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“And Just Like That”… : com’è cambiato Sex and The City dopo 17 anni?

di Claudia Vanti

Sex and the City è tornato sugli schermi, a distanza di 17 anni dall’ultima puntata della prima stagione della serie HBO, con un nuovo nome, dieci puntate appena trasmesse e un documentario che ne racconta la realizzazione ma in un certo senso non se n’era mai andato: l’interesse per un racconto che ha segnato la storia del costume non era svanito, malgrado due film sequel quantomeno discutibili, un prequel incolore e limiti narrativi più che evidenti già dalla prima ora.
A metà del 2020, per esempio, ha preso il via il podcast Tutte col Tutù curato da Marina Pierri ed Eugenia Fattori, che ha esordito con una puntata dal titolo Perché parliamo ancora di Sex and the City? e che, di argomento in argomento è giunto fino alla disamina settimanale degli episodi più recenti.
Inoltre, dal momento in cui si è cominciato a parlare di And just like that…, e soprattutto da quando sono iniziate le riprese degli episodi sotto nuovo nome (a rimarcare il fatto che il capitolo precedente, quello con Kin Catrall/Samantha Jones è definitivamente chiuso), l’attenzione verso tutti i rumors e verso gli scatti rubati alle scene è stata altissima, con account Instagram dedicati a documentare ogni singolo frame, scorcio, luogo e ovviamente ogni singolo vestito o sandalo.

Già, vestiti&scarpe, perché oggi come ieri ci sono due cose imprescindibili nello storytelling di queste quattro (ora tre) donne: New York e la moda, cioè le due uniche cose che ci permettono di guardare alle sei stagioni originarie ancora con indulgenza, senza i sensi di colpa postumi generati da semplificazioni urticanti su temi importanti, biancocentrismo, stereotipi sulle comunità LGBTQAI+ (se non vera e propria transfobia) e altri scivoloni assortiti.
A fine anni ’90 tutto ciò era meno evidente, meno palesemente insostenibile, forse anche perché il nucleo della serie HBO era prima di tutto il racconto sull’amicizia di quattro donne sulla trentina, single, professionalmente autonome e intente a vivere le relazioni affettive e il sesso con una libertà e un’autodeterminazione che, non si può negarlo, rappresentava un notevole scardinamento dei canoni di scrittura riservati ai ruoli femminili al cinema o in tv.
Uno scardinamento di immagine che si può pensare sia stato alla base anche di prodotti successivi meno patinati come Girls o, perché no, Fleabag.

