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Onda di piena – Prima e dopo l’editing

A seguito della nostra call per Apnea scuola di lettura e editing abbiamo ricevuto circa 60 romanzi. La redazione narrativa e Francesca de Lena li hanno letti e hanno scelto quello su cui lavorare per l’editing gratuito. Dopodiché hanno selezionato altri 5 romanzi, i cui primi capitoli pubblichiamo ora sulla nostra rivista, prima con le note di editing in chiaro e poi in versione definitiva.


Questo è il quarto e l’ha scritto Alessandra Cardi. La linea che ha guidato l’intervento di editing è stata di alleggerire in alcuni punti minimi il testo per rendere più fluida la narrazione e verificare la congruenza del linguaggio, dopo aver chiarito con l’autrice che si tratta del racconto di un adulto che ricorda il sé stesso tredicenne.


La storia: Si tratta di un romanzo familiare e di formazione, che narra il percorso di Paolo durante l’estate dei suoi tredici anni quando scopre che i suoi genitori nascondono un segreto. Nell’arco temporale che va dall’inizio dell’estate al novembre del 1966, sullo sfondo della Firenze di quegli anni, Paolo vivrà una serie di eventi che lo porteranno da un’iniziale condizione infantile a una dolorosa consapevolezza.


Onda di piena, 1° capitolo (originale con note di editing in chiaro)

di Alessandra Cardi

«Allora?», chiesi appena uscito dal portone di casa.
«Calamai dice che li hanno messi fuori». La faccia del Mollino luccicava per il sudore.
Senza dargli il tempo di riprendere fiato, presi a correre giù per via de’ Benci.
Arrivai per primo a scuola, saltai i gradini dell’ingresso a due a due; una selva di teste mi copriva la visuale e solo quando la folla si diradò un po’ riuscii a leggere gli scrutini.
«Promossi!», urlai al Mollino che boccheggiava in fondo alla scalinata.
«Davvero?», mormorò. Sembrava incredulo. «Non mi prendi in giro?»
«Giuro, siamo stati promossi tutti e due».
La gioia mi rullava in petto.
«E il Tigna?».
«Anche lui promosso».
Sembrò un po’ deluso.
I nomi dei bocciati erano scritti in rosso: Neri Giuliano e Colletti Carlo.
Dante, il bidello della scuola, mi si avvicinò.
«Ridi poco, a momenti bocciavano anche te, sai».

Diceva a me. Feci spallucce. Era l’estate del 1966 ed ero appena stato promosso in terza media.

Avevo davanti solo le vacanze: giornate luminose da mangiare una dietro l’altra senza neanche sputare il nocciolo. Era l’estate del 1966, avevo compiuto tredici anni ed ero appena stato promosso in terza media.

Ignoravo allora che in autunno l’Arno avrebbe sommerso Firenze, devastandola e che io avrei salvato solo ciò che potevo: me stesso.

L’onda di piena avrebbe travolto tutto il resto.

All’inizio dell’estate In quel giugno però ero ancora un ragazzino di tredici anni con le orecchie grandi e le ginocchia ossute, seduto sul sedile posteriore della macchina nuova di babbo che macinava l’asfalto dell’A1 in direzione sud.

L’odore della tappezzeria nuova mi si rivoltava nello stomaco. Tenevo lo sguardo fisso davanti. Cercavo di evocare immagini piacevoli e nella mia testa si materializzarono le tette della Latini, la mia compagna di classe, ma il puzzo dell’ennesima sigaretta di babbo cancellò le mie fantasie e mi sentii male.

«Paolo», disse mia madre con il naso arricciato, «ma è possibile, tutte le volte?»

«Non è colpa mia.»

Mi girava la testa e sudavo freddo.

«Che schifo». Mia madre si girò dall’altra parte.

Arrivati a casa dei nonni anche mio fratello Tommaso aveva il viso verdognolo, ma non aveva vomitato nella macchina nuova di babbo, lui.

Mamma uscì dall’auto e attraversò l’aia con le braccia protese ad abbracciare la nonna, i tacchi delle scarpe scricchiolarono sulla ghiaia bianca disturbando le galline che si spostarono all’ombra del melograno in cerca di vermi umidi da beccare.

