All posts tagged: serie tv

“SanPa”: un’analisi testuale del documentario

Durante il primo episodio della seconda stagione di Dear White People, Sam White si trova nel pieno di un dibattito sulla neutralità o meno della forma documentaristica. Per avvalorare la sua tesi, la vediamo a cercare online “Documentari che non sono propaganda”. La ricerca non dà nessun risultato.  La scena iperbolica svolge la duplice funzione di punchline comica (Dear White People, per chi non lo sapesse, è una comedy brillante, molto tagliente e ben scritta) e di gancio per il dialogo successivo, in cui Sam afferma che non è tanto l’obiettivo del documentario in sé a dover essere più o meno palese, quanto il nostro sguardo a doversi mantenere il più aperto possibile rispetto alla complessità della verità in senso ampio, che include anche le verità non dette.  Ecco, quello che dice Sam mi ritrovo a ripetermelo ogni volta che approccio un documentario, di qualunque tipo e argomento. Lo guardo mantenendo sempre un piede fuori dalla porta, per timore di essere trascinata dal meccanismo di “educazione veicolata”, di manipolazione, che si può innescare. Questo per …

“The Haunting of Bly Manor”: l’universo fantasmatico di Henry James riscritto da Mike Flanagan

Quella di Mike Flanagan verso l’opera di Henry James è di sicuro una storia d’amore. Uno di quegli amori talmente ossessionanti e inebrianti da farti vedere l’oggetto amato circondato di un’aura di luce purissima, al punto tale da riscriverne il carattere, le movenze, le motivazioni, e dare voce a un desiderio di possibilità, più che a una presa d’atto di realtà. Ecco perché sono convinta che non a tutti gli appassionati e studiosi di James possa piacere la nuova serie Netflix The Haunting of Bly Manor, scritta, diretta e prodotta dal regista statunitense, nonché ispirata a Il giro di vite. Chi si aspetta l’ambiguità e la sospensione del racconto si troverà deluso. Questa serie risponde a tutte le domande che Il giro di vite solleva, in maniera esplicita e palese, andando a colmare tutti gli interstizi vuoti e lasciando pochissimo spazio a quella libertà interpretativa che è la cifra stilistica dell’opera di James.  Flanagan è autore di alcuni degli horror più interessanti e di successo degli ultimi anni, Oculus, Ouija, Il gioco di Gerald, ed …

“I May Destroy You”: il come prima del cosa.

SPOILER ALERT: in questo articolo si fa riferimento a dettagli della serie nel titolo in maniera profusa, per cui se odiate gli spoiler vi conviene leggerlo con la mano davanti agli occhi 😉 Qualche giorno fa, Francesca De Lena scriveva, su Facebook, una cosa che dice sempre e che non ci stancheremo mai di ripetere qui: non è tanto il “cosa” si racconta a essere rilevante quanto il “come”. Ecco, se per I May Destroy You, come per la maggior parte delle storie che scelgo di analizzare, il cosa ha comunque sempre un suo accordo con le mie ragioni d’interesse, quello che colpisce più di tutto in questa serie è di sicuro il come, sotto più punti di vista. Ma partiamo dal principio.  Proprio la prima scena, sì.  La prima scena stabilisce non solo l’attacco, il tono, ma è una scelta precisa di messa a fuoco. Quando questa si limita a un’inquadratura fissa di qualche secondo, sappiamo che quell’inquadratura non è lì per caso, che anche se immediatamente dopo finiamo da qualche altra parte nell’universo …

