gli editoriali, interviste
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Gli editoriali. Luca Pantarotto (NN Editore)

Redattori, social media manager, impaginatori, uffici tecnici, consulenti e ancora altri: sono loro gli Editoriali, persone che lavorano i libri prima che diventino libri. Chi sono, cosa fanno e come lo fanno: una serie di domande per scoprire qualcosa di più sui mestieri dell’editoria.

Luca Pantarotto è nato a Tortona, dove vive, e lavora a Milano. Dal 2015 è social media manager di NN Editore. Per alcuni anni ha curato Holden & Company, un blog interamente dedicato alla letteratura americana di cui Aguaplano sta per pubblicare una raccolta di pezzi, con il titolo Holden & Company. Peripezie di letteratura americana da J.D. Salinger a Kent Haruf. Sta inoltre lavorando a un libro sul rapporto tra narrativa americana e social network, che uscirà per LiberAria.

Come hai iniziato e perché?
Ho iniziato piuttosto casualmente, a dire la verità. Nel giugno del 2015 mi ritrovo senza lavoro e comincio, come si dice, a darmi un’occhiata in giro. Mi ero sempre interessato ai libri e ai modi di parlarne online, ma non avevo mai preso in considerazione l’idea di trovarmi un lavoro in editoria. Poi un giorno Gioia Guerzoni, che all’epoca, oltre a tradurre, seguiva anche i social di NN, mi chiede se per caso non mi andasse di occuparmene al posto suo: era un lavoro che richiedeva troppo impegno, più di quello che a lei fosse possibile dedicargli. Gioia e io ci conoscevamo da un po’ grazie a Facebook, le piaceva il mio approccio e pensava che mi sarei trovato bene con una realtà come NN, e a me piaceva l’idea di iniziare un nuovo lavoro con una casa editrice che, a sua volta, si era appena buttata nella mischia. Così mi ha messo in contatto con Eugenia Dubini, l’editore di NN. Eugenia mi ha spiegato che, per la comunicazione di NN, volevano un approccio diverso dal solito, più coinvolgente e meno commerciale, non volevano che la pagina diventasse una semplice vetrina di prodotti da vendere. Io le ho risposto che era proprio quello che avevo sempre cercato di fare con il mio blog, raccontare storie, parlare con il pubblico, scambiarci idee e visioni del mondo a partire dai libri, cose così. Abbiamo cominciato, ci siamo trovati bene e siamo ancora lì.

Quali sono le tue mansioni, nello specifico?
Gestisco tutti i canali social della casa editrice (Facebook, Twitter e Instagram) e preparo periodicamente la newsletter per i librai con le ultime novità. Occasionalmente accompagno gli autori nei tour.

Qual è il tuo flusso di lavoro e quali programmi utilizzi?
Quanto ai programmi, non uso niente oltre alle applicazioni dei social stessi, cioè le sezioni relative all’analisi degli insightse le funzioni base di programmazione del gestore delle pagine. Non mi piace utilizzare strumenti di pubblicazione automatica, programmare decine e decine di post e nel frattempo fare altro; preferisco l’idea di un “presidio” costante e spontaneo dei canali, mi pare che dia alla comunicazione un’atmosfera più “umana”.
Questo ovviamente si traduce in un flusso di lavoro pressoché ininterrotto. Gestire i social network significa, in due parole, esserci sempre: per seguire l’andamento dei post ed eventualmente rilanciare discussioni, rispondere ai lettori che chiedono informazioni o esprimono pareri su ciò che pubblichi, mantenere costante la proposta di contenuti. È impegnativo, ma anche divertente. E poi non c’è niente di peggio di una pagina aziendale in cui gli utenti sono lasciati lì a parlare da soli, nell’assoluta indifferenza dell’interlocutore principale a cui si rivolgono.

