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 In fuga dal dolore – critica a “Le stanze dell’addio” di Yari Selvetella

di Daniele Campanari

La storia raccontata da Yary Selvetella è dolorosa come la morte vista da chi vive. Si muore in molti modi, si può morire anche senza avvertire fastidio. Per questo la punta dell’ultimo ago è a volte percepita soltanto da chi resta. Selvetella non racconta il malessere patito dalla sua amata colpita da un terribile destino: sceglie di raccontare come sopravvive il sopravvissuto. Lo fa descrivendo i luoghi che appartengono a un ospedale, le stanze, le persone (e personalità) incontrate. Infine esce, va dove c’è vita. Accoglie i progressi lavorativi, le novità, è l’autore che racconta in forma narrativa un suo lungo episodio. Non ha nascondiglio la verità della storia, è vera. È la vicenda di “Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore”. Ma è soprattutto la vicenda del suo narratore: l’uomo coi baffi, al quale è dedicata una lettera epilogo. Quest’uomo è il protagonista, ma dovremmo considerare protagonisti i baffi sotto ai quali si nascondono gli uomini in fuga dal dolore. Ci vuole tempo per chiarire il percorso tracciato da Yari Selvetella. È il tempo dell’elaborazione del tutto, il lutto come antagonista. Dunque una riflessione: possibile che la storia si confonda, si diffonda parallelamente all’egoismo per la morte degli altri? Possibile. Come è vero che la morte senza resurrezione rende uomini gli egoisti, che il dolore raccontato debba essere sempre il dolore del sopravvissuto o almeno quello che si è provato.

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Inizio e fine
Il dolore per Le stanze dell’addio inizia e finisce col mare: usato per spiegare gli accadimenti, le ragioni di un addio. Il mare e gli addii si provano ma non si vedono. Qualcuno ha mai visto la fine del mare? L’ha toccata, la fine?

Inizio:

Siamo già noi soli, su quel peschereccio. Ci muoviamo su un mare denso, che la prua non increspa. Indossiamo vecchie salopette da sciatori, mangiamo biscotti preparati dalla moglie del capitano. Siamo venuti in cerca di balene e di tanto in tanto emerge qualcosa: una gobba, un sospiro, una pinna caudale, una vocale, molte vocali.

Fine:

[…] A ogni passo sembrava di poter bucare questo velo e invece l’aria, sostenuta da una brezza di ponente, resisteva vischiosa ai miei piassi, solo rendendosi ancora più luminosa, come galassia, finché non ho raggiunto il parapetto. Il mare era placidissimo, una pelle sottile che la nave incideva con la precisione di un bisturi. È la nave stessa, ho pensato, che rende il mare liquido, lo apre, lo tritura nel motore e lascia alle nostre spalle un tumulto d’acque. Altrimenti qui stanotte tutto sarebbe perfettamente immobile ed eterno […]

In questi passaggi il protagonista si fa marinaio. Una prova di fuga vista la costanza del male. Il male occupa la stanza numerando i metri quadrati, sostituendo i quadri alle pareti, lasciando alla scenografia soltanto l’opaco ospedaliero.
Così è descritto il momento in cui la morte assume le sembianze del principio, in una cinica maniera.

Lo dici tutto in una volta, senza tremare fumi, dondoli una gamba sull’altra. Ti hanno chiamata dall’Italia. I risultati dell’analisi.
Sei malata. Lo sapevi tu e lo sapevo io, che stavi male […] A ogni buon conto mi dai disposizioni sul tuo funerale. Poi iniziano i numeri.

E poi ancora il mare:

Cercheremo la balena in larghi oceani, nei mari densi e nel prossimo ricovero. Il prossimo sarà per il trapianto, sarà un ricovero lunghissimo, una degenza della durata imprevedibile, dunque un vero viaggio, almeno un mese comunque. Navigherai in una minuscola capsula, sulla groppa di onde oceaniche, io, appena fuori dall’oblio, leggerò ad alta voce. Ci saranno marosi spumeggianti? E quanto sale, nell’acqua fino al collo, fin dentro il naso.

