fuori serie, visione
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“I May Destroy You”: il come prima del cosa.

SPOILER ALERT: in questo articolo si fa riferimento a dettagli della serie nel titolo in maniera profusa, per cui se odiate gli spoiler vi conviene leggerlo con la mano davanti agli occhi 😉

Qualche giorno fa, Francesca De Lena scriveva, su Facebook, una cosa che dice sempre e che non ci stancheremo mai di ripetere qui: non è tanto il “cosa” si racconta a essere rilevante quanto il “come”. Ecco, se per I May Destroy You, come per la maggior parte delle storie che scelgo di analizzare, il cosa ha comunque sempre un suo accordo con le mie ragioni d’interesse, quello che colpisce più di tutto in questa serie è di sicuro il come, sotto più punti di vista.

Ma partiamo dal principio. 

Proprio la prima scena, sì. 

La prima scena stabilisce non solo l’attacco, il tono, ma è una scelta precisa di messa a fuoco. Quando questa si limita a un’inquadratura fissa di qualche secondo, sappiamo che quell’inquadratura non è lì per caso, che anche se immediatamente dopo finiamo da qualche altra parte nell’universo narrativo della storia, è lì che prima o poi, in un modo o nell’altro, dovremo tornare. 

I May Destroy You si apre con pochi secondi di telecamera fissa su una camera da letto con le pareti ricoperte di bigliettini scritti a mano. Solo nel penultimo episodio scopriremo cosa sono quei bigliettini, solo alla fine capiremo che quella che stiamo guardando è la scrittura stessa di questa storia in cui siamo appena entrati. Quella stanza è il dietro le quinte della serie, è il racconto di Arabella, che è anche il racconto di come Michaela Coel (autrice, regista, produttrice e attrice protagonista) ha costruito questa narrazione, il racconto dell’elaborazione di un trauma personale che si apre a una presa di coscienza di un livello collettivo di compromissione culturale, e che si riversa e si “risolve” nel processo di scrittura. (Non che la scrittura debba necessariamente servire da strumento di risoluzione dei traumi, per carità. Ma cosa c’è di più liberatorio del potere della propria voce, della possibilità di riappropriarsi della storia?)

Il trauma e il processo creativo, quindi. Il cosa e il come. 

La serie

I May Destroy You è una coproduzione BBCOne/HBO, centrata sul personaggio di Arabella, un’autrice anglo-ghanese alle prese con la scrittura del suo nuovo libro, dopo il successo del primo. È molte cose Arabella: una scrittrice, una twitstar, un’influencer, ma è anche una donna nera, non ricca, che vive con disinvoltura l’uso di diverse sostanze stupefacenti, esce, si diverte, è alle prese con un blocco dello scrittore pesantissimo, ed è invischiata in una relazione disfunzionale con uno spacciatore di Ostia. Un personaggio che già nelle prime scene riconosciamo come complesso, sfaccettato, incredibilmente vivo. Alla fine del primo episodio, che costruisce sapientemente la tensione di “cosa sta per succedere” in un andirivieni di personaggi, videochiamate e situazioni più o meno cariche di ansia da prestazione, Arabella viene drogata e stuprata mentre è in un bar con degli amici. Della cosa si accorge solo il giorno dopo, e solo dopo ore di vuoto di memoria. Da qui parte la sua storia di acquisizione di consapevolezza, di cura e guarigione dal trauma, e di riappropriazione della narrazione, personale e collettiva. 

Un punto cruciale: la storia si basa sulla vicenda accaduta alla stessa Michaela Coel, che durante la scrittura di una sua serie precedente, Chewing gum, una sera è uscita a prendere un drink ed è stata drogata e stuprata in un locale. Una vicenda che sappiamo essere reale, ma la realtà dei fatti è lungi dall’essere condizione necessaria e sufficiente a stabilire il realismo di una narrazione. Non è questo. È il modo.