Sempre lo stesso scardinamento che ha fatto pensare a chi scrive che in fondo, sì, in certe conversazioni io e le mie amiche ci ritrovavamo, a cavallo del 2000, un po’ più giovani delle 4 protagoniste – ma si sa, il gap culturale faceva sì che gli aperitivi di massa stessero appena esplodendo a Milano e in altre città italiane – e sì, durante quegli aperitivi e cene non si parlava certo di veli da sposa. Magari la relazione stabile c’era o era agognata (come per le nostre precorritrici newyorkesi), ma il “sex” era sicuramente un argomento più interessante. Solo un attimo meno interessante degli abiti di Carrie&amiche, in una disamina degli outfit motivata anche dall’impossibilità di accedere a guardaroba altrettanto straordinari e sterminati che ne amplificava il desiderio.
Patricia Field, storica costumista della serie, ha reso lo styling un elemento fondante della narrazione, un elemento necessario per approfondire le caratteristiche dei personaggi (cosa che in molti altri casi è colpevolmente trascurata) e per inserire elementi narrativi che si sviluppavano nell’arco delle puntate.
Basti citare episodi come Scrittrice in passerella (The real me, 4×02) o Diritto alle scarpe  (A Woman’s Right to Shoes, 6×09), nel quale una commessa ricorda a una “super mamma”  di tenere le manine dei propri bambini lontane dalle preziose scarpe di Manolo Blanhik: praticamente per molte, me compresa, una rivendicazione di libertà nella scelta delle priorità. O quasi.
Comunque sia il mix creato da Field fra brand di lusso, vintage (che, sembra incredibile, a fine anni ’90 era ancora poco praticato) e capi della grande distribuzione, ha assunto esso stesso un’identità talmente forte da diventare ispiratore per stilisti, stylist, redattori di riviste e appassionatə di moda a vario livello, e ha reso universalmente celebri appunto marchi come Manolo Blanhik, passato rapidamente da oggetto di lusso e di super nicchia a oggetto del desiderio di massa.
Patricia Field si poteva considerare una figura anomala, a metà degli anni ’90, non esattamente una costumista in senso classico, ma piuttosto una stylist (e cioè chi sceglie e abbina i capi per i servizi fotografici delle riviste o per le sfilate), capace di fare convivere tanti diversi spunti in look spesso oggettivamente improbabili al di fuori di una passerella ma che, soprattutto per il personaggio Carrie Bradshaw, erano costituivi di un’identità suggerita come bohémienne, eccentrica e peculiare.
E per i look più improbabili, per noi del mondo fuori New York, c’era sempre lo sfondo di quella città, la quinta o sesta protagonista, a suggerirci che lì, tutto sommato, forse non erano così improponibili.
Stylist appunto, Patricia Field, ma anche stilista con piccole collezioni autoprodotte (rivendica la paternità dei leggings) e vendute nel suo negozio nella Bowery, e grandi ricerche per ispirazione tanto nei charity shop e mercatini dell’usato quanto negli atelier e negozietti nati attorno all’estetica della comunità delle ballroom LGBTQAI+.
Un’ispirazione composita e variegata che ha reso un enorme servizio alla serie, riconoscibile anche per i look e gli abbinamenti di colori a contrasto, i capi iper romantici (il tulle onnipresente!) portati sotto trench e cappotti maschili di Carrie, le mise supersexy e fascianti di Samantha (ma sempre con un tocco di power dressing, abiti usati per affermare il proprio ruolo), l’eleganza convenzionale di Charlotte vivacizzata da accessori colorati e lo stile minimale-sofisticato di Miranda, ma che paradossalmente non ha fruttato alla sua creatrice una grandissima popolarità nell’industria televisiva e cinematografica. Con la notevole eccezione di Devil wears Prada, ma in effetti questo lo si potrebbe considerare quasi un progetto collaterale di SATC, almeno a livello estetico.

Questa unicità nell’approccio ai costumi, o meglio, ai look, ha per contro originato un rapporto di mutuo scambio con la moda e i suoi brand più rappresentativi, che, soprattutto dalla terza stagione in poi, hanno utilizzato SATC come l’ennesimo strumento di visibilità ma, accettando il gioco di vedersi reinterpretati e assemblati liberamente, ne hanno ottenuto in cambio nuovi contenuti, nuovi spunti anche a proprio uso e consumo, con collaborazioni creative che hanno coinvolto per esempio Prada o Marc Jacobs.
Nell’ultima stagione – la sesta – il meccanismo si fa però più scoperto, già vicino al product placement dichiarato del primo film (il secondo è oltre ogni livello di sponsorizzazione accettabile e non merita di essere preso in esame), e l’ossessione per i brand del lusso europei prende il sopravvento. Anche se, come ci ricordano gli ultimi due episodi girati a Parigi, i look troppo sopra le righe, il flirt con l’estetica delle drag queen, in una location così altezzosa ed elegante un po’ stonano. Le commesse di Dior sono lì a ricordarlo con uno sguardo gelido e perfetto a una povera Carrie scivolata sul pavimento della boutique in un fagotto di capi improvvisamente meno affascinanti.
Si era infine nel 2004, un’epoca diversa rispetto agli esordi del 1998, un’epoca meno creativamente anarchica ma altresì dominata dall’aspirazione generalizzata al lusso.