Baciò nonna Gemma senza togliersi gli occhiali da sole a farfalla; non una traccia di rossetto rimase sulla sua guancia.

Mio padre strinse le mani dei cognati che si erano raccolti intorno alla FIAT 850 blu elettrico. Per comprarla babbo aveva firmato un pacco di cambiali alto come un barattolo, ma nessuno dei suoi amici ne possedeva una altrettanto lussuosa, e questo per lui era stato un motivo sufficiente per indebitarsi.

«Quanto fa?»

«Dopo Incisa, sul rettilineo faceva i 140 e senza tirarla al massimo». Babbo si lisciò i baffi tronfio.

Anche mio cugino non aveva occhi che per la macchina.

«Fammi vedere i freni a disco, zio! È vero che ce li ha a tutte e quattro le ruote?»

Nessuno sembrava interessato a me e Tommaso. Solo la nonna ci venne incontro asciugandosi le mani bagnate sul grembiule per abbracciarci. Era una donna minuscola, che profumava di sole e di pranzi la domenica in campagna, tutti insieme.

«Ti sei sentito male, amore?», disse indicando i miei vestiti sudici. Annuii.

La sua faccia stropicciata si distese in un sorriso. «Vieni dentro a cambiarti». Dopo il riverbero accecante dell’aia, la penombra della cucina fu un sollievo. Dalle travi del soffitto pendevano il timo e l’origano messi a essiccare, vassoi d’arrosto erano schierati sul tavolo coperti da canovacci di lino, l’acqua sobbolliva nel pentolone sul fuoco e le tagliatelle stese sul bancone erano pronte per essere cucinate. Una bella differenza con la trippa in scatola che ci dava la mamma. O carne, o ravioli, insomma, bastava che galleggiasse dentro una lattina e a noi toccava mangiarlo. Lei sosteneva che fosse molto moderno.

Una volta, alla Standa di via Pietrapiana aveva anche comprato le zuppe Campbell e, per quanto mi piacesse fingere di essere un cow boy, quelle non ce la feci proprio a buttarle giù.

Si è suggerita l’eliminazione di questo passaggio non chiaro che può distrarre senza aggiungere nulla di determinante.

Fortuna che in Valdarno i cibi pronti non erano ben visti e la nonna continuava a stendere tagliatelle impastate con le uova di Chicca, la più bella delle ovaiole.

In un altro momento mi sarebbe venuto il languorino, ma avevo ancora in bocca un saporaccio e non vedevo l’ora di salire di sopra a cambiarmi.

«Vediamo un po’ se i vestiti di Valerio ti vanno bene».

Prese dall’armadio una camicia rossa a quadri e un paio di pantaloni di cotone ruvido.

«Lui è più grande, ma anche tu ti sei alzato parecchio!»

Valerio, mio cugino, a settembre avrebbe cominciato le superiori.

«Ecco, arrotoliamo queste maniche e andrà benissimo. Lavati i denti prima di scendere».

Tutto a casa dei nonni era vecchio e lindo, incluso il bagno. Le mattonelle bianche riflettevano più dello specchio, che si era arrugginito dove poggiava sul lavandino. 

Si è suggerita la rimozione della frase perché rallentava il ritmo.

Scendendo al piano di sotto mi fermai davanti alla libreria in cima alle scale. I libri erano aumentati dall’ultima volta, tanto che negli scaffali in basso erano disposti su tre file. Un amico dei nonni faceva il netturbino al comune di Figline e quando gli capitava qualcosa di interessante glielo portava. Potevano essere romanzi o manuali di meccanica, per lui che non sapeva leggere, erano comunque preziosi.

Il nonno prendeva in giro nonna dicendole che raccoglieva randagi, e non si riferiva solo ai libri. Lei rideva e la libreria continuava a riempirsi. Una volta arrivò un’intera enciclopedia per ragazzi. Ogni volume aveva il dorso di un colore diverso a seconda dell’argomento. Il mio preferito era quello sui minerali. Anche quel giorno lo cercai, mi misi a sfogliarlo, c’erano tantissime foto. Più tardi dovevo ricordarmi di chiederlo in prestito. A casa nostra non c’erano libri, tranne quelli di scuola.

