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Non prenderla come una critica – La peste nuova di Fulvio Abbate

La peste nuova di Fulvio Abbate, pubblicato per La nave di Teseo, è la riscrittura integrale di un romanzo scritto dall’autore ventiquattro anni fa. Questo è un segnale bibliografico, ma pure una spia dell’atteggiamento autoriale rispetto al passato che si auspica rettificabile, migliorabile. Ma vado con ordine.

La trama, in pochissime parole, è questa: il protagonista, Guido Battaglia, è uno scrittore a cui due splendide ragazze affidano la missione di scrivere una barzelletta che possa salvare non solo la sua città, ma tutto il pianeta dalla morsa della peste. Guido Battaglia è l’alter ego dell’autore, ateo, laico, non vuole e non può salvare il mondo, ma può più realisticamente realizzare soltanto la propria felicità, l’unico compito che uno scrittore degno di questo nome può realizzare:

«Guido era comunque un “artista”, in che altro modo, se non artisti, scrittori, narratori, alle prese con l’ideale trigonometria dell’approssimazione dell’esattezza espressiva, devono essere considerati gli inventori di barzellette?» (p. 77)

Gli oggetti della devozione ininterrotta e l’artista

La barzelletta che dovrà scrivere Guido è del tutto marginale all’economia della vicenda: è un pretesto narrativo per parlare dell’inadeguatezza, la vera cifra simbolica di questo romanzo. C’è l’inadeguatezza di ogni liberazione dal male – che in concreto è rappresentato della peste – e l’inadeguatezza più sfuggente del passato come avevo anticipato.
L’inadeguatezza tout court è uno dei temi ricorrenti della produzione di Fulvio Abbate. Nei suoi libri il mondo è spesso descritto come un deposito, una raccolta, una merceria di rottami pronti a testimoniare che il brutto non esiste oppure, e contemporaneamente, che tutto può diventare bello, anzi: lo è già, perché anche gli oggetti kitsch e quotidiani, se caricati da un sentimento che li trascende, possono diventare sublimi monumenti, oggetti devozionali. E gli oggetti – già raccontati da Abbate nel suo Roma vista controvento e nel precedente Intanto anche dicembre è passato – circondano i personaggi de La peste nuova con ancora maggiore autorevolezza:

Massimo Ralli, un amico che non c’è più, durante le nostre mattinate trascorse a raccontarci di tutto un po’ nel suo ufficio in pieno centro, lanciando un’occhiata dalla finestra, indicandomi l’inferriata del balcone dirimpetto, ragionava con ironia dolente, battendo la mano sulla scrivania, di trovare inaccettabile che una misera ringhiera di metallo dovesse sopravvivergli; era l’accenno, il primo mattone di una riflessione sull’ingiustizia, non tanto del non essere pervenuti all’eternità dei corpi, piuttosto alla fisica elementare delle cose. (p.145)

La peste nuova si muove anche su un altro livello d’indagine – uno dei puntigli su cui questo autore torna più spesso – cioè sull’impossibilità di essere artisti in questo Paese, «tutto meno che artisti, semmai, come dicevo sempre, condomini» (p. 51). Guido è uno scrittore che non ammette l’ineleganza, il conformismo, la banalità e il «vezzo piccolo-borghese» (p. 68).

Un carburante nobile

In questo romanzo c’è il coraggio dell’affabulazione, dell’invenzione senza freni, c’è persino il lusso del realismo del corpo, che non è più solo l’odore del sangue di Parise, ma è quello di una scorreggia nel bagno di casa, è l’eros dei familiari in tutta la sua volgare ripetitività, è una slapstick, meglio, è una barzelletta:

Le madri dell’universo mondo, intanto, appaiono tutte in ginocchio, su sfondi di fòrmica le più povere, su sfondo d’argento le agiate, su fondali “Fornasetti”, con monete d’oro dell’epoca di Tiberio o di Galba lì stampate sul profondo luminoso verde, tutte però stanno prendendo in bocca i propri figli, e così, forse, pensano di metterli al sicuro nei propri astucci, nelle proprie guaine, lontano dal male del presente e della storia. Dove guaina è un sinonimo genitale. (p.28)