And just like that… è arrivato sugli schermi a fine 2021, un’epoca ancora diversa, del tutto diversa, nella quale le aspettative per la serie reboot erano altissime ma anche nella quale era impensabile programmarne l’uscita senza provare a risolvere alcuni nodi cruciali a livello di contenuti: la rappresentazione di persone non bianche e il rapporto con le loro identità culturali, una maggiore attenzione ad argomenti riguardanti identità di genere e, non ultimo, il modo di concepire l’immagine femminile, tenendo conto che l’età anagrafica delle protagoniste avrebbe introdotto una categoria di donne in genere poco rappresentate: le “50 più o meno”.
Alla guida del progetto le firme storiche, Darren Star (creatore) e Michael Patrick King (producer e in parte regista), coadiuvati dal terzo episodio in poi da una writers room tutta al femminile (Samantha Irby, Rachna Fruchbom, and Keli Goff) alla quale si sono probabilmente affidate le speranze di togliere alla scrittura quella impronta cis-gay maschile che era il filtro di interpretazione per le figure femminili della serie madre.

Patricia Field, l’identità estetica – ottantenne – non ha preso parte al progetto, sostituita da Molly Rogers e Danny Santiago, la prima in qualità di sua ex-collaboratrice. Un piccolo intoppo, forse, passato inosservato per il deflagrare di due grossi guai, oltra all’annunciata assenza di Kim Catrall/Samantha dal cast: la morte di Willie Garson, e quindi la forzata marginalizzazione e poi scomparsa del personaggio di Stanford, storico amico di Carrie, e le accuse di molestie e violenze sessuali rivolte a Chris Noth, ovvero “Mr. Big”. Il ricorrente e definitivo interesse amoroso di Carrie, pur non destinato a proseguire come personaggio all’interno dello script, è stato poi cancellato anche dal breve cammeo previsto per il finale di stagione.
Un inizio complicato, che però a detta di molti critici non ha tolto interesse a una narrazione che effettivamente due o tre cose da dire pare ancora avercele, proprio a partire da quelli che erano i punti “sensibili”.
Andiamo con ordine.

La rappresentazione di persone non bianche: che SATC sia stata quantomeno “disattenta” era clamorosamente palese, anche mentre andava in onda. D’accordo, era una fotografia parziale, scattata all’interno della sola Manhattan in ambienti altoborghesi, ambienti però (arte, moda, giornalismo, e pubbliche relazioni) nei quali vent’anni fa si registravano già frequentazioni molto miste, almeno per quello che riguarda le persone afroamericane. Discorso diverso per il mondo latino (Jennifer Lopez ha raggiunto comunque il successo planetario nel 2001 e la non-WASP Mariah Carey già nei primi ‘90) e per altre origini, ma insomma, il ritardo c’era ed era manifesto.
Con AJLT si è cercato di evolvere il discorso, con uno sforzo di scrittura in parte doveroso e in parte come naturale espressione dello spirito dei tempi: lə quattro nuovə personaggə, potenzialmente in grado di allargare il concetto di sorellanza originale a una comunità aperta (e anche questo è un dato interessante), sono afroamericanə/latinx/indianə; se poi si conta anche il maggior spazio riservato all’ “italiano” Anthony, ex-marito di Standford, che gli subentra nel ruolo di nuovo amico del cuore, il mosaico è decisamente più vario.
La scrittura delle interazioni fra personaggə storicə e nuove entrate è abbastanza riuscita, nel senso che si cerca quasi di fare i conti con i propri errori precedenti, giocando al limite dell’autoironia in situazioni nelle quali soprattutto Miranda e Charlotte mostrano senza filtri la loro inadeguatezza rispetto ai non bianchi ed esprimendo volontà di capire, di imparare. Certo è, però, che l’effetto della lista da cui spuntare le “debite presenze” in alcuni momenti si avverte, e le gag a tema “cringe”, costruite su momenti di imbarazzo, sono un po’ ripetute, con un espediente narrativo che rischia di diventare ingeneroso verso cinquantenni meno sprovvedutə , anche perché le nostre non hanno in realtà giustificazioni per esserlo.
Un po’ stridenti poi sono le dichiarazioni di intenti esplicite, come Carrie che chiede alla nuova amica Seema “se indosso un sari a una festa alla quale tu mi hai invitata non è appropriazione culturale, vero?” (In realtà si tratta di un lehenga, una gonna ampia con un top). Troppo didascalico, oltre a essere una domanda passivo-aggressiva e autoassolutoria, visto che la risposta la si dà per scontata. “Show, don’t tell”, mostra, non raccontare, è un’espressione di tecnica narrativa che sarebbe sempre valida, ma nel mondo di Carrie c’erano molte questioni in sospeso e una quota di didascalismo forse era inevitabile.