Lo stupro è un punto di partenza e di apertura a una serie di ragionamenti che si inanellano uno dietro l’altro non lasciandoci mai e poi mai comodi nello stare a guardare. Lo spettatore è catturato dal magnetismo di una cerchia di personaggi che prendono vita in tutta la loro tridimensionalità. Personaggi lungi dall’essere perfetti o stereotipati, tanto da risultare tutti, a turno, almeno per un po’, ostici, e che si muovono nelle zone grigie di situazioni iperrealistiche e, per questo, non interpretabili attraverso un’ottica binaria di giusto/sbagliato. Ogni vittima è a suo modo anche carnefice, e dietro ogni carnefice si nasconde una (potenziale) vittima. Il “cosa” trattato non è solo la violenza sessuale, quindi, ma il consenso in generale, tutte le zone grigie in cui si manifestano situazioni di abuso e aggressione dell’altro, la discriminazione razziale non solo esplicita, ma presente anche in contesti apparentemente innocui (una campagna social per una catena di cibo vegano) che si rivelano essere situazioni di exploitation della persona nera, il potere dei social media come strumento di creazione di un senso di comunità, ma anche come trappola in un ruolo, in un gioco che “promote speaking at cost of listening”, in cui a furia di parlare si smette di ascoltare, e soprattutto l’esperienza specifica di Arabella, che non è solo una donna ma è anche nera, e viene da una condizione di classe non esattamente agiata. L’esperienza dell’essere donna di Arabella è, in un certo senso (e di certo sempre all’interno di una logica patriarcale) secondaria al suo essersi sempre vista come persona nera e povera – e in quest’ottica, il monologo di Arabella sull’essere donna e nera all’inizio del settimo episodio potrebbe essere eletto a manifesto del femminismo intersezionale. 

Tutto questo avviene attraverso un tono che non è mai didascalico e un uso dei linguaggi seriali altamente innovativo che si posiziona nel territorio della dramedy, mescolando toni comici e drammatici, momenti thriller, detective fiction, variazioni surreali all’iperrealismo delle situazioni rappresentate, in una commistione che ricorda serie uniche come Shameless, Misfits, Russian Doll, Utopia, nonché quel capolavoro di Fleabag.

La rappresentazione dello stupro: una rivoluzione

Il percorso di Arabella è un percorso prima di tutto di presa di coscienza di un trauma con il quale, a poco a poco, imparare a convivere. Lo stupro, sì, ma soprattutto l’acquisizione di consapevolezza che quello stupro si inserisce in un contesto di rape culture talmente ampio e infettante da risultare pervasivo.

Le rappresentazioni dello stupro mi lasciano, da sempre, perplessa e a disagio. Vuoi perché ancora ricordo il fastidio di Irreversible, che trovai, soprattutto, un film mediocre, in cui lo stupro serviva da strumento per il protagonista maschile, e che si consumava in una scena inutilmente lunga e da snuff movie, vuoi perché raramente, in queste narrazioni, si prende in considerazione il punto di vista della vittima. Della vittima vediamo il corpo su cui la telecamera indugia, il volto con la bocca spalancata, sentiamo le urla, vediamo, soprattutto, solo un certo tipo di vittima. L’idea di base è che una vittima di stupro meriti la nostra umana e totale comprensione solo quando la violenza avviene in certe circostanze, meglio ancora se lotta fino a rischiare di (o a effettivamente) morire. Se una ragazza è ubriaca in un locale e viene drogata e stuprata, il territorio diventa più scivoloso, si alza il bisbiglìo del “se l’è cercata”. È proprio quel bisbiglìo che Coel sceglie di sfidare in I May Destroy You, proprio quel sentimento collettivo di riprovazione moralista: tutte le storie di abuso e stupro della serie ricadono nel grande calderone popolare del “se l’è cercata”. Arabella, Terry, Kwame non vengono aggrediti mentre tornano a casa la sera, ma mentre si stanno divertendo, nel pieno di momenti di fiducia, quando sono al massimo della vulnerabilità. Sono vittime imperfette su cui è facile far abbattere il meccanismo del victim blaming, e in questo senso la serie compie un’operazione di rottura con la tradizione fortemente liberatoria, sia dal punto di vista delle scelte di trama, ma anche nella rappresentazione. Il cosa e il come, che in questo caso è l’esclusivo punto di vista della vittima. 