Mi riscossi quando la nonna mi chiamò.

«Paolo, è pronto».

Un gran tavolo campeggiava nell’aia all’ombra del noce.
Eravamo talmente tanti che per apparecchiare ci erano volute due delle tovaglie del corredo della nonna, di quelle fatte a telaio, alte come una fetta di pane. Lei disse a tutti di stare attenti a non macchiarle di vino e nel dirlo cercò con lo sguardo lo zio Terzilio, il suo figlio zitellone, che se non sapevi dov’era bastava cercare la bottiglia di vino più vicina e sicuramente lo trovavi nei dintorni.

Andrea, il più vecchio dei miei zii, riempì i bicchieri di Sangiovese ancora prima di sedersi a tavola. L’altro fratello, quello di mezzo, li guardò male entrambi: lui era contrario all’alcol. Forse perché sua moglie Assuntina beveva per tutti e due, diceva la mamma a voce bassa.
Eravamo tutti riuniti per il presunto compleanno di nonno Giovanni. Appena nato, era stato abbandonato a Firenze nella ruota degli innocenti e tre giorni più tardi, durante i festeggiamenti di San Giovanni il 24 giugno, la sua nuova famiglia l’aveva adottato per onorare un voto fatto al santo patrono di Firenze.
La nonna non accettava defezioni, solo una malattia grave poteva giustificare un’assenza.
Nonno ci guardò a uno a uno seduti intorno al tavolo annuendo, sembrava che ci contasse come faceva con le galline prima di metterle dentro la sera. Secondo me era contento.

Al pranzo erano invitati anche quattro fratelli amici dei nonni che non si erano mai sposati e che si diceva avessero un miliardo in banca; a guardarli non lo avresti detto: curvi sul cibo, con le unghie sporche di nero e pochi denti in bocca, non avevano proprio l’aria di essere ricchi

Abbiamo suggerito la cancellazione di questa frase perché non serve rimarcare con una considerazione quanto si è già mostrato in modo efficace. 

Lo zio Andrea diceva che per cena mangiavano un’aringa in quattro, ma non doveva valere per il pranzo a giudicare da quante volte si servirono.

Poi il nonno in persona portò in tavola l’arrosto girato, l’unica cosa che cucinasse. Ci passava l’intera mattina a badare che non si asciugasse troppo ungendolo amorevolmente con un rametto di rosmarino intriso d’olio.

Il babbo fumava tra una portata e l’altra. La mamma spiluzzicava. Uno raggio di sole attraverso le foglie del noce le illuminava i capelli che profumavano di more.

Dopo mangiato ero sazio e mi sdraiai sazio sotto al melograno ad ascoltare il frinire delle cicale. L’erba mi faceva il solletico sotto al collo. Strizzavo gli occhi per guardare il cielo attraverso le foglie. Strappavo fili d’erba per farci salire sopra le formiche che però si ostinavano ad aggirare l’ostacolo. A un certo punto il caldo ebbe la meglio su di me e mi rifugiai in casa al fresco. In cucina c’era trovai mio cugino Valerio.

«La vuoi vedere una cosa da grandi?»

Il sonno mi passò all’istante. «Certo!»

Lui viveva al podere dei nonni con i suoi genitori e la sua stanza era la vecchia piccionaia della colonica. Le pareti erano tappezzate di poster dei Pooh e le macchinine, che l’estate prima erano parcheggiate ovunque, erano scomparse.

Tirò fuori da sotto il letto una vecchia scatola di latta.

Sbirciai dentro e vidi l’album dei calciatori della Fiorentina. Adocchiai la figurina di Hamrin che mi mancava. «Me la regali?»

«Ma no. Questo è un trucco per non farmi scoprire dalla nonna». Mi guardò dritto negli occhi. «Lo sai che non le sfugge nulla. Certe volte sembra che abbia i superpoteri».

«Sì, lo so».

«Quindi ci vuole prudenza».

Sollevò l’album e una ragazza nuda mi sorrise dalla copertina di una rivista.

«È l’ultimo numero di “ABC”».

I capelli biondi raccolti sulla nuca erano l’unica cosa che aveva addosso.