Le identità non binarie: SATC ci aveva mostrato donne essenzialmente eterosessuali (salvo sporadiche esperienze) e uomini gay cisgender, con molte concessioni agli stereotipi e poche sfumature. Plausibile, data l’epoca, ma non del tutto, visto il contesto di locali notturni e moda, e poco generoso soprattutto verso le persone transgender alle quali si rubavano però moltissimi spunti estetici. Era ovvio che nel reboot ci si avvicinasse alle identità non binarie con un approccio totalmente diverso. Anche qui in generale la scrittura è abbastanza buona, con l’introduzione di Che Diaz, soprattutto, unə stand up comedian millenial che interagisce variamente con Carrie e Miranda, e con dialoghi che introducono la “novità” del non binarismo senza cedere alla tentazione della gag del confronto generazionale, ma anzi innescando rapporti non banali.
Charlotte dal canto suo deve occuparsi di genere non binario all’interno della sua prole, in modo credibile, date le premesse del suo personaggio: conservatrice ma non bigotta, accogliente e disposta a farsi delle domande. La battuta cattiva, infelice, è invece affidata ad Anthony, l’uomo gay “vecchio stile”: che sia un’ammissione di colpa da parte di Darren Star e Michel Patrick King per avere usato in passato luoghi comuni e definizioni sommarie? O una vendetta delle attuali sceneggiatrici?

Infine non resta che affrontare l’argomento dell’immagine femminile (e, ovviamente, degli abiti che la rivestono): a novembre si è parlato di Sarah Jessica Parker tanto per sua copertina di Vogue America quanto per la sua rivendicazione del “diritto alle rughe” in risposta alle continue critiche e ai commenti sul suo aspetto fisico via social, tesi a rimarcare come per le donne attorno ai 50 in questo momento ci sia uno spazio molto ridotto o nullo, tantomeno nell’industria dell’intrattenimento. “Sembra che le persone non vogliano vederci a posto con noi stesse, preferiscono che soffriamo un po’ per quello che siamo oggi, sia che decidiamo di invecchiare in maniera naturale o che proviamo a fare qualcosa per sentirci meglio”.
L’attrice ha ragione: se in qualche modo i modelli culturali dominanti sono venuti a patti con l’idea che molte fasce di donne meritino una rappresentazione adeguata, vero è che fra quarantenni percepite come le nuove trentenni ed eccentriche ultra sessantacinquenni (Grace & Frankie) quella dei “50 e qualcosa” è una terra di nessuno che finora è stata molto trascurata, per non dire negata. E che, in una sorta di spirale negativa che si autoalimenta, non incontra neppure i favori del pubblico. In questo senso AJLT può in effetti scardinare qualche convenzione, a partire proprio dall’essere un prodotto di massa e non di nicchia, e tutto sommato l’immagine proposta di queste amiche cinquantenni è abbastanza credibile, pur con la premessa che si tratta di donne benestanti ed estremamente privilegiate, e altrettanto non banale.
La moda in questo c’entra molto, e tutto quello che negli anni fra il 2004 e oggi si è mosso nella ridefinizione del rapporto fra corpi e abiti. Gli over 50 hanno un maggiore potere economico rispetto ai pur corteggiatissimi Gen Z, rappresentano un segmento importantissimo per tutta l’industria della moda e sono stati via via sempre più coinvolti nella rappresentazione del glamour. Pensiamo alla campagna di Céline che ritraeva Joan Didion, o Joni Mitchell per Saint Laurent, nel 2015: sono stati i primi segnali di una tendenza molto potente, che ha ridefinito l’immaginario della moda, e andavano più in profondità di una semplice campagna pubblicitaria.
Incrociando analisi di mercato, strategie commerciali, desideri/bisogni dei clienti e tendenze socio-culturali è evidente che l’età è una risorsa in termini di ricettività e un incredibile fattore di novità creativa nell’ideazione e nella comunicazione dei prodotti.

