fuoricollana, vita e narrazione
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Spiriti letterari. Una guida veloce ai cocktails più amati dagli scrittori

Fa troppo caldo per inserirmi in una polemica letteraria estiva. Abbiamo tutti bisogno di qualcosa di fresco, e soprattutto alcolico, da mandare giù. 

È per questo che voglio raccontarvi la storia letteraria di qualche drink con una tranquillità maggiore di quella del protagonista di American Psycho, (Bret Easton Ellis, Einaudi, trad.ne di Giuseppe Culicchia) che ingolla pastiglie di xanax per avere la giusta dose di concentrazione mentre prepara il suo drink preferito perché «Con una tale quantità di Xanax in corpo è molto facile concentrarsi unicamente sulla preparazione di un Cosmopolitan. Non pensi ad altro mentre versi succo di mirtillo, Cointreau e vodka al limone in uno shaker pieno di ghiaccio che hai tritato personalmente poi prendi un lime e lo affetti, spremi il succo dentro lo shaker e usi un colino per versare il cocktail dentro un enorme bicchiere da martini».

Potrei rispolverare e riportare in auge vecchi cocktails caduti in disgrazia o sorpassati da varianti meno letterarie, come il Gin Rickley, tanto caro a Francis Scott Fitzgerald: un cocktail a base di zucchero, succo di limone e gin, che compare sia ne Il Grande Gatsby (Mondadori, traduzione di Fernanda Pivano), che in Tenera è la notte (traduzione di Vincenzo Latronico), resoconto dei turbolenti e festosi anni europei in compagnia di sua moglie Zelda. Fitzgerald era un grande amante del gin, convinto com’era che fosse l’unico spirito a non rovinare l’alito di chi lo beveva. Ma non disdegnava miscele più impegnative, come quella che compare in Belli e dannati (Minimum Fax, traduzione di Francesco Pacifico): «Salirono a casa sua e Anthony fece scorrere il tavolino a scomparsa degli alcolici, scegliendo vermouth, gin e assenzio come stimolante perfetto all’occasione». Geraldine si accoccola sul divano. «Ma ogni giorno bevi qualcosa e hai solo venticinque anni. Non hai ambizioni? Non ti chiedi come sarai a quarant’anni?». «Spero francamente di non vivere tanto a lungo».

E se il compagno di bevute parigine di Fitzgerald (a proposito: ma nessuno avrebbe voluto essere al posto di Owen Wilson in Midnight in Paris per trovarsi a brindare con la Lost Generation?), Ernest Hemingway, è noto tanto per le sue opere e la sua inquieta biografia, che per la capacità di ingollare Mojito e Daiquiri facendo la spola tra La Boteguita del Medio e il Floridita de L’Avana fino a stramazzare, per poi resuscitare grazie a qualche Bloody Mary, meno noto è il rapporto di puro amore di William Faulkner, connazionale e vincitore come Hemingway del Nobel per la letteratura, per il bourbon, il tipico whisky di mais del sud degli Stati Uniti, che lo porterà a sentenziare, lapidario: “La civiltà è iniziata con la distillazione”. L’autore di Santuario (Adelphi, trad.ne di Mario Materassi ), che morirà alcolizzato nel 1962, scriveva in compagnia di una bottiglia di bourbon, se possibile declinata nel suo cocktail preferito, il Mint Julep, a base di bourbon, sciroppo di zucchero e foglie di menta. 

E quando non sono gli stessi scrittori a spiegare nei dettagli i loro cocktails preferiti agli stessi bartender, come nel caso di Tennessee Williams e del suo Ramos Gin Fizz, ancora oggi bevuto in suo onore a New Orleans, allora il compito pedante e gravoso è lasciato agli stessi, indimenticabili, personaggi letterari. Oltre allo stranoto Vesper Martini “agitato e non mescolato” di James Bond, nato dalla penna e dalla sete di Ian Fleming, anche il detective Philip Marlowe, nato dal genio noir di Raymond Chandler, ne Il lungo addio (Feltrinelli, traduzione di Oddera B.) si preoccupa di fornire informazioni dettagliate sugli ingredienti del Gimlet: “Un vero Gimlet è metà gin e metà Rose’s Lime Juice (succo di lime e zucchero nda). Nient’altro.”.

Un consiglio: se fossi in voi eviterei di utilizzare nelle miscele casalinghe il Victory gin, alimento chiave – e obbligatorio – nella dieta dei cittadini di Oceania in 1984 (George Orwell), che non deve avere un gusto particolarmente felice se viene descritto in questi termini: “era come acido e, per di più, quando lo si manda giù si ha la sensazione di venire colpiti dietro la testa con una mazza.”.  

Attenzione a non esagerare o vi ritroverete ad essere un’appendice del meraviglioso libro di Olivia Laing (di cui avevamo già parlato qui), scrittrice e giornalista inglese, Viaggio a Echo Springs – Storie di scrittori e alcolismo – (Il Saggiatore, trad.ne di Francesca Mastruzza e Alessia Pugliese). La storia e la parabola di una serie di macchine da bevuta che, incidentalmente, erano anche dei grandissimi scrittori, con una lunga serie di aneddoti memorabili, come il primo incontro, sublimato da una bottiglia di vodka scadente, tra un trentacinquenne Raymond Carver e l’ormai anziano professor John Cheever nello studentato dell’università dell’Iowa nel 1973.

Potrete trovare tutte le ricette dei cocktails menzionati in questo articolo qui: https://www.bargiornale.it/wp-content/uploads/sites/4/2020/02/Cocktail-list-ufficiale-Iba-2020.pdf . Tra le altre c’è anche il French 75, discendente diretto della miscela di gin e champagne, addizionata con limone e zucchero, tanto amata da Charles Dickens.

Magari, alla fine di quest’immersione tra drink e scrittori, e dopo un generoso numero di prove e tentativi con ghiaccio e shaker, ci ritroveremo tutti, il giorno dopo, nell’incipit de Il Nuotatore di Cheever (Feltrinelli, trad.ne di Marco Papi) : “Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: Ho bevuto troppo ieri sera”.

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