«Dove l’hai presa?»

«A scuola, si mettono i soldi tutti insieme e poi si tiene una settimana per uno. Bello vero? Guarda il paginone centrale».

«Niente male».

Avevo le idee confuse sull’argomento e le tette della Latini, così come me le immaginavo, mi apparvero di nuovo in testa senza che potessi impedirlo.

«Di’ la verità, non ne avevi mai vista una».

«Certo che sì!» mentii di nuovo.

«E allora perché sei tutto rosso?»

No, non avevo mai parlato di sesso, neanche con il Mollino, il mio migliore amico; anche perché ero certo che ne sapesse meno di me.

Una mattina all’intervallo, avevamo stilato la classifica delle tette delle compagne e la Latini aveva vinto su tutte. Io avevo votato la professoressa di matematica, ma gli altri l’avevano squalificata per via dell’età. Il Mollino era rimasto zitto in un angolo tutto il tempo e poi era andato dritto da Don Bonardo a fare la spia.

No, non avrei mai parlato di ragazze con il Mollino.

Restituii la rivista a mio cugino Valerio.

«Non mi va di guardarle in compagnia, tutto qua».

«Ma te lo sai come si fa?» mi chiese Valerio.

«Certo che lo so, per chi mi hai preso?», e cominciai a snocciolare alla cieca brandelli di nozioni sentite dai compagni di classe.

«Te non sai proprio nulla».

«Non è vero. Qualcosa la so. Perché, te mi vorresti dire che sai tutto?»

«Sicuro! Sta a sentire». E mi raccontò per filo e per segno i dettagli di certi suoi incontri al pagliaio con la fidanzata. Rimasi seduto sul pavimento a bocca aperta; non credevo a una sola parola, però non mi persi neanche un particolare.

Quando scendemmo nell’aia mi sentivo le punte delle orecchie in fiamme e riuscivo a pensare solo alla schiena nuda della ragazza bionda della rivista.

«Oh, eccoli i miei uomini», disse il nonno. Sorseggiava il vinsanto.

Non dissi nulla.

«Il gatto ti ha mangiato la lingua, Paolo?»

Mi cacciai in bocca un pezzo di schiacciata alla fiorentina solo per avere una scusa per non rispondere; volevo pensare in pace a quello che mi aveva raccontato Valerio.

Tommaso tormentava mia cugina Camilla che lo ascoltava annoiata mentre smangiucchiava le ciliegie; affondava i denti fino al nocciolo e poi le succhiava.

Non so come, mi ritrovai a fissarle le tette. Erano piccole, niente a che vedere con quelle della Latini o della professoressa di matematica.

Onda di piena, 1° capitolo (versione definitiva)

di Alessandra Cardi

«Allora?», chiesi appena uscito dal portone di casa.
«Calamai dice che li hanno messi fuori». La faccia del Mollino luccicava per il sudore.
Senza dargli il tempo di riprendere fiato, presi a correre giù per via de’ Benci.
Arrivai per primo a scuola, saltai i gradini dell’ingresso a due a due; una selva di teste mi copriva la visuale e solo quando la folla si diradò un po’ riuscii a leggere gli scrutini.
«Promossi!», urlai al Mollino che boccheggiava in fondo alla scalinata.
«Davvero?», mormorò. Sembrava incredulo. «Non mi prendi in giro?»
«Giuro, siamo stati promossi tutti e due».
La gioia mi rullava in petto.
«E il Tigna?».
«Anche lui promosso».
Sembrò un po’ deluso.
I nomi dei bocciati erano scritti in rosso: Neri Giuliano e Colletti Carlo.
Dante, il bidello della scuola, mi si avvicinò.
«Ridi poco, a momenti bocciavano anche te, sai».
Feci spallucce. Era l’estate del 1966 ed ero appena stato promosso in terza media. Avevo davanti solo le vacanze: giornate luminose da mangiare una dietro l’altra senza neanche sputare il nocciolo.
Ignoravo allora che in autunno l’Arno avrebbe sommerso Firenze, devastandola e che io avrei salvato solo ciò che potevo: me stesso.