Da un decennio almeno le modelle over 50, le famosissime Linda-Christy-Naomi degli anni ‘90 e le altre, rubano spesso la scena alle loro colleghe più giovani, diventando, con il plus di una personalità più stratificata, fulcro ed espressione dell’identità di una collezione o della visione di uno stilista. La grande popolarità riscossa dalle trend setter più agées è dovuta senz’altro alla diffusione di contenuti in rete, e al successo di Instagram, ma ci sono anche personaggi la cui popolarità fra gli addetti ai lavori precede il web, per i quali questo è stato soltanto un veicolo per raggiungere un pubblico veramente di massa. Basti citare le icone apprezzate da decenni come Iris Apfel (ora centenaria ex arredatrice della Casa Bianca) e Carmen Dell’Orefice – storica modella degli anni ’50, o al successo di un blog come Advanced Style, un progetto  – nelle parole del suo creatore Ari Seth Cohen – dedicato a catturare il talento sartoriale del “senior set”.
Su un piano decisamente più concettuale merita una citazione anche la visione creativa di Demna Gvasalia, direttore artistico di Balenciaga che si muove con sicurezza fra i codici dello streetwear e la riproposizione degli abiti da lavoro come divise contemporanee. Queste sono spesso declinate negli empowering dresses, “abiti potenzianti” dei professionisti di mezz’età, completi sartoriali e abiti neo-formali per architetti, ingegneri, consulenti, artisti come quelli che si vedono proprio sulle passerelle di Balenciaga e che ci suggeriscono l’immagine di chi è in grado di rimodellare la società in cui vive.
Tanti contenuti, in relazione all’età, nel mondo moda, sebbene il limite attuale stia nel fatto che ci si muove ancora all’interno di un segmento alto, pret à porter di lusso, quello cioè delle nostre protagoniste di AJLT, mentre  il fast fashion e la larghissima maggioranza dei prodotti di target medio basso fanno ancora riferimento a modelli culturali per i quali la barriera dell’età è tuttora una discriminante.

Questa lunga premessa sullo stato della moda in relazione all’età aggiunge una chiave di lettura ai costumi, o meglio ai look, di AJLT, perché si tratta di un bacino nel quale la rappresentazione di donne ultracinquantenni poteva trovare molti spunti.
La scelta operata da costumisti e showrunner è invece piuttosto conservativa, cristallizzata nell’immagine che le protagoniste ci mostravano vent’anni fa: Carrie ancora bohémienne e con gli accostamenti spericolati del caso, Charlotte ancora romantica e perfettamente aderente a un modello di femminilità retro’ un po’ stucchevole e Miranda ancora intenta a unire praticità e voglia di trasgredire.
Le nuove entrate aggiungono qualche tessera a un puzzle già visto, come Lisa (una magnifica Nicole Ari Parker), versione extra lusso della femminilità “selvaggia” di Samantha ,con orecchini e collane giganteschi e colori sgargianti.
Sono combattuta, perché da un lato non posso che apprezzare la scelta di ribadire la libertà di tenere fede al proprio stile indipendentemente dall’avanzare degli anni (fra i commenti più frequenti su Instagram ricorrono quelli che sanciscono che “a quelle età, vestite così, si è ridicole”); dall’altro penso che si sarebbe potuto fare di più, sperimentare con combinazioni meno collaudate e suggerire frequentazioni di boutiques diverse, a partire appunto da quello stile Balenciaga/concettuale citato sopra che è al centro del discorso moda di oggi e che ha sostituito l’ossessione per Prada di vent’anni fa. Carrie, sei una scrittrice – qualsiasi cosa voglia dire nel tuo caso – e lo dovresti sapere che gli abiti sono narrazioni, possibile che in vent’anni non ti abbiano sfiorato storie diverse?

