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Tre donne, due sguardi, una sola lettura comune.

Riflessione a quattro mani di Valentina Grotta e Chiara Marianna Coscia sul saggio di Lisa Taddeo.

In una scena della seconda stagione della serie Peaky Blinders, Polly si trova faccia a faccia con l’uomo che l’ha aggredita sessualmente, intenzionata a sparargli. Questi, per convincerla a non farlo, le sussurra “Una parte di te…”, suggerendo che qualcosa dentro di lei, in un modo oscuro e misterioso, desiderava quello che è successo. Lei risponde “Io non ho parti!”.

Cosa c’entra questo con Tre donne di Lisa Taddeo?

Sembra niente, ma c’entra tutto, perché è oramai tema ricorrente in tutti i prodotti di fiction odierna ritrovarsi a fare i conti con scene come questa. Nel libro della Taddeo, edito da Mondadori, lo vediamo nel trattamento che riceve una delle protagoniste, Maggie, in tribunale durante il processo del professore con cui ha avuto una storia, nello sguardo delle altre donne nel gruppo d’ascolto quando Lina dichiara pubblicamente di avere un amante, nel modo in cui Sloane si osserva attraverso lo sguardo altrui. Siamo abituati così tanto a veder raccontate le storie delle donne come separate, suddivise, compartimentate, che ci sembra esplosivo quando dichiarano la loro interezza.

Ma questo è il contesto (reale e narrativo) di oggi: un mondo relativamente giovane dove ci si è appena posti il problema di come trattare l’argomento non solo degli abusi fisici, ma anche dello squilibrio di potere all’interno delle relazioni umane, amicali, matrimoniali tra donne e uomini (per non parlare di quelle professionali, che meriterebbe un capitolo a parte).

Il tema del libro: il desiderio

Questo libro parla di desiderio.
Quando Lisa Taddeo ha cominciato a fare ricerca per questo progetto, era partita dall’idea di indagare il desiderio maschile. Il desiderio dell’uomo, dice l’autrice, ci viene da sempre narrato come un bisogno. Sembra quasi impossibile sottrarvisi.
Perché un desiderio si può negare, ma come si fa a negare una necessità?

“Io non mi ribellavo, questo me lo ricordo. Me ne stavo lì buona. Credo di aver pensato che non volevo dire no a nessuno, che volevo piacere a quei tizi. Insomma non volevo fare niente per… non piacergli” (pag. 49)

Quelli che vediamo in queste pagine sono rapporti di potere sbilanciati, quelle che ascoltiamo sono le voci di chi si è ritrovato a fare qualcosa che non desiderava, perché le donne, queste donne, non sono mai state abituate a definire i loro desideri. Hanno agito senza saper negare, hanno subito senza essere consapevoli della propria posizione passiva.
Che poi, a conti fatti, è la stessa cosa.

Tre donne parla di questo. Di azioni compiute senza pieno potere, con voci cristalline che raccontano a un livello così basso di performatività della narrazione da risultare a tratti imbarazzante. Le protagoniste non si preoccupano dell’effetto sul lettore. Sembrano personaggi con una scarsa autocoscienza, eppure sappiamo che non è così. Stanno semplicemente lasciando andare, nella presa sulla propria storia, ogni forma di controllo indotto.

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Tre donne, tre voci.

Chi sono queste tre donne di cui parla il libro? I loro nomi sono inventati, le loro storie sono vere. Maggie è una giovane che si ritrova ad affrontare il processo per lo statuatory rape del suo insegnante, con cui ha avuto una “storia” al liceo; Lina è una vittima di stupro che lascia il marito e si ricongiunge con il suo primo amore adolescenziale; Sloane è una donna all’apparenza di successo, che vive solo nello sguardo degli altri e appaga da sempre il desiderio del marito di vederla fare sesso con altri uomini.

Questa non è un’opera di narrativa, così attacca Lisa Taddeo, quasi a volerci ammonire preventivamente. Questa è una riappropriazione della narrazione da parte delle protagoniste: desideranti ma oggetti del desiderio maschile, dalla sessualità che viene impedita, negata, subordinata, e che agli occhi delle altre donne eterosessuali si ritrovano a interpretare male il ruolo di vittima.

Si suppone, infatti, che le vittime siano fatte in un certo modo, sottomesse, umili, bloccate, ma queste vittime non sono così, a quanto pare.

“Quella mattina ti prepari come se andassi in battaglia. Invece delle pitture di guerra, il make-up. (…) Vuoi fargli capire che non ha a che fare con una bambina. Hai ventitré anni. Naturalmente vuoi che ti desideri ancora, che rimpianga di averti perduta. Vuoi che più tardi, seduto a cena a casa sua, gli torni in mente la curva provocante delle tue anche”. (pag. 23)

Colpisce il modo brutalmente onesto con cui l’autrice disattende certi stilema narrativi solitamente applicati a un certo genere di fatti. È come se esistesse un “riconosciuto” per raccontare il sesso, lo stupro, l’abuso, il desiderio, i rapporti di sbilanciamento di potere che nella società occidentale sono impliciti e dati quasi per scontati, un “riconosciuto” che Lisa Taddeo ha deciso di ignorare totalmente, dando voce a delle voci che hanno un grande potere: sono estremamente libere.

