ABC, analisi e critica
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La scrittura alcolica: “Viaggio a Echo spring” di Olivia Laing

Fare la propria parte

Tempo fa, quando volevo capire cosa significasse sognare ripetutamente uno tsunami che mi spazzava via dalla faccia della terra, ho letto un libro che si intitola Psicanalisi delle acque. La frase che sembrava facesse al caso mio mi sembrò questa: 


L’acqua mi accarezza, mi culla e mi sorregge, a patto che anche io faccia la mia parte. 

In qualunque situazione, anche quella più confortevole, è necessario uno sforzo personale perché la medesima situazione non si trasformi in un trappola. È questa la prima immagine che mi è venuta in mente leggendo Viaggio a Echo spring. Storie di scrittori e alcolismo di Olivia Laing.

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foto di alex knight

Obiettivo del libro: il mobiletto dei liquori

L’obiettivo del libro è chiaro fin dall’inizio, limpido nella sua semplicità come l’argomento di una tesi di laurea:

Volevo sapere cosa spinge le persone a bere e quali effetti ha su di loro. Nel caso specifico, volevo sapere perché gli scrittori bevono e come questa miscela di spiriti si è ripercossa sull’organismo della letteratura.

Poi la Laing dichiara il suo metodo:

Se avevo una qualche minima speranza di capire gli alcolisti – che peraltro popolavano anche la mia vita da adulta – dovevo esaminare il residuo che avevano lasciato nei libri.

e trasporta metodo e obiettivo già nel titolo del libro: Echo Spring è infatti una locuzione tratta da un’opera teatrale che – anche se non sembra – ha un legame diretto con l’alcolismo.

Una battuta particolare della “Gatta sul tetto che scotta” mi ha accompagnato per anni. Brick, l’ubriacone, viene convocato da suo padre. Big Daddy è in vena di chiacchiere. Dopo un po’ Brick gli chiede la stampella. «Dove vai?» chiede Big Daddy, e Brick risponde «A fare una gitarella a Echo Spring». Fisicamente, Echo Spring non è altro che il nomignolo dato all’armadietto dei liquori e deriva dalla marca di Bourbon lì custodito. Simbolicamente, però, si riferisce a una cosa molto diversa: forse alla conquista del silenzio o alla cancellazione dei pensieri inquieti che subentrano – almeno temporaneamente – dopo una sufficiente quantità d’alcol.

Oramai il mobiletto dove si tiene l’alcol esiste solo in certi tipi di case o negli alberghi, eppure sappiamo tutti più o meno cosa significa andare verso quel pezzo di arredamento. Tutti abbiamo provato sollievo nello stordimento di una sera in cui allegramente si è bevuto un goccio di troppo. Eppure, eppure: ecco che quello che può sembrare il sollievo di un attimo, il passatempo di una serata, può diventare l’incubo di una vita, se non si fa la propria parte. E c’entra sempre un liquido che – se non è l’acqua di uno tsunami – è l’alcol. Per i sei scrittori americani che la Laing ha scelto di raccontare “fare la propria parte”, quando si è trattato dell’alcol, è stato semplicemente impossibile. 

Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Tennessee Williams, John Cheever, John Berryman e Raymond Carver: sei storie in parte simili (tutti raccontavano di aver avuto una madre oppressiva e un padre debole) segnate dall’amore per l’alcol e da una strana coincidenza: l’ossessione per l’acqua; due liquidi potenzialmente letali. Cheever e Williams erano infatti grandi nuotatori, Hemingway e Fitzgerald avevano in comune l’amore per il mare. Carver aveva un rapporto simbiotico con le veloci acque dei torrenti di Port Angeles, soprattutto nei suoi ultimi e felici anni. Berryman, purtroppo, non ha usato l’acqua per redimersi, come Carver, ma per porre fine alla sua vita.