Abbate con La peste nuova cerca di uccidere la stupidità e il garbo piccolo-borghese. Ci riesce in più frangenti, opponendo alla sua miseria linguistica un campionario barocco di sillogismi e riferimenti sia sublimi che camp. Succede spesso in questo romanzo, ma senza serenità, con una certa cattiveria, forse perché per Guido Battaglia la banalità della borghesia è un nodo non ancora risolto. Non c’è indifferenza ma livore, e questo sentimento, in grandissima sintesi, è spesso amore non corrisposto.

Sulla sua moto da enduro era anche arrivato il collega in spolverino chiaro, sicumera d’impegno etico comunque glamour, da dispensatore di arpeggi alla chitarra acustica, pari al suo universo narrativo, proprio del racconto studiatamente etico. I suoi lavori nulla avevano d’autentico pathos, semmai ordinario intrattenimento dove anche il dolore era merito di un frottage letterario, da dépliant propri del turismo letterario (p.156)

Li trovavo, ahimè, privi di veri slanci, di coraggio autentico, segnatamente anche quel collega che faceva professione abituale di senzapaura in soprabito in panno del Casentino di colore arancione con collo di pelliccia di lupo e Maserati, tra rosario, kriss malese e complesso di Edipo, l’espressione sempre uguale come da commissario di film poliziottesco, convinto che prima o poi sarebbe giunto il suo momento, incapace di riflettere sul dato anagrafico (p.50)

Storia della peste attraverso le portinerie

Questo livore è un carburante nobile, e fa girare per tante pagine il motore narrativo de La peste nuova. Ma il rischio a cui si espone questo tipo di scrittura è quello di scaricare la sua energia contro le piccole ambizioni dei travet e dei burocrati dell’arte. Sarebbe perfino divertente se non fosse che il conformismo e la banalità sono sempre a fuoco, nitidi e inamovibili: la macchina ci si sfascia sopra senza rimedio. Quando invece La peste nuova indaga la materia del mondo attraverso la fantasia, raggiunge una bellissima misura che grossolanamente chiamiamo compassione, ma è qualcosa di più minuto e ineffabile:

Tutti noi abbiamo certezza della morte di Napoleone Bonaparte, sappiamo che l’uomo è deceduto a Sant’Elena ancora prima dell’invenzione della fotografia, c’è qualcosa di straziante nell’impossibilità di vederlo riprodotto su un dagherrotipo, dobbiamo invece fidarci delle pitture o delle miniature, dove l’uomo è comunque divinizzato nel magnetismo dello sguardo, vederlo su lastra come è accaduto invece al minuscolo, laggiù in lontananza, infinitesimale, eppure presente nella percezione sensibile, lustrascarpe senza identità di boulevard du Temple nel 1838. (p.142)

Eppure, anche lì, Enza, berretto da marmotta, accompagnata dal suo cocker, prenderà a ballare, terrà le braccia sollevate e intanto dondolerà il bacino, mostrando i fianchi e l’ombelico agli orchi portinai di guardia, continuerà a ricordarsi di noi; non saprà dimenticarci, non vorrà farlo, non ci porterà mai lontano dai suoi ricordi migliori, ci guarderà con gli occhi del topo, la pupilla della compassione. (p. 45)

Il piacere più notevole che si ricava da questo romanzo non è nell’aspetto della critica di costume – che sa essere pure divertente e sferzante, sempre che ci si intenda sul demi-monde che Abbate conosce fin troppo bene. In questo libro si decolla verso cieli poetici per precipitare in un attimo in portineria. È un romanzo che parla di rapporti umani attraverso un diaframma che ha la capacità di farli nitidi e contemporaneamente contestarli: la nostalgia, l’unico sentimento che può colorare l’indifferente scorrere del tempo.

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