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Poesia dentro la stanza

Che amore inutile è l’amore che non protegge, l’amore che non cura
e non difende, l’amore che non può, un amore crudele sento
di portarmi addosso come l’amore di dio.

L’avesse scritto Shakespeare non si avrebbe nulla in contrario. Invece è Selvetella, pp.16, ultime righe.
In questo modo conclude il breve capitolo, con il senso di colpa dell’amore che è amore soltanto perché così è stato chiamato. Ma non sa fare nulla: l’amore non protegge e non cura – non cura il malessere fisico. Lecito chiedersi a cosa serva l’amore, se serve a qualcosa. Risponda Shake con un sonetto, perché per Selvetella l’amore potrebbe manifestarsi in un angolo dell’ospedale, lungo il corridoio, fuori dalla stanza. Comunque è amore per sé stesso, amore a specchio: guarda la sua amata e vede espandersi il male perché gli occhi con cui la vede sono occhi chemioterapici ormai.
Alcune frasi emergono dai brani come fossero versi di un poeta, talvolta più riusciti, talvolta meno. Per esempio:

Trema la mano che scrive o il quaderno che le sta sotto? (pp. 51)
Voglio che in ciascuna delle numerose porte in cui come in mezzo a due specchi l’ombra di te rimbalza. (pp. 53)
Immersi in un liquame dalla cui consistenza dipende la nostra stessa vita e di cui non so dire il nome. (pp. 54)
Stavolta il tuo corpo è parola. È linfa e corteccia. Tu e il male. (pp. 58)
L’ospedale è un labirinto, bene per chi riesce a uscirne e non fare ritorno (pp. 75)
Oltre alla vibrazione di lontani aeratori, solo il tocco dei miei passi e non è un gran scalpiccio. (pp. 85)
Per morire sembra che non ci sia nulla da imparare. (pp. 102)
Allegro è il fischiettio dell’usciere tocco. (pp. 106)

Frasi a effetto riflessivo che indurrebbero a una sosta, un caffè col cervello prima di proseguire con la lettura. È comunque la poetica di chi scrive, elemento che sazia la fame del lettore che nei testi riconosce un periodo da ricordare, una frase da recitare a memoria.

La descrizione di un attimo

Descrizione 1 – personaggi:

Questi luoghi, la grande nave ospedale, la greve sottocoperta dei reparti più difficili, traboccano di mistificazioni: ecco, poco fa ho visto un raggio di sole e ho pensato che fosse benedetto. Invocazioni alla mamma, cabale ricavate dai numeretti salta coda, medaglie d’argento. Ognuno arreda questo spazio con fili che uniscono punti invisibili. In questi reticolati sovrapposti finiscono per rimanere impigliati tutti quanti, scegliendosi ciascuno il suo presagio. Così giorno dopo giorno, appuntamento dopo appuntamento, il corridoio e le stanze si infestano di simboli, la realtà si allontana e con essa perfino l’eventualità di un’epifania. Risolutori compulsivi di sciarade, recitatori di rosari, anziani biasciconi che si imprecano sul gozzo, silenziosi scrutatori delle finestre, attenti studiosi di brochure mediche informative, talvolta anche buddhisti con l’incenso.

Come scrittore coerente alla sua natura, Selvetella osserva. Osserva il vuoto intorno riempito da facce sconosciute, cose animate. Sono gli occhi del protagonista. Diciamo protagonista singolare, ma dovremmo dire che – come spesso accade – l’anima della vicenda sono le ruote che fanno muovere il carro: senza ruote non sarebbe esistita narrazione e nemmeno gli occhi avrebbero saputo guardare. Lo scrittore lo sa e non fa che raccontare ciò che ha visto o inventato. Come in quest’altro caso.

