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Non prenderla come una critica – “Libro del Sole” di Matteo Trevisani

Vorrei incominciare scrivendo «A noi due», cioè con la stessa «affettuosa intimidazione» che Bufalino dedica al lettore delle Menzogne della notte. Voglio che l’eventuale lettore di questo discorso sia quanto più avvertito della parzialità del mio punto di vista, e del suo essere transitorio. Si può capire davvero il mondo senza aver fatto alcune esperienze? Posso comprendere cosa significhi la parola fratello, ma non conosco l’amore fraterno perché figlio unico. Quindi si possono capire pienamente certi libri senza conoscerne il significato più intimo? Sono agnostico e materialista. Leggo i Vangeli come altissimo testo narrativo di ineguagliata potenza espressiva. Afferro l’importanza che rivestono per la nostra civiltà. Ma non ho fede: senza quella forse non posso conoscere il significato più profondo del Vangelo. Al più ne posso fare una lettura artistico-letteraria, o filologica. Il resto mi è precluso.

Senza questa premessa qualsiasi cosa scriva sul Libro del Sole di Matteo Trevisani sarebbe falsata e velleitaria, quindi, a noi due.

Gli avverbi narrativi

Il romanzo si muove su due livelli: uno di superficie, prettamente narrativo. Un altro astronomico e iniziatico.

Partiamo dall’aspetto strutturale: Libro del Sole è una quest amorosa. Eva, la protagonista del romanzo, è una giovane astronoma impegnata nella ricerca di Andrea, il grande amore della sua vita, scomparso dopo un’aurora boreale che brucia il cielo di Roma. Andrea è molto più di uno studente: è un moderno Cagliostro, un alchimista, un esoterista. Eva in questa ricerca scoprirà che la sua vita e il mondo non sono come sembrano, trasfigurati da Trevisani con ombre ed enigmi:

Se Roma era stata il disegno vivente di un progetto stellare, allora ciò che avveniva lassù continuava in qualche modo a riflettersi su quello che succedeva nelle strade, nelle piazze, su quello che animava gli androni e i cortili nascosti dei palazzi. Anche se la gente che la abitava aveva cominciato a muoversi scomposta, mi pareva che la città fosse l’esempio perfetto dell’assoluta serenità imperturbabile del cosmo (Libro del Sole, pg 40).

Siamo in un atmosfera che personalmente trovo antipatica, quella dell’immanentismo e dello spiritualismo (che non condivido appieno). La stessa delle case editrici specializzate nell’occultismo (casualmente quelle dove si muove il protagonista del primo romanzo di Trevisani), nel Dylan Dog più sulfureo, nel complotto che Umberto Eco descrive nel Pendolo di Foucault. Ma se l’esoterismo di Eco è uno scherzo che serve a spiegare la società letteraria, la fiction di Trevisani non si stempera nel gioco colto, anzi chiede la stessa sospensione dell’incredulità per mostrare un modo d’osservare il mondo, che ripeto, non m’appartiene. Questo succede però con una certa grazia, con grande coerenza strutturale.

La spia che segnala questa seriosità di fondo è grammaticale. Anzi, statistica: le locuzioni avverbiali, gli avverbi qualificativi, di quantità e luogo sono rarissimi. Per esempio gli avverbi di tempo più usati nel libro hanno poche occorrenze in un testo di oltre 180 pagine: ora 30 occorrenze, adesso 11 occorrenze, ormai 12 occorrenze e così via. In questo romanzo tutti quei marcatori che orientano geograficamente e temporalmente il significato della frase, in breve la sua resa realistica, sono attenuati.

Cassola, Bassani e Brancati utilizzano gli avverbi per una resa naturalistica. Paradossalmente anche Ortese e Manganelli erano dei naturalisti dell’altrove. Anche gli incubi comici di Wilcock si reggono su questa resa: sugli avverbi.