Da dove sto scrivendo

Olivia Laing, inglese, autrice del più noto Città sola per scrivere questo libro va in America e intraprende un viaggio sulle orme dei sei scrittori. Da New York a Seattle, passando per New Orleans. Il viaggio però è chiaramente solo un pretesto: la Laing sa già tutto di questi uomini e va in America solo per allontanarsi dalla sua storia, per avere maggiore prospettiva.

Ci sono alcuni argomenti che non si possono affrontare a casa, così all’inizio dell’anno avevo lasciato l’Inghilterra per venire in America, un paese a me quasi del tutto sconosciuto. Volevo un po’ di tempo per pensare, e ciò a cui volevo pensare era l’alcol. (…) 

Con questo approccio la Laing non solo ha trovato le tracce che l’alcol ha lasciato nei libri di questi scrittori, ma ci restituisce un compendio di psicologia, psichiatria e medicina molto accurato. La ricerca delle cause dell’alcolismo parte, per lei, da lontano. Il vecchio Merck Manual di medicina (1992) proclama: 

“La causa dell’alcolismo è sconosciuta”. 

Più avanti nel libro, e più avanti con le ricerche, si legge:

“È assodato che nell’alcolismo l’ereditabilità si attesta intorno al 50% (…). Pertanto, le influenze genetiche e ambientali hanno uguale importanza nel determinare lo sviluppo dei disturbi da dipendenza, sebbene le proporzioni di rischio possano variare a seconda dei gruppi sociali”.

Così, la Laing cerca di dare risposte alle domande che gli scrittori di cui parla si sono posti in diverse fasi della loro vita. Forse siamo diventati alcolisti perché i nostri parenti lo erano? È ereditario? È genetico? Non esiste una risposta univoca. L’unica certezza è che, bevendo, hanno tentato di proteggersi dalle ingiustizie del mondo, dai figli sempre in cerca di soldi, dalle delusioni amorose e da quelle professionali (sembra impossibile ma Il Grande Gatsby fu accolto freddamente dal pubblico e dalla critica).

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foto di milkovi

Quali tracce e dove

Il nuotatore di John Cheever, secondo la Laing, è il racconto che racchiude più di tutti la parabola discendente e oscura di un uomo alcolizzato. Le tracce della dimestichezza con l’alcolismo si rintracciano ovunque in questo scritto, nelle piccole parti e, naturalmente, nel disegno d’insieme. Il tema è chiaro già dall’incipit: Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere «Ho bevuto troppo ieri sera.»” Con le tracce raccolte nei suoi scritti, la Laing trasmette la sensazione di un alcolismo rinnegato dallo stesso Cheever, della triste consapevolezza della mancanza di lucidità e perdita della memoria che l’alcolismo comporta.

Per Tennessee Williams l’alcolismo era l’arma con cui tutti i suoi personaggi combattono e allo stesso tempo il mostro contro il quale devono combattere. Anche lui aveva combattuto.

Da adolescente, Williams era di una timidezza patologica e arrossiva ogni volta che incrociava lo sguardo di qualcun altro. Non sorprende che al suo primo viaggio all’estero fosse stato colto da un attacco d’ansia paralizzante. 

Un alcolismo più virile è invece quello di Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald. La Laing analizza soprattutto le tracce che l’alcol ha lasciato nella loro corrispondenza: i battibecchi epistolari tra Fitzgerald e Hemingway fanno luce su un ulteriore capitolo dell’alcolismo: quello che riguarda il mentire e il vantarsi.

L’incapacità di Fitzgerald di tollerare l’alcol spiazzava e disgustava Hemingway al contempo. In una riflessione dai toni saputi e vagamente medici (…) scrisse: “Ma era difficile reputarlo un alcolizzato, date le sue reazioni a dosi di alcol così modeste. Allora in Europa il vino era considerato normale come il cibo, non solo, ma anche elargitore di gioia e benessere e felicità.”

