fuori serie, visione
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I Golden Globe 2021: le nuove serie da vedere in un campionato che ha escluso la serie vincente.

La notte fra il 9 e il 10 febbraio 2020 non ho dormito. Non era ancora esplosa (almeno a livello visibile da quaggiù, in mezzo alla massa) quella che poi sarebbe diventata la causa principale di insonnia dei mesi successivi, eppure mi ricordo che quella notte sono rimasta sveglia e felice per un motivo molto preciso: seguire gli Academy Awards in compagnia, seppure virtuale, dalla pagina di Visionari, e commentare i vincitori. Soprattutto, festeggiare Parasite, perché a vincere l’anno scorso è stato, per la prima volta, quello che era davvero il mio film preferito. 

Parte della bellezza dei premi, che siano cinematografici o letterari, risiede nella loro componente collettiva. Il potere aggregante delle storie che si trasforma in rituale tifoso. Il tifo bello, quello per e non quello contro, quello per cui si cammina nel mondo all’interno di una comunità immaginaria aggregata da un riconoscimento profondo (in un simbolo, in una maglietta, in una storia), quello per cui se vince il tuo film preferito sei felice – ma se non lo candidano neanche, ti passa la voglia di seguire il campionato. Alla luce di tutto ciò, stanotte non sono rimasta sveglia ad aspettare la premiazione dei Golden Globe, nonostante venissero premiate le serie, la “forma” delle storie che al momento mi interessa di più. Ma il perché ve lo dico dopo. 

I premi però sono anche l’occasione per scoprire nuove serie, nuove uscite da tenere d’occhio per le stagioni successive, che ci faranno compagnia, si spera, con delle storie solide, nell’investimento di fiducia e di passione che la serialità richiede. Molte le nuove uscite candidate quest’anno, soprattutto tra le comedy, ed ecco quali sono quelle che meritano (e quali invece potete risparmiarvele, se volete).

Le nuove uscite comedy 

n questa categoria ci sono esclusivamente nuove produzioni, salvo Schitt’s Creek, che dopo il trionfo degli Emmy si è aggiudicata anche questa meritatissima vittoria. Tra queste, colpisce la presenza di due serie che partono dallo stesso presupposto: un* cittadin* american* va in Europa caric* di belle speranze e portatore di americanità. La questione meriterebbe un’analisi più approfondita di come questi due prodotti siano sintomo di un’epoca e di un contesto molto specifico, di come riprendano una certa purezza originaria dell’eroe americano e lo riportino alla frontiera, una frontiera che è tornata indietro, dopo aver fatto il giro lungo ed essersi spostata fino allo spazio. Entrambe le serie mettono infatti in discussione che cosa significa essere american, e lo fanno, attraverso il magnifico e funzionalissimo filtro della commedia, nel confronto con l’Europa. 

Emily in Paris, grande successo Netflix, la storia di Emily che viene mandata a fare da supporto social media nell’ufficio di un’agenzia pubblicitaria a Parigi, e Ted Lasso, meno conosciuta (su Apple TV+), è la storia di un allenatore di football americano che si ritrova ad allenare una squadra di Premier League. Laddove però Emily in Paris cammina in un solco pavimentato di stereotipi e gag sulla Francia e i francesi – sigaretta accesa – già viste almeno un milione e mezzo di volte, con una protagonista totalmente e inesorabilmente entusiasta della vita anche di fronte al fidanzato che la molla poco prima di partire e al rischio di essere licenziata dieci volte al giorno (Emily sembra l’opposto dell’ansia millennial, e in questo senso è quasi un antidoto, salvo poi che ci venga detto – ma non mostrato – che è un’ossessiva del controllo e dell’ordine, come se una qualche forma di difficoltà di gestione debba per forza averla a compensare quell’entusiasmo innocente, e se non la vediamo è perché “noi” non stiamo guardando bene. Ehm, no.), Ted Lasso è una serie “feel good” piena di buoni sentimenti e tutto il coraggio che serve a mostrarli senza vergogna. Ti riappacifica con il mondo, è una riscrittura della cultura dello spogliatoio che viene smantellata a botte di battute assolutamente consapevoli e infornate di goduriosissimi shortbreads. La mascolinità di Ted Lasso è una mascolinità non bellicosa, gentile, detossificata, ma non è la negazione naive in cui sembra vivere Emily. La parte oscura della vita di Ted ci viene mostrata sin dal pilota, mentre di Emily possiamo solo supporre che esista (o sperare che lei si trasformi in una serial killer nella seconda stagione).

Altra nuova uscita degna di nota è The Flight Attendant, una gran bella scoperta con un’ottima e super irritante Kaley Cuoco nei panni di Cassie Bowden, un’assistente di volo festaiola che si trova coinvolta in un omicidio con contorno di spionaggio industriale. Il crime serve da mappa sulla quale vediamo snodarsi tutta la decostruzione del personaggio di Cassie e del suo trauma presente e passato. È una buona serie, con un’ottima cura dei dettagli e delle profondità psicologiche in atto, pennellate con pezzi di dialogo curatissimi qua e là (talvolta un po’ troppo didascalici, vedi alcuni stralci di conversazione tra i due detective dell’FBI – la donna nera talentuosa che si ritrova il ragazzetto bianco super entitled e pieno di sé come partner allo stesso livello). Anche qui, l’imbastitura comedy che ricorda un po’ Killing Eve, un po’ Russian Doll per i ritmi, non fa da schermo opaco ai grossi problemi di Cassie, che man mano vediamo prendere forma in tutto il suo essere una personaggia complessa e problematica, profondamente disturbata e danneggiata. Se devo trovare un difetto a questa prima stagione si tratta di un  problema di dosaggio del ritmo, che risulta un po’ troppo ansiogeno pur nel suo essere deliziosamente paradossale. Mi avrebbe fatto comodo prendere fiato qua e là (e di sicuro avrebbe fatto comodo a Cassie). 