Ma almeno il “tabù” dell’età, anche come “corpi dentro degli abiti” è stato comunque risolto piuttosto bene, per lo meno nel ribadire che non ci sono età adatte o inadatte.
Rimane però un colossale rimosso in sottofondo, e cioè quello delle taglie degli abiti in questione.
Uno degli storici problemi di SATC, almeno a posteriori, infatti era la grassofobia, problema tuttora non risolto, ma forse, come dice uno showrunner concorrente, Ryan Murphy, “è meglio introdurre una minoranza alla volta”.
I kili, comunque sia, o per non sovraccaricare il discorso o per idiosincrasia della Sarah Jessica Parker producer (la sua taglia 36 è arcinota), anche in AJLT praticamente non trovano posto.
E dire che nella moda ufficiale i corpi non conformi ci sono da tempo, dalle prime – e sporadiche – apparizioni delle modelle curvaceous o delle star come Beth Ditto ai casting di taglie miste di tantissimi brand di oggi, ai servizi redazionali e alle pubblicità e forse anche allo sguardo del pubblico (pur condizionato da decenni) se è vero che celebrities e influencer di taglie ben over 42 (Beyoncé su tutte, ma anche Kim Kardashian, America Ferrera e Cardi B) sono amatissime e seguitissime, malgrado l’hate speech che comunque prima o poi colpisce tuttə, anche le taglie mini. AJLT al momento non ha colmato questo gap, ma non è detto che qualcosa non cambi nei prossimi episodi o in una prossima stagione, in fondo Sarah Jessica non potrà fare ostruzionismo per sempre!

Intanto il 3 dicembre è stata rilasciata su Amazon Prime Harlem, una serie che definire un clone di SATC sembra quasi riduttivo: quattro amiche “30 something”, diversissime ma legatissime, problemi sentimentali e sesso occasionale, la figura di spicco del quartetto, Camille, che affida le riflessioni dell’episodio non più alla tastiera del Mac ma a lezioni universitarie (è una docente di antropologia) e ha un principe azzurro perduto con tutte le complicazioni del caso… insomma, tutto visto e rivisto.
Ma: il titolo suggerisce che le quattro ragazze non sono bianche, e il quartiere è una parte importante della narrazione: non N.Y. ma la sola Harlem, a rimarcare bene un discorso identitario; inoltre Camille ha una docenza traballante, Angela è orgogliosamente lontana dalla taglia 36 ed è una cantante semi fallita, Quinn è di famiglia ricca ma un lavoro da stilista che non ingrana ed è costretta a chiedere soldi alla madre, umiliandosi, e Tye, omosessuale fuggita dalla provincia con un passato ingombrante, ha ottenuto sì un grande successo professionale ma il confronto-scontro con il sistema patriarcale del mondo degli affari le pone parecchi problemi. Parlano molto, le quattro ragazze, di appartenenza culturale, di razzismo esplicito o strisciante, di pregiudizi a doppio senso e di molto altro, pur in una struttura da comedy leggerina, e questo parlare ha fatto storcere il naso a moti critici, che hanno contestato la pretesa di affrontare temi seri generando un’accozzaglia di spunti socio-politici poco approfonditi. Ma a una comedy fino a che punto si può chiedere di “approfondire la questione”? E malgrado le ingenuità narrative di una sceneggiatura tutt’altro che perfetta siano evidenti, il procedere per frammenti e discorsi accennati non è effettivamente molto tipico delle chiacchiere fra amicə nelle quale si passa senza soluzione di continuità da gossip, battute, aneddoti ad “argomenti macigno” senza necessariamente approfondirli?
(Vorrei sapere poi se le critiche che ho letto sono state scritte da redattori bianchi, giusto per completezza).
Il tutto è poi, sulla falsariga di SATC, visivamente molto piacevole, e allegramente meno patinato, location e abiti sono molto colorati, spunti differenti ma con particolare attenzione alla downtown dei negozietti (come quello di Dapper Dan, designer che ha “ispirato” anche Alessandro Michele di Gucci) per un’immagine sfacciata e vitalistica che ci racconta di un’eterogeneità di stili e ispirazioni, di una libertà estrema nell’appropriazione dei codici stilistici, di hip hop che incontra il glamour di Fenty, il brand di Rihanna, e di una creatività black che la moda ha già metabolizzato; Virgil Abloh, il direttore artistico di Louis Vuitton recentemente scomparso, Edward Enniful, direttore di Vogue UK, Clemens Telfar e Christopher John Rogers, stilisti di culto del momento, e altrə. 

HBO, io un’occhiata a Harlem la darei.

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