In quel giugno però ero ancora un ragazzino di tredici anni con le orecchie grandi e le ginocchia ossute, seduto sul sedile posteriore della macchina che macinava l’asfalto dell’A1 in direzione sud.
L’odore della tappezzeria nuova mi si rivoltava nello stomaco. Tenevo lo sguardo fisso davanti. Cercavo di evocare immagini piacevoli e nella mia testa si materializzarono le tette della Latini, la mia compagna di classe, ma il puzzo dell’ennesima sigaretta di babbo cancellò le mie fantasie e mi sentii male.
«Paolo», disse mia madre con il naso arricciato, «ma è possibile, tutte le volte?»
Mi girava la testa e sudavo freddo.
«Che schifo». Mia madre si girò dall’altra parte.
Arrivati a casa dei nonni anche mio fratello Tommaso aveva il viso verdognolo, ma non aveva vomitato nella macchina nuova di babbo, lui.
Mamma uscì dall’auto e attraversò l’aia con le braccia protese ad abbracciare la nonna, i tacchi delle scarpe scricchiolarono sulla ghiaia bianca disturbando le galline che si spostarono all’ombra del melograno in cerca di vermi umidi da beccare.
Baciò nonna Gemma senza togliersi gli occhiali da sole a farfalla; non una traccia di rossetto rimase sulla sua guancia.
Mio padre strinse le mani dei cognati che si erano raccolti intorno alla FIAT 850 blu elettrico. Per comprarla babbo aveva firmato un pacco di cambiali alto come un barattolo, ma nessuno dei suoi amici ne possedeva una altrettanto lussuosa, e questo per lui era stato un motivo sufficiente per indebitarsi.
«Quanto fa?»
«Dopo Incisa, sul rettilineo faceva i 140 e senza tirarla al massimo». Babbo si lisciò i baffi tronfio.
Anche mio cugino non aveva occhi che per la macchina.
«Fammi vedere i freni a disco, zio! È vero che ce li ha a tutte e quattro le ruote?»
Nessuno sembrava interessato a me e Tommaso. Solo la nonna ci venne incontro asciugandosi le mani bagnate sul grembiule per abbracciarci. Era una donna minuscola, che profumava di sole e di pranzi la domenica in campagna, tutti insieme.
«Ti sei sentito male, amore?», disse indicando i miei vestiti sudici. Annuii.
La sua faccia stropicciata si distese in un sorriso. «Vieni dentro a cambiarti».
Dopo il riverbero accecante dell’aia, la penombra della cucina fu un sollievo. Dalle travi del soffitto pendevano il timo e l’origano messi a essiccare, vassoi d’arrosto erano schierati sul tavolo coperti da canovacci di lino, l’acqua sobbolliva nel pentolone sul fuoco e le tagliatelle stese sul bancone erano pronte per essere cucinate. Una bella differenza con la trippa in scatola che ci dava la mamma. O carne, o ravioli, insomma, bastava che galleggiasse dentro una lattina e a noi toccava mangiarlo. Lei sosteneva che fosse molto moderno. Fortuna che in Valdarno i cibi pronti non erano ben visti e la nonna continuava a stendere tagliatelle impastate con le uova di Chicca, la più bella delle ovaiole.
In un altro momento mi sarebbe venuto il languorino, ma avevo ancora in bocca un saporaccio e non vedevo l’ora di salire di sopra a cambiarmi.
«Vediamo un po’ se i vestiti di Valerio ti vanno bene».
Prese dall’armadio una camicia rossa a quadri e un paio di pantaloni di cotone ruvido.
«Lui è più grande, ma anche tu ti sei alzato parecchio!»
Valerio, mio cugino, a settembre avrebbe cominciato le superiori.
«Ecco, arrotoliamo queste maniche e andrà benissimo. Lavati i denti prima di scendere».
Scendendo al piano di sotto mi fermai davanti alla libreria in cima alle scale. I libri erano aumentati dall’ultima volta, tanto che negli scaffali in basso erano disposti su tre file. Un amico dei nonni faceva il netturbino al comune di Figline e quando gli capitava qualcosa di interessante glielo portava. Potevano essere romanzi o manuali di meccanica, per lui che non sapeva leggere, erano comunque preziosi.