L’ultima serie della lista è The Great, una serie Hulu uscita in Italia su Starzplay che racconta la storia della giovanissima Caterina La Grande di Russia. The Great è una fantasia (la mia) che diventa realtà. Spesso, di fronte a serie drama non riuscite, mi chiedo se e come avrebbero funzionato in versione comedy. L’anno scorso la meravigliosa Helen Mirren non è bastata a salvare Catherine The Great, miniserie HBO a tratti imbarazzante. La comedy, sebbene tratti di anni diversi (la giovinezza di Caterina contro i suoi ultimi vent’anni) e non si ponga come una serie storica, funziona.

Le nuove uscite: drama

Sono solo due, che vanno a riempire la categoria dove tra Ozark e The Mandalorian trionfa la gigantesca The Crown, già vincitrice nel 2017: Ratched e Lovecraft Country

Ratched è la serie Netflix di Ryan Murphy ispirata all’infermiera del capolavoro di Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo. Una serie murphyana in tutto e per tutto, con le sue atmosfere glamour e terrificanti, l’estetica curatissima (un piacere per gli occhi) su cui il sangue spicca ancora di più, ma anche sulle esagerazioni, il calderone di mostruosità di American Horror Story che incontra lo stile d’epoca di Hollywood e Feud e il brillante dialogo di The Politician. Peccato che ci si perda un po’ in tutta questa confusione, ma non ci si stanca di guardarla, non foss’altro che per la bellezza della fotografia, la bizzarria dei personaggi, l’eleganza dei costumi e la cura dei movimenti di camera. 

Di Lovecraft Country abbiamo parlato anche durante il nostro ultimo incontro del 2020 di Visionari. È una serie fresca, vivace, che riprende l’universo immaginario dello scrittore H.P. Lovecraft riscrivendone i confini e trasformandolo in una metafora horror del razzismo americano. Ha il pregio grandissimo di riportare al centro la struttura verticale e l’autoconclusività dei singoli episodi, pur restando all’interno di una trama orizzontale molto avvincente e organica di suo, che in teoria poteva bastare, come accade di solito nelle serie drama. Con Lovecraft Country si ritrova, invece, il piacere di guardare un singolo episodio nella sua pienezza, senza quella fretta di arrivare alla fine della stagione, fretta che in genere induce al binge watching soprattutto quando c’è da scoprire il “mistero”. La serie prende ispirazione dall’omonimo romanzo di Matt Ruff con il quale dialoga in maniera diretta e metanarrativa, La riscrittura del paradigma lovecraftiano mantiene intatte le atmosfere e il weird di Lovecraft ma lo spoglia di tutti gli elementi di suprematismo bianco di cui era intriso. Sullo sfondo, l’America anni ’50, segregazionista, con vive e floride le leggi del Jim Crow System, che stavano lì dalla fine della guerra civile e dall’abolizione della schiavitù, la guerra di Corea, spesso definita the forgotten war perché non è analizzata né rappresentata tanto quanto la guerra in Vietnam, ma è stata forse la fase più acuta della Guerra Fredda -quella con l’incubo del nucleare vicinissimo-, e il massacro di Tulsa. In un’immediata eco di Watchmen, la serie ribalta la prospettiva sulla storia, usando Lovecraft come strumento per mostrare l’altro punto di vista. Qui a far paura non sono i mostri, che anzi sono super pop, ma i bianchi, che si mostrificano, pronti a inghiottire e a fare a pezzi i neri.

Le miniserie, ovvero del perché il gioco ha smesso di interessarmi da subito

Tornando al perché non sono rimasta sveglia stanotte: perché in questo campionato non è stata ammessa la mia squadra del cuore. E sì, se non si fosse capito, sto ancora parlando di I May Destroy You. La serie di Michaela Coel non è stata ammessa alla sua categoria, dove le sono state preferite altre storie, di cui almeno una non meritava affatto di starci: The Undoing. Con tutto il rispetto e i complimenti per la vincitrice La Regina di Scacchi, la mancanza della serie di Coel è imperdonabile.

Quindi in questo vuoto cosmico, in questo lunedì post premiazione, dico ad alta voce che doveva vincere I May Destroy You. Badate bene, non ho scritto doveva essere candidata, ma proprio vincere. 

Se nel pezzo linkato sopra ho parlato di come I May Destroy You sia una narrazione potentissima per come è fatta, per le modalità e la sapienza tecnica che usa nel resoconto e nella rappresentazione dei temi, per come dialoga con il reale senza mai essere didascalica, innocua, comoda, adesso, a distanza di quasi un anno dalla sua uscita, mi sento di lasciarmi andare alla recensione entusiastica: questa è una serie bellissima, una delle serie più potenti, emotivamente coinvolgenti, devastanti e allo stesso tempo divertenti che io abbia mai visto. Viva, vivissima, come solo forse le ultime due serie di Russel T. Davies riescono ad essere (Years and Years e It’s a Sin).

Funziona a tutti i livelli e riesce a essere interessante su qualsiasi base e parametro la si guardi. È un lavoro straordinario di un’artista straordinaria, che l’ha scritta, diretta e interpretata, con dei picchi di umorismo in una trama dolorosissima, e con una scrittura certosina le cui svolte di trama sono tutte sapientemente pianificate. Era la serie dell’anno, poteva esserlo in tutte le categorie. E per me, indipendentemente da come sia andata stanotte, ha vinto lei. 

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