Quasi come se fosse una gara, e come se non fosse ‘da uomini’ non tollerare l’alcol, Hemingway parla molto duramente dell’amico. Il quale risponde, tempo dopo, con un saggio sull’insonnia in cui, sottostimando la propria, forse per soggezione, dice di quella di Hemingway che è “insuperabile”.

Per John Berryman scrivere e bere correvano su due binari paralleli. Veniva ricoverato e insegnava, poi perdeva i sensi, si spaccava un braccio ma scriveva, scriveva comunque. Non riuscì mai a pentirsi davvero di quello che faceva col bere e non si vedeva irrecuperabile.

Una volta dimesso, rimase sobrio per dodici giorni, poi riprese a bere. Nel frattempo ci fu un breve periodo di lavoro euforico: nuovi versi, un’altra chance con la biografia di Shakespeare.

Per Raymond Carver l’alcol è stata una fuga dall’amarezza e l’autocritica feroce. Carver aveva sempre voluto scrivere, ma un matrimonio precoce e dei figli avuti in giovane età sembravano essere lì per impedirglielo.

Durante gli anni dell’alcolismo pubblicò tre libri di poesie, e scrisse quasi quaranta racconti, tra cui Vuoi star zitta, per favore? Di’ alle donne che usciamo, Principianti, e Con tanta di quell’acqua a due passi da casa. E nel frattempo ebbe diverse amanti e trascinò la famiglia per il paese. 

Sembrava riuscire a tenere testa ai suoi problemi, eppure anni dopo in un’intervista dichiarò:

Avrò iniziato a bere seriamente dopo aver capito che le cose che avevo voluto di più al mondo, per me stesso, per la scrittura, per mia moglie e per i miei figli non sarebbero mai arrivate.

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foto di matthew henry

Cosa resta

A differenza delle tesi di laurea il libro della Laing non ha una conclusione. È estremamente episodico, e non dà nessuna risposta. Quello che si può ricavare dalla lettura di questo libro è la consapevolezza che questi scrittori – grandi, famosi, eccessivi – nascondevano ancora dentro sé stessi un bambino disperato e offeso e che il bere era per tutti loro un modo per proteggersi dall’infuriare delle tempeste emotive. 
Una seconda riflessione può esercitarsi a un livello del tutto ipotetico: gli scrittori di cui si narra erano tormentati e disperati e il lettore potrebbe pensare che non avrebbero scritto opere di così alto ingegno se non avessero vinto i loro mostri interiori da ubriachi. Ma è davvero tutto merito dell’alcolismo? Non è ipotizzabile invece pensare il contrario? Ovvero: quante cose avrebbero scritto in più e più belle se non lo fossero stati? Cosa sarebbe stato capace di inventare Berryman se non fosse stato costretto più volte al ricovero? E Hemingway, se non si fosse sparato? Dopotutto Carver ha continuato a scrivere anche quando era serenamente sposato con la poetessa Tess Gallagher e pescava placidamente trote iridate nel fiume completamente astemio. 

Si dice che gli scrittori non siano persone comuni, e anche il più disciplinato a cui riesco a pensare, lo scrittore giapponese Haruki Murakami, ha deciso di diventare scrittore quando una pallina è entrata nel guantone di un giocatore durante una partita di baseball. Che tanto normale non è.

Ma la sensazione ultima che rimane dopo aver letto il libro è questa: se si pubblicano così tanti libri sugli scrittori e non sui pittori, se la vita dello scrittore è così importante per capire la sua opera – l’attività interpretativa di solito è osteggiata per quanto riguarda la vita dei registi di cinema, ad esempio – è solo perché la scrittura ha un rapporto con la vita diretto, analogico, differente dalle altre forme d’arte. Come dice Rachel Cusk: 

Tutti i problemi di scrittura sono problemi di vita. E tutti i problemi di creatività sono problemi del vivere. E sono condivisi da tutti.

 

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