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Quali sono le risorse (testi, siti o altro) che hai sempre sott’occhio e che ti aiutano durante il tuo lavoro?
Di solito tengo “monitorati” una serie di autori, titoli o argomenti del nostro catalogo, per avere il polso della diffusione e della ricezione delle nostre proposte editoriali. In questo senso credo che Twitter funzioni meglio e più efficacemente di Facebook, come motore di ricerca di news. Poi ogni giorno mi faccio una piccola rassegna stampa, estera e nazionale (oltre a quella che riceviamo già tramite l’ufficio stampa), per aggiornarmi su quello che si dice in giro nel mondo dei libri. Così, ogni mattina come prima cosa mi scorro i principali siti esteri («Guardian», «New Yorker», «Atlantic» o anche «Electric Literature», «Brain Pickings» e simili) e i magazine e blog italiani («La Balena Bianca», «Cattedrale», «Crapula Club», «Critica letteraria», «Doppiozero», «Il giro del mondo attraverso i libri», «L’Indice dei libri», «L’indiscreto», «Il lavoro culturale», «La lettrice rampante», «minima & moralia», «Nazione Indiana», «Senzaudio», «Rivista Studio»). Non faccio distinzione tra tipologie di testate, l’unica cosa che mi interessa è l’unione di passione e competenza nel parlare di libri.

Qual è il libro NN sul quale hai lavorato con più piacere?
Difficile scegliere. Tra quelli recenti, senz’altro A misura d’uomo di Roberto Camurri, accolto già mesi prima dell’uscita da un’incredibile ondata emotiva di entusiasmo e attesa, due ingredienti in grado di creare sempre il terreno di lavoro migliore. Anche La fine dei vandalismi di Tom Drury, che tra l’altro secondo me è uno dei romanzi migliori che abbiamo pubblicato.

Qual è il libro non NN sul quale avresti voluto lavorare?
Nessun dubbio: La versione di Barney di Mordecai Richler, che è uno dei miei libri della vita. Purtroppo in Italia è stato pubblicato (da Adelphi) nel 2001 e all’epoca il mio lavoro non esisteva ancora.

Qual è la cosa che più ti piace fare del tuo lavoro?
La possibilità di interagire su passioni comuni con persone che probabilmente non incontrerò mai, e che pure sono lì, a parlare di libri e storie. Mettere le persone in contatto tra loro, facilitando relazioni e vie di dialogo. E far arrivare il libro giusto alla persona giusta, qualcuno che magari proprio in quel momento ha bisogno di leggere quella storia.

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Qual è la cosa che più ti annoia fare del tuo lavoro?
Rispondere alle persone che, poiché un certo libro non è piaciuto a loro, si sentono in dovere di spiegarmi perché quel libro non valesse in realtà la pena di essere pubblicato e perché chi l’ha apprezzato è un idiota.

Qual è quell’errore (o refuso) che ti fa saltare i nervi?
In realtà nel mio lavoro non mi occupo di stanare refusi, ma ce n’è uno che proprio non posso vedere: “librario” al posto di “libraio”. Ormai è talmente ricorrente da farmi temere che un giorno, spero molto lontano, diventerà variante accettata. Un’altra vittoria del correttore automatico sull’ortografia.

A tuo avviso, qual è la caratteristica più importante per chi fa un lavoro come il tuo?
Di sicuro conoscere a menadito il catalogo della casa editrice e averne letto il più possibile. Il mio caso è particolare: seguendo NN praticamente da quando è nata, ho curato la comunicazione più o meno di tutti i libri del catalogo. Per realtà più grandi chiaramente è impossibile leggere tutto, ma sapere sempre cosa si pubblica, cosa si è pubblicato e perché è il primo requisito. Poi, per quanto riguarda la pratica quotidiana, senz’altro una buona conoscenza delle piattaforma, nel loro stato attuale e nel loro divenire (i social sono strumenti che cambiano ogni giorno e ciò che oggi è fondamentale domani sarà archeologia); una spiccata capacità di dialogo, la volontà di non lasciar mai cadere nessuno spunto, ogni tanto una bella dose di buona volontà nell’affrontare certe giornate di “stanca” e di pazienza nel rispondere a tutti, sempre, nel modo più completo e accattivante possibile. E anche una buona memoria: spesso ricordarsi con chi hai già parlato e di cosa è un ottimo modo per evitare brutte figure.

Consiglia un libro che parla del tuo lavoro e che credi possa essere utile a chi voglia iniziare.
Non parla proprio del mio lavoro, ma in più di un senso ha molto a che vedere con quello che faccio: Accanto alla macchina, un memoir di Ellen Ullman appena pubblicato da minimum fax nella traduzione di Vincenzo Latronico. È del 1997, ma parla di noi, adesso.

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