L’eredità dello sguardo maschile

“Un’eredità che viene dall’essere vissute per otto secoli sotto lo sguardo maschile è che spesso le donne eterosessuali guardano le altre donne come le guarderebbe un uomo” (pag. 12)

Questo che cosa comporta rispetto alla percezione che il ‘pubblico’ ha del libro stesso? Che probabilmente nemmeno le donne riescono a leggere questo libro restando completamente distaccate dal sessismo che si portano dentro. La sensazione è che non abbiamo nemmeno iniziato a parlarne come si deve, e che queste sono le prime prove di qualcosa di più grande e profondo che coinvolgerà una generazione che non è la nostra. Ma che farà ancora parecchia fatica a leggere un libro come Tre donne senza sentirsi incredibilmente divisa “in parti”. Sospendere il giudizio, sospendere quell’eredità nella lettura di queste storie, non è facilissimo. In questo senso, la verità delle storie è qualcosa che proviamo costantemente a rimuovere, a riconfigurare come finzionale, ma che non riusciamo a dimenticare. La storia di Maggie, con il suo punto di vista adolescente sulla manipolazione predatoria dell’insegnante con cui si ritrova invischiata, o la scena dello stupro di gruppo che subisce Lina, sono racconti dell’orrore che sappiamo essere veri perché verosimili, credibilissimi, e che non vorremo vedere, che fatichiamo a trattenere.

Quale potere?

C’è un ulteriore livello di paura che nutre la posizione subordinata di questi personaggi: la mancanza di mezzi, di emancipazione, soprattutto economica. Non è cosa da poco: la liberazione e l’autoaffermazione, in occidente, si misurano soprattutto sulla base di quanto spazio di manovra, economicamente parlando, hai. L’autrice lo scrive sin dall’inizio quando dice che la madre non aveva paura della crudeltà maschile ma della povertà, e poi lo mostra nelle storie. Detto ciò, ci è quindi chiaro come Maggie, con un senso di timore reverenziale verso il professore, verso il mondo che rappresenta, si sia ritrovata in una certa posizione subordinata; di come Lina non riesca a divorziare perché disoccupata. La storia di Sloane, tuttavia, sembra voler negare la sufficienza del potere economico come alibi. Nonostante un’apparenza di successo e benessere, Sloane è comunque ingabbiata. È una donna che si è frantumata nello sguardo del mondo su di lei, che si piega a tutte le aspettative, con il corpo, con il peso, con l’estetica, con le azioni, che fa fatica a vedere e capire, davvero, cosa vuole lei per sé (e lo capirà solo confrontandosi finalmente con un’altra donna). Ma qui si mostra ancora di più come il precondizionamento culturale che manovra le azioni sotto un’apparente libertà di scelta sia presente nella vita di tutte.

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Come difendiamo le donne

È difficile definire chi sia il cattivo quando la stessa Taddeo apre il libro così:
“Quando mia madre era giovane, ogni mattina un uomo la seguiva mentre andava al lavoro e si masturbava alle sue spalle.” (pag. 11).

Più avanti la Taddeo aggiunge:

“Mi domando come abbia fatto una donna a permettere a un uomo di masturbarsi davanti a lei per così tanto tempo. Chissà se di notte piangeva. Era persino possibile che piangesse per quel vecchio così solo.” (pag. 21)

Dove è il confine tra chi agisce e chi lascia agire?

Quello che Taddeo sembra voler fare è dare a queste donne una voce talmente distinta, viva, riconoscibile, al punto che prima di condannarle le si possa quanto meno comprendere. Sono relatable, tutte. Insopportabilmente, aggiungiamo noi.
Il racconto di queste storie non si posiziona, come ci si aspetterebbe, nella vittimizzazione del femminile e nella mostrificazione del maschile, né viceversa, nell’attribuire alle donne la responsabilità delle vicende dolorose a loro capitate. Vediamo tutto, sentiamo tutto, ascoltiamo il loro punto di vista, un punto di vista che oggi più che mai, alla luce di certe narrazioni che imperterrite resistono al cambiamento, risulta necessario.

Tre donne ha aperto più questioni di quante non ne abbia risolte. Le difendiamo davvero le donne? Siamo capaci di essere onesti con noi stessi e quindi con gli altri? Come riusciamo a difendere le donne se una ‘parte di noi’ non crede che possiamo noi stesse raccontare qualcosa che ci è accaduto? Come riusciamo a difenderle se dubitiamo delle storie che ci vengono raccontate? Anche di queste scritte in questo libro? Se Taddeo stessa non trova spiegazione nel comportamento della madre? Forse, diversamente da Polly, siamo ancora divise in parti, una delle quali crede che ci meritiamo che ci accada qualcosa perché ci hanno insegnato a credere così?

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