Questa scelta la vediamo già nel momento della denuncia alla polizia, dove il racconto di Arabella ci posiziona letteralmente nell’angolazione da cui guarderemo le cose. Lo stupro vero e proprio lo vedremo nei due minuti finali dell’undicesimo episodio, dopo averne avuti dei flash per tutta la durata della serie. Lo ricordiamo insieme alla protagonista e siamo lì con lei. In quel bagno sporco del locale, siamo dentro di lei. L’unico punto di vista è il suo. Niente nudità, niente squarci di pelle, niente indugiare sul corpo. Vediamo la sua mano a terra, perché la vede anche lei, mentre è riversa sul water, e poi vediamo lui, e le sue narici allargate viste dal basso, incombere addosso a noi. Siamo lì, inermi, increduli di ciò che si sta consumando sul nostro corpo. Neanche per un attimo finiremo per stare nei panni dello stupratore, né in uno sguardo voyeristico laterale. 

Non avevo mai visto lo stupro filmato così. 

Ma la serie non si limita allo stupro. Attraverso le storie di Kwame, di Terry, di Theo, attraverso le reazioni di Arabella al secondo stupro, quello vissuto con Zain, osservando le manipolazioni e i tentativi di riacquisizione di controllo, ci troviamo in esplorazione di tutte le zone grigie della rape culture: “I’m here to learn how not to be raped. Since it happened twice.”, devo imparare come “non” essere stuprata, dato che mi è successo due volte, dice Arabella al gruppo di supporto, e in un certo senso vi partecipiamo anche noi, nell’ascolto delle vicende di queste donne che parlano di un Bob senza volto, che è tutti gli abusatori di questo mondo. La serie, in questo senso, diventa un osservatorio culturale. 

L’abuso come pratica diffusa

C’è un momento molto intenso nell’ottavo episodio, durante il gruppo di supporto, in cui Arabella si lancia in un monologo sulla mentalità dell’abusatore, che nella maggior parte dei casi non sa di esserlo, perché vissuto in una cultura che gli ha consentito di non dover mai mettere in dubbio il proprio punto di osservazione, lo standard. Bob probabilmente pensa davvero che siamo pazze, dice Arabella, pensa che questa faccenda dello spazio personale ci è un po’ sfuggita di mano, perché Bob si muove sul confine tra ciò che è violazione e ciò che non lo è. Bob è diverso dagli altri, non oltrepassa quella linea che lo identificherebbe unanimemente come violento. Si muove nell’ombra, dove diventa molto complicato interpretare le cose a senso unico, e pensa di non essere visto. 

Ma noi ti vediamo, Bob.

È un momento di riflessione sul contesto culturale, un contesto che ha silenziosamente stabilito le regole del gioco, e che di fronte ai tentativi di cambiamento e di maggiore sensibilità sul tema del consenso si inalbera e si barrica dietro lo standard acquisito. Questo contesto non lascia illeso nessuno, nessuno è innocente, neanche chi lo subisce.

Tutti diventano a un certo punto abusatori: Arabella chiude Kwame in una stanza, intrappolandolo in a una situazione problematica, Kwame fa sesso con una donna senza dirle di essere gay, Theo mette in atto in una falsa accusa di stupro ai danni di un compagno di scuola dopo essere stata, a tutti gli effetti, davvero abusata e bullizzata. La stessa vicenda di Zain, che togliendosi di nascosto il preservativo durante il rapporto pratica quello che per la legge inglese è uno stupro a tutti gli effetti, lo stealthing, si complica nella reazione di Arabella, che non lo denuncia ma lo mette alla gogna, in un momento di esposizione estremamente violento. 

Il realismo

Non esiste una linearità di svolgimento delle vicende; come non esiste nel caos della realtà, non può esistere nel contesto del realismo della serie. La tentazione del binarismo bene/male ci viene mostrata in tutta la sua fallacia, ed è attraverso questa rappresentazione che si smonta tutta la classica retorica della violenza limitata alla dicotomia vittima perfetta – carnefice esplicito. È così che la realtà occupa lo schermo. 

