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L’ultimo romanzo di Domenico Starnone

C’è qualcosa che non quadra nell’ultimo romanzo di Domenico Starnone. Annunciato come il terzo capitolo della trilogia ideale inaugurata con Lacci e proseguita con Scherzetto, Confidenza riprende molti degli schemi narrativi dei suoi due predecessori. È un romanzo breve (140 pagine), ha una struttura tripartita, gioca sul cambio dei punti di vista. Al centro della storia c’è il tipico uomo starnoniano, un uomo alla mercé delle donne, burattino «giulivo» manovrato da mani sempre sapienti. Eppure qualcosa non torna, aleggia una strana calma apparente durante la lettura. Non è una brezza tiepida che soffia sulle macerie di una guerra. Se così fosse sarebbe uno schema riconoscibile perché molti suoi romanzi giocano col contrasto tra equilibrio e disordine. No, è proprio la guerra la grande assente, meno allegoricamente la dimensione della violenza e della lacerazione. L’ultimo romanzo di Domenico Starnone non è un romanzo violento, e questa è veramente una novità.

  1. Cambio di tono

Facciamo un passo indietro. C’è un momento preciso nella carriera di Starnone in cui la violenza diventa uno dei temi principali delle sue storie: 1994, pubblicazione di Denti con Feltrinelli. È ancora lo scrittore di Ex Cattedra, il professore dissacrante che fa le macchiette della scuola italiana e si prende la scena nel rinato dibattito sul tema. Questo nonostante abbia tre romanzi alle spalle non proprio – non solo – di argomento scolastico: Il salto con le aste, Segni d’oro, Eccesso di zelo. Una cosa però accomuna tutti i suoi racconti fin lì. È il tratto distintivo della sua voce, il quid che lo ha reso un autore da tenere d’occhio: l’ironia. Ex Cattedra ne è pieno e le prospettive di quel mondo esuberante ritornano nelle trame successive, nei giochi linguistici, nelle scene tragicomiche di personaggi spiazzati da una realtà spesso paradossale.
Poi arriva Denti, qualcosa cambia. Meglio: qualcosa si rompe:

Nel primo pomeriggio del 6 marzo di tre anni fa persi in un sol colpo due incisivi. Erano quelli che mi servivano per pronunciare il mio nome. Avevo detto a Mara: «Basta, non ti voglio vedere più». Lei aveva risposto non con le parole ma con il posacenere.

L’ironia con Denti si trasforma, comincia ad assumere il tono di un’enfasi grottesca, il mondo diventa a poco a poco un posto divertente ma inospitale. Dell’ironia Starnone conserva la capacità di schiacciare una sull’altra situazioni inconciliabili, ma l’attrito che si crea adesso, rispetto ai romanzi precedenti, provoca uno stridore che prima solletica, poi fa sanguinare le orecchie. C’è una scena in particolare che segna lo spartiacque. Il protagonista, professor “Oico”, va dal dentista per farsi mettere la bocca a posto e ne nasce una miniavventura esilarante in cui guizzano i primi lampi di una nuova sofferenza. In un crescendo di estrazioni dolorosissime, calci tirati in aria, penetrazioni gengivali, riaffiorano una serie di ricordi d’infanzia e insieme ad essi un grande e doloroso senso di sconquassamento interiore. Alla fine della visita, entrando in auto con la figlia piccola testimone di quel massacro, scrive una cosa che è un po’ una dichiarazione di poetica:

Le cercai negli occhi la traccia delle brutte memorie che le avevo fabbricato quella mattina, suggestioni per generare in seguito fantasmi.

La scena del dentista contiene già un’ipotesi di Via Gemito, il suo romanzo più violento. Violento sarà poi Prima Esecuzione, violentissimo Labilità, fino a Lacci e Scherzetto. Sono storie che si generano in seguito a uno strappo, a un trauma – fisico o psicologico – e che poi dilagano oltrepassando il limite tra equilibrio e disarmonia, storie che raccontano la disarmonia che si produce quando un equilibrio costruito con fatica viene lacerato all’improvviso, dilaniato, appunto, violentemente. Dopo Denti ogni romanzo è un cerino gettato con estrema naturalezza in un formicaio di ricordi.