Dal minimalismo a Cobra Kai: dialoghi che riflettono il mondo

I dialoghi sono una parte della narrazione che, in fase di scrittura, arriva molto dopo la costruzione dei personaggi e dell’impalcatura narrativa. Perché, allora, do loro tanta importanza? Perché sono sempre lo specchio della storia che sto leggendo, o guardando. Un dialogo che appare “fasullo” (cosa che nulla ha a che vedere con “reale”, come dicevo qui un po’ di tempo fa) mi fa suonare subito un campanello d’allarme rispetto all’intera trama, alla costruzione della scena e dei personaggi. Perché i dialoghi sono il tramite tra me e il loro universo. Nonostante i film ricchi d’azione mi entusiasmino sempre in veste di spettatrice, sul piano autoriale ho sempre fatto una certa fatica a “far succedere le cose”, a mettere i personaggi nelle condizioni di prendere decisioni e compiere delle scelte. Perfino nei videogiochi la parte che ho sempre preferito era il character design: le ore spese a costruire i personaggi nei minimi dettagli. Sono, come si dice, character driven e non plot driven: per me la storia è maggiormente determinata dall’arco narrativo dei personaggi e …

Leggere/guardare/ascoltare: la lista estiva di Ilda

VALENTINA GROTTA Le letture estive ed io non andiamo molto d’accordo. Portare un libro sulla spiaggia mi è praticamente impossibile: troppa luce, sabbia tra le pagine, acqua. Credo che il libro sia un oggetto eminentemente idrofobo e poi c’è che di solito trascorro l’inverno a leggere e quindi d’estate mi prendo una pausa. Ma quest’inverno è stato diverso. Non ho letto quasi niente per tre mesi nonostante avessi tempo, buio e posti asciutti dove farlo. Quindi ho deciso di leggere tre libri che mi sono particolarmente cari e che suddividerò rispetto alla loro trasportabilità. Il libro stanziale: Underworld, di Don De Lillo. Del maestro newyorkese ho letto solo Rumore bianco, e così tanti anni fa che non saprei dire nemmeno lontanamente di cosa parlava. Data la mole del volume, Underworld sarà il romanzo da leggere al mattino appena sveglia, nel pomeriggio quando fa troppo caldo per uscire, la sera prima di dormire. Non si muove da casa, insomma. I libri trasportabili: Imprevedibili sprazzi di paternità e Trick Mirror. Il primo è una breve raccolta di …

Le scoperte dell’America: “American Gods”

Nell’incontro con un personaggio, se prestiamo attenzione, non ci mettiamo molto a intercettare le battute rilevanti, le linee di dialogo che ci serviranno dopo a indirizzarci nella storia. La percezione di dettagli del genere, ovviamente, si allena, finché arriva un momento in cui precede la nostra consapevolezza, e prima ancora di accorgercene siamo lì a ricordarci una frase letta o ascoltata il giorno prima, e a ripeterla ad alta voce nel bel mezzo di una conversazione.  “This is the only country in the world that wonders what it is”, questo è l’unico paese che si domanda che cos’è, dice Wednesday a Shadow all’inizio di American Gods, parlando dell’America. Eppure è un paese di cui tutto il resto del mondo pensa di aver capito tutto, ho pensato io. Esattamente come scrive Francesco Costa in Questa è l’America: “Ci sono molti posti del mondo di cui sappiamo meno che degli Stati Uniti d’America, ma non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente.” …

Killing Eve: quando il tropo non è cliché

I tropi narrativi sono quegli strumenti di cui si serve chi racconta una storia. Personaggi, ambientazioni, espedienti: come immagini stock, come munizioni immagazzinate in un arsenale, i tropes sono mezzi a disposizione di chi scrive, pronti sugli scaffali, strutture riconoscibili da riempire di contenuto. Qual è il confine tra tropi e cliché? Quali sono gli esempi di tropi ben dosati e quali i luoghi comuni da scardinare? Tropo #5: i molteplici strumenti al servizio della storia in Killing Eve Quando i tropi sono usati come strumenti al servizio della narrazione, e non come formule jolly svuotate di ragionamento, si scrollano di dosso l’odore di cliché: questo di oggi è un percorso a ritroso rispetto al solito, poiché andiamo dalla storia allo strumento (anzi, dalla storia ad alcuni dei tropes in essa utilizzati – sarebbe impossibile citarli tutti). Killing Eve è una serie televisiva britannica, creata nel 2018 per BBC America da Phoebe Waller-Bridge, autrice e interprete della pluri-premiata comedy Fleabag. È un thriller-drama ispirato alla serie di romanzi Codename Villanelle di Luke Jennings, il cui …

