al sicuro nel mondo che ho creato a mia immagine ma senza apparente somiglianza con la mia vita, perché là fuori c’è un mistero insondabile, un’assenza di luce che voglio attenuare con un’altra piccola fiamma, la mia scrittura.
No, non me l’ha chiesto nessuno.
Sì mi vergogno ancora moltissimo a dirlo ed è la prima volta che lo scrivo così in pubblico, avrei faticato meno a rispondere alla domanda perché ti masturbi. Non mi interessa se non sarà mai un vero lavoro, non è questo il punto. Il punto è il calore di quella fiamma, la sua piccola luce. Il punto sarà sempre lo stesso: accendere un fuoco, alimentarlo e lanciare un segnale agli altri uomini. Sopravvivere alla notte, lì fuori, insieme.

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