Il tono scelto da Trevisani invece è sottile, rarefatto e originale a un tempo. Così originale per modi e tematiche che quasi si tira un sospiro di sollievo quando si concede, oltre a quell’unico visibilmente, delle locuzioni familiari:

Andrea indicò un ragazzo in giacca e cravatta visibilmente ubriaco che parlava con una mia amica cercando di rimorchiarla. Lei sembrava divertita, e lui prendeva quello slancio come una possibilità di successo (Libro del Sole, pg 23)

sole

Il segreto dell’oro

Ci troviamo di fronte a un romanzo gotico, spiazzante, romanocentrico. Romanzo d’amore e alchimia, esemplare. Ma esemplare è specularmente anche qualcosa di riproducibile. Traduco: Trevisani può fare scuola? Azzardo un no. Sebbene certe tematiche del Libro del Sole abbiano la radiazione di fondo di alcuni libri del Saggiatore, di Tunué e Altrove (un nome, un destino) di Michele Vaccari – la stessa di quel canone weird di così difficile inquadramento – qui abbiamo un pezzo unico: a fare uno stampo del Libro del Sole si scivolerebbe involontariamente nella parodia. L’immaginario di Trevisani parla accidentalmente italiano, ma non ricorda nessuna delle tendenze che hanno e stanno facendo scuola in Italia. E non sembra nemmeno una reazione alla polisemia della non-fiction perché Libro del Sole chiede un abbandono irrazionale alla fiction e alla reticenza, lontano dai territori dell’auto-biografico. Prendiamo il forno alchemico che Eva utilizzerà nel finale del libro:

Tutte le notti lavoravamo al forno. L’astronauta mi insegnò come fare, prima aiutandomi con gli strumenti e poi osservandomi da vicino. La fornace gli illuminava il viso sudato, ma forse quello che gli vedevo grondare dalle guance erano anni di ostinazione e un tipo di durezza che gli uomini possono usare solo su se stessi. Ben presto la spossatezza lasciò il posto a una nuova energia (Libro del Sole, pg 126)

La trasformazione richiede coraggio, Eva. Il metallo che entra nel forno non è lo stesso che ne esce. Devi bruciare insieme al piombo nel cuore del forno, per sapere se ne uscirai viva, o se non ne uscirai affatto. Non c’è altro modo. (Libro del Sole, pg 127)

Smisi perfino di sognare, perché il mio inconscio non aveva più nulla da suggerirmi, e non c’era più la veglia a delimitare quel passaggio. Ero diventata una cosa sola, tutta intera. Di notte il calore della fornace mi arrossava la faccia, facendomi sudare. Dovevo imparare a gestire il materiale grezzo mano a mano che prendevo possesso del mio corpo. (Libro del Sole, pg 131)

E quando dal piombo del forno estrassi una minuscola pagliuzza dorata, seppi che ci ero riuscita. Io non ero più io. Ero diventata d’oro (Libro del Sole, pg 142)

Abbiamo accesso all’interiorità di Eva, conosciamo la catena di motivazioni che la fanno muovere per tutto l’arco narrativo, conosciamo le sue sofferenze e i suoi conflitti interiori. Abbiamo in buona sostanza una prima persona generosa di particolari quando deve generare empatia nel lettore, ma profondamente omertosa quando deve spiegare qualcosa di pratico come la trasformazione dell’oro alchemico.

Ri-traduco, sembra che Eva parli a dei complici, alla sua stessa comunità di iniziati. La fine qualità di questo romanzo non è nel volontario ammiccamento tra protagonista e lettore, ma nella domanda ingigantita di pagina in pagina: le storie di finzione sono più efficaci nella sincerità o nel riserbo?

Torniamo a noi: chi ha fratelli conosce davvero soltanto i suoi.

Il Libro del Sole ha tutte le carte in regola per essere un romanzo kitsch, appaiato al misticismo pop di Dan Brown e di altri cloni del complotto. Invece è un bel romanzo, un romanzo di formazione con un nucleo tematico estraneo alle convenzioni realistiche tipiche di quell’apparato formale. Escapismo, utopia e misticismo sono filtrati da una voce letteraria che padroneggia il giudizio estetico, che trova l’intellettualismo e il sé, limiti strutturali alla conoscenza. Nella cartella stampa del romanzo si legge «Matteo Trevisani torna con un grande romanzo di amore e conoscenza segreta». Credo sia un ossimoro accostare la conoscenza al segreto. In fondo lo scopo della conoscenza non è quello di conoscere tutti, infinitamente? Ma questo romanzo (e la realtà, in effetti) dice il contrario, l’infinito purtroppo non appartiene alle cose umane, e tutti è solo un’approssimazione.

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