La fantascienza ci restituirà il futuro

“Perché non è vero che la vita è sempre bella, che va vissuta a piene mani, che nelle piccole cose sta la felicità. Sciocchezze. Siamo su una canoa senza remi e la corrente non si ferma. Questo è tutto.”  Questa è una citazione da Gli immortali, di Alberto Giuliani, una delle letture che stanno accompagnando un’insonnia comparsa senza preavviso, tra le altre novità di questa primavera. Trovo che sia una perfetta fotografia dell’umore del tempo, e anche il resto del libro, a suo modo, lo è. Il narratore fa un viaggio a metà tra l’autofiction e il reportage, alla scoperta di luoghi dove si scrive il futuro, quello che non vuole arrendersi alla fine, quello che non vuole restare solo un’ipotesi nel presente. Tra astronauti che si preparano alla vita su Marte, cyborg umanoidi, cani clonati e bunker sotterranei costruiti per resistere alla “fine” del mondo, Giuliani rincorre una domanda: come si sopravvive all’improvvisa consapevolezza della propria mortalità? È una domanda che riecheggia nell’aria (quest’aria di cui in queste settimane abbiamo sempre più fame) ma …

Non esiste nessun luogo come casa: di rientri, confini e ossessioni.

Quella vecchia casa si trovava in un quartiere residenziale piuttosto distante dalla stazione. Poiché era alle spalle di un grande parco, era sempre avvolta da un intenso profumo di verde e, specialmente dopo che aveva piovuto, l’aria diventava così densa, come se le strade che circondavano la casa si fossero trasformate in una foresta, da farsi quasi soffocante. Abitai anch’io per poco tempo in quella casa dove mia zia aveva vissuto a lungo da sola. Ripensandoci, quel breve momento è diventato per me un ricordo prezioso e unico. Quando lo ricordo, vengo presa da una sensazione indefinibile. Come un miraggio apparso all’improvviso, quei giorni sembrano perdere ogni realtà. (Presagio triste, Banana Yoshimoto, 2015) La mia vita, lo racconto spesso, è scandita da attraversamenti di confini. La cosa buffa è che io, nata e cresciuta su un’isola, con il mare “in fronte”, il concetto di confine non l’ho mai capito. La prima volta che ho attraversato il confine italo-svizzero, per esempio, ho provato una non meglio precisata emozione per quella voce bilingue che lo annunciava ai …

Desolation Row è pulita, ma gli armadi sono pieni di scheletri: “Watchmen”, la serie TV.

“At midnight all the agents and the superhuman crew Come out and round up everyone that knows more than they do.” Desolation Row, Bob Dylan, 1965  La mia edizione di Watchmen comincia così, con un riferimento a Bob Dylan, principio creatore di molte cose, tra le quali l’ispirazione all’origine del capolavoro a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons. Desolation Row è un pezzo che conosciamo tutti, foss’anche solo per la libera traduzione di Fabrizio De Andrè, Via della Povertà. È un poema che racconta di personaggi riconoscibili, eppure mascherati, di uno stato di polizia, ma senza legge, è un mosaico moderno e modernista di immagini ed evocazioni di decadenza, eppure così attuale, così sempre oggi. A posteriori, possiamo dire che Damon Lindelof pare aver preso alla lettera la strofa ispiratrice. Nella serie HBO ha messo insieme, dalla stessa parte, agenti e “superhuman crew”, nascosti da una maschera che consente e garantisce. Ma non solo. La maschera la indossano anche i terroristi. Coloro deputati a proteggere il sistema sono ormai indistinguibili da chi lo attacca, …