  1. Custodire un segreto

Torniamo a noi: di cosa parla Confidenza? Un giovane professore di liceo senza particolari ambizioni scrive un saggio fortunato sulla scuola ed entra in una piccola ma solida bolla di notorietà (come non pensare alla dimensione autobiografica). La sua vita cambia, cambia il suo rapporto con la moglie Nadia, il rischio di una rottura per invidia professionale è dietro l’angolo. Ma la relazione resiste e la vita va avanti, così i due coniugi trovano definitivamente il loro posto nel mondo. Da semplice insegnante di paese Pietro diventa un saggista stimato, un pensatore carismatico che ammalia non più solo i suoi studenti ma anche i cospicui pubblici che assistono alle sue presentazioni in giro per l’Italia. Si riscopre e si adatta alla sua nuova vita, comincia a credere di essere migliore di quel che ha sempre pensato. A poco a poco assume la postura a cui aspirava da sempre insieme al tono di un uomo raffinato e ironico, un intellettuale probo al servizio di una causa umanitaria. Sotterra la violenza dell’adolescenza e il disprezzo per la sua umile condizione sociale. Ma Pietro ha un segreto, ha stretto un accordo con la sua ex compagna, nonché ex alunna, poco prima di lasciarsi:

Facciamo che io ti racconto un mio segreto così orribile che nemmeno tra me e me ho mai provato a raccontarmelo, e tu però me ne devi confidare uno equivalente, qualcosa che se si sapesse ti distruggerebbe per sempre.

Per questo si impegnerà a vivere una vita prudente, lontano dai guai e dai possibili ricatti della sua imprevedibile confidente.
Venendo all’analisi, la cosa sorprendente è che non ci sono cattivi pensieri nel suo resoconto. Mancano la febbre erotica di Aristide Gambìa, i capricci esistenziali di Aldo in Lacci, il cinismo di Daniele Mallarico in Scherzetto, le allucinazioni edipiche del protagonista di Labilità. Pietro rifiuta addirittura un esplicito invito sessuale per non tradire la moglie Nadia, e questa è veramente un’altra grande novità. Dove va a parare, dunque, questa storia? Come si risolve, a cosa tende? Starnone ci prende in giro fino alla fine della prima parte (sono tre le parti in cui si articola: primo, secondo e terzo resoconto). Pietro si racconta con grande onestà, ci mostra i suoi tormenti, i suoi cambiamenti, ci rende partecipi delle motivazioni alla base delle sue scelte, dei dubbi e delle grandi prove morali e alla fine si chiede, in un momento di grande lucidità, se è valsa la pena rinunciare a tutte queste cose solo per non tradire se stesso. Girando pagina entriamo di soppiatto in un altro spazio di verità.

  1. L’ultimo romanzo di Domenico Starnone

Concludiamo. Il secondo e il terzo resoconto sono due scivoloni attutiti dalla grazia con cui Starnone fa cadere il suo protagonista. Prima dà voce a Emma, la figlia di Pietro giornalista stimata succube dell’influenza paterna. Sono passati quarant’anni. Qui il romanzo comincia a scricchiolare, si sente debole il suono della carta strappata. Il terzo resoconto, il punto di vista di Teresa Quadraro – dieci pagine in tutto – è la ciliegina su una torta di cui finalmente vediamo la forma e sentiamo il sapore. Quello che ci viene detto mette in crisi tutto il mondo costruito fin lì, echeggia la voce di una donna che avvertiamo come sinistra perché siamo ancora condizionati dagli altri punti di vista. Per la sola presenza della sua vecchia confidente, Pietro rinuncia a mostrarsi in pubblico, perde l’orientamento, teme di vedersi imbruttito e bugiardo negli occhi di quello che è il suo alter ego negativo, lo scrigno di carne in cui ha nascosto per una vita intera tutte le sue bassezze.
Confidenza è il terzo capitolo della trilogia ideale sulla inconsistenza delle verità individuali. Siamo partiti da Denti che si apriva con un colpo dritto in faccia e la rottura degli incisivi con cui il protagonista pronunciava il suo nome, una lacerazione su cui bisognava intervenire per ricostruire alla buona una nuova vita. Si chiudeva così: «Ora sorrido meglio ma non so a chi». In tutti i romanzi successivi ci sarebbe stata l’urgenza di restituire in fretta un ordine al mondo. Non qui. Qui non c’è strappo, né violenza, né lacerazione. Confidenza è un libro che cerca di togliere ossigeno alle spinte distruttive, ma lo fa avvitandosi in una grande e colossale menzogna che solo alla fine sarà svelata. Tutti i romanzi di una carriera ormai trentennale sono le possibili biografie di un inedito uomo starnoniano, quello che si nasconde dall’inizio alla fine.
Cosa resta da dire? L’ultimo romanzo di Domenico Starnone è il romanzo che non ha scritto, è lo sterminato spazio narrativo che si apre quando chiudiamo il libro, il percorso di domande che ci poniamo per ricostruire la vita di Pietro dentro la nostra immaginazione, per provare a capire com’è che è andata veramente. L’ultimo romanzo di Domenico Starnone è un aggregato di storie possibili e solo un autore che ha vissuto una carriera come se fosse al poligono di tiro poteva scrivere una storia che non è un colpo di fucile, ma il momento del caricamento.

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