La realtà  lo vediamo nei telegiornali che compaiono qua e là negli episodi, mostrano le tragedie nel mondo, quelle ambientali e politiche, a fare da sfondo alle tragedie personali, e ricordandoci che quello che stiamo vedendo è, a tutti gli effetti, il nostro mondo, un mondo che conosciamo e che abitiamo, con più o meno consapevolezza. La narrazione rigira costantemente le situazioni, mettendo a dura prova il desiderio dello spettatore di rifugiarsi in un’immedesimazione auto-assolutoria. I personaggi non sono prevedibili, e risultano così poco rassicuranti nelle loro azioni e reazioni, e inoltre sono una rete, interconnessa, di comportamenti che si rispecchiano, e le cui azioni hanno conseguenze sulle reciproche vite, una rete che procede per spunti, inquadrature, momenti che ricalcano altri momenti. Come Arabella lascia sola Terry in Italia, in balia di due predatori, così è Terry ad autorizzare Simon a lasciar sola Arabella la sera dello stupro. Man mano che procediamo aumenta la presa di coscienza di come i comportamenti umani siano sempre, in qualche modo, potenzialmente devastanti sulle vite altrui. Il titolo ce lo dice subito: “I May Destroy You”, potrei distruggerti. 

Il processo di scrittura: il finale perfetto

Ma torniamo a quella stanza della prima inquadratura. Tutta la serie ha il doppio livello di Arabella che fa i conti con la propria storia, quella che ha vissuto e quella che vuole scrivere. All’undicesimo episodio, Arabella è ancora, come nel primo episodio, in difficoltà, non trova la sua voce, la sua storia. A sbloccare la situazione avviene la “riappacificazione” con uno dei suoi mostri: Zain, il ghost writer che le era stato affiancato, nonché il suo secondo stupratore, da lei esposto pubblicamente. Ritrovandosi a distanza di un anno, con Arabella scaricata dall’agenzia e Zain scrittore di successo sotto uno pseudonimo femminile, lui è finalmente disposto all’ascolto e all’aiuto, e lei non ha più paura. Ecco che ci viene detto finalmente il genere del libro che sta scrivendo, una creative non-fiction, la sua storia, che sotto certi aspetti è un’eco meta narrativa della vicenda di Michaela Coel: è qui che la serie mostra la scrittura, in un certo senso, della serie stessa. Qui comincia la parte più intensa, un finale perfetto che è l’insieme di tutti i finali possibili, nella meravigliosa libertà data dalla scrittura, esplorando i generi, e mantenendosi, comunque, nel reale. 

Il caso di Arabella non trova giustizia, si chiude senza soluzione, notizia che apprendiamo a metà stagione, ma che in un certo senso ci era stata anticipata durante il  gruppo di supporto: il 98% degli abusi non viene punito. 

Come si scrive, in questo caso, un finale degno, senza cedere alla soluzione del finale aperto? 

Nell’ultimo episodio, Arabella ci fa entrare nel suo processo di scrittura, mettendo in scena i finali possibili, le possibili soluzioni per dare una chiusura alla sua storia, che servono soprattutto a lei, per la definitiva accettazione del trauma subito. Così passiamo dal revenge alla comedy, dall’uccisione del stupratore al perdono e all’ascolto, arrivando al capovolgimento. Nell’ultimo finale, il più onirico e intenso di tutti, ci sono solo loro, Arabella e lo stupratore, nel locale. Arabella gli offre da bere. Gli parla all’orecchio. Vanno in bagno e fanno sesso. Il gioco della seduzione si muove su un terreno di consensualità e reciprocità (e nel frattempo l’amico di lui twerka davanti a Terry, in una scena che accende una luce sulle dinamiche dell’interazione eterosessuale che non sto qui ad aprire altrimenti non ne usciamo più). 

La narrativa è invertita, i ruoli di genere si fondono tra loro, la scena è insieme una riflessione su cos’è davvero il consenso, cos’è davvero il sesso vissuto fuori dalle logiche della rape culture e non viziato dal patriarcato. E quando i due si svegliano insieme, Arabella lo manda finalmente via. Si libera di lui, di tutti i lui. Può finalmente tornare alla sua vita. 

La serie si chiude con una lettura pubblica del suo nuovo libro. Le pagine si aprono, un fermo immagine sul volto della protagonista, che sorride. 

Ora sappiamo che a quella lettura abbiamo appena assistito. A ritroso.

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