Descrizione 2 – personaggi e luoghi:

Alle otto meno un quarto, proprio all’ora in cui si ritorna dall’ospedale, il negoziante stacca il cartellone pubblicitario dei croccantini su cui è ritratto un luminoso golden retriever con la lingua fuori dalla bocca. Il negozio è vicino al semaforo e alle 19.47, quotidianamente, il commerciante svolge le sue incombenze: in piedi su una scala d’alluminio rimuove palline con sonagli e confezioni di ossi antitartaro, cappottini spiritosi per bassotti. Per compiere questo lavoro, tutti i giorni, sempre lo stesso, affatto inconsapevole di sé, proprio come un cane stana una preda o corre a perdifiato avanti e indietro, avanti e indietro, per afferrare una pigna e riportarla al padrone.

Siamo fuori dalla stanza dell’addio, alla scoperta di un elemento che faccia da cornice alla storia. La descrizione è tipica: c’è il luogo, c’è l’orario, c’è il fatto; c’è la domanda: cosa pensa il protagonista?

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Nuova voce

[…] Sono arrivato per primo, stavolta, e non capita spesso. Infatti il collega, quando mi ha trovato là fuori, mi ha fatto una battuta che non ricordo e intanto mi ha lanciato le chiavi. Ho aperto il cancello estensibile che protegge la grande vetrata del bar. Poi dritto al magazzino per cambiarmi.
Ero ancora impigliato nel mio sogno, di cui provavo a ricostruire dettagli e moventi: altre scene da cui provengono i nostri ricordi e che, per il solo fatto di essere quasi completamente abrase, paiono nascondere chissà quali verità ultime e decisive. Compivo gesti meccanici, pensando e sbadigliando accendevo interruttori, aprivo armadietti, tiravo fuori il secchio, lo straccio e il grembiule.
M’è preso un colpo quando l’ho trovato lì, zitto, proprio davanti a me, seduto per terra, poggiato a uno scatolone di succhi di frutta, l’uomo coi baffi.

Nel dialogo a una nuova voce è la prospettiva a cambiare: stavolta il protagonista non è l’uomo coi baffi. A compiere gli stessi gesti che ha compiuto sono coloro ai quali viene chiesto o riferito qualcosa. Si assiste a una proiezione differente, un colpo di scena. E al lettore è dovuto uno sforzo per rientrare nella storia dalla quale è cacciato fuori. È una seconda parte segnalata nel libro stesso, comunque un ricominciare dopo i pop-corn. Una pausa che richiede un approfondimento a margine della lettura, la necessità di tornare indietro per comprendere l’intenzione dello scrittore.

Come nei racconti

Aerosol
Questo rumore, certo, lo conosco perfettamente. Non qui, altrove. Aerosol, la vecchia macchinetta gorgheggiante davanti alla TV accesa su un vecchio Miyazaki in DVD o addirittura in VHS. Mezza soluzione fisiologica, mezzo Clenil, in casi più gravi sei gocce di Broncovaleas. Ore 19.30, il volume del film d’animazione è troppo alto. La replica del bambino è logica e sempre la stessa: è alto per ricoprire il rumore dell’aerosol. Non me ne importa niente, abbassa.

Per Selvetella i capitoli hanno nome e cognome: Il barista, Il cane, Il trolley, Aerosol, L’uomo che aspetta, Il Papa, Il palazzo delle stanze. L’identità affidata al brano è coerente con quanto accade nel romanzo, ma volendo compiere uno sforzo di immaginazione, immaginando lo scrittore digitare i tasti per scrivere la sua storia, pensiamo di vedere sviluppi derivati proprio dal titolo: brevi racconti immersi in una ricostruzione ampia. Se fossimo sulla spiaggia diremmo che il mare inizia da qui, dalla spiaggia. È questo il senso: la storia va al largo ma ricomincia sempre da una parte, quella più vicina. Anche se i protagonisti de Le stanze dell’addio sanno che il mare non inizia e, soprattutto, non finisce. Però trova una vendetta naturale se l’atmosfera è burrascosa, se giudica inadatto il comportamento dell’uomo-animale. Ma se sei una grossa balena non dovresti aver paura del piccolo uomo. Selvetella cita Moby Dick per una quasi dedica al romanzo e anche dopo. Il motivo deve essere lo stesso ricercato tutt’ora nel capolavoro di Melville, ossia luce per angoli oscuri. Col dolore addosso.

 

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