Il nonno prendeva in giro nonna dicendole che raccoglieva randagi, e non si riferiva solo ai libri. Lei rideva e la libreria continuava a riempirsi. Una volta arrivò un’intera enciclopedia per ragazzi. Ogni volume aveva il dorso di un colore diverso a seconda dell’argomento. Il mio preferito era quello sui minerali. Anche quel giorno lo cercai, mi misi a sfogliarlo, c’erano tantissime foto. Più tardi dovevo ricordarmi di chiederlo in prestito. A casa nostra non c’erano libri, tranne quelli di scuola.
Mi riscossi quando la nonna mi chiamò.
«Paolo, è pronto».
Un gran tavolo campeggiava nell’aia all’ombra del noce.
Eravamo talmente tanti che per apparecchiare ci erano volute due delle tovaglie del corredo della nonna, di quelle fatte a telaio, alte come una fetta di pane. Lei disse a tutti di stare attenti a non macchiarle di vino e nel dirlo cercò con lo sguardo lo zio Terzilio, il suo figlio zitellone, che se non sapevi dov’era bastava cercare la bottiglia di vino più vicina e sicuramente lo trovavi nei dintorni. Andrea, il più vecchio dei miei zii, riempì i bicchieri di Sangiovese ancora prima di sedersi a tavola. L’altro fratello, quello di mezzo, li guardò male entrambi: lui era contrario all’alcol. Forse perché sua moglie Assuntina beveva per tutti e due, diceva la mamma a voce bassa.
Eravamo tutti riuniti per il presunto compleanno di nonno Giovanni. Appena nato, era stato abbandonato a Firenze nella ruota degli innocenti e tre giorni più tardi, durante i festeggiamenti di San Giovanni il 24 giugno, la sua nuova famiglia l’aveva adottato per onorare un voto fatto al santo patrono di Firenze.
La nonna non accettava defezioni, solo una malattia grave poteva giustificare un’assenza.
Nonno ci guardò a uno a uno seduti intorno al tavolo annuendo, sembrava che ci contasse come faceva con le galline prima di metterle dentro la sera. Secondo me era contento.
Al pranzo erano invitati anche quattro fratelli amici dei nonni che non si erano mai sposati e che si diceva avessero un miliardo in banca; a guardarli non lo avresti detto: curvi sul cibo, con le unghie sporche di nero e pochi denti in bocca. Lo zio Andrea diceva che per cena mangiavano un’aringa in quattro, ma non doveva valere per il pranzo a giudicare da quante volte si servirono.
Poi il nonno in persona portò in tavola l’arrosto girato, l’unica cosa che cucinasse. Ci passava l’intera mattina a badare che non si asciugasse troppo ungendolo amorevolmente con un rametto di rosmarino intriso d’olio.
Il babbo fumava tra una portata e l’altra. La mamma spiluzzicava.
Dopo mangiato e mi sdraiai sazio sotto al melograno ad ascoltare le cicale. L’erba mi faceva il solletico sotto al collo. Strizzavo gli occhi per guardare il cielo attraverso le foglie. Strappavo fili d’erba per farci salire sopra le formiche che però si ostinavano ad aggirare l’ostacolo. A un certo punto il caldo ebbe la meglio su di me e mi rifugiai in casa al fresco. In cucina trovai mio cugino Valerio.
«La vuoi vedere una cosa da grandi?»
Il sonno mi passò all’istante. «Certo!»
Lui viveva al podere dei nonni con i suoi genitori e la sua stanza era la vecchia piccionaia della colonica. Le pareti erano tappezzate di poster dei Pooh e le macchinine, che l’estate prima erano parcheggiate ovunque, erano scomparse.
Tirò fuori da sotto il letto una vecchia scatola di latta.
Sbirciai dentro e vidi l’album dei calciatori della Fiorentina. Adocchiai la figurina di Hamrin che mi mancava. «Me la regali?»
«Ma no. Questo è un trucco per non farmi scoprire dalla nonna». Mi guardò dritto negli occhi. «Lo sai che non le sfugge nulla. Certe volte sembra che abbia i superpoteri».
«Sì, lo so».
«Quindi ci vuole prudenza».
Sollevò l’album e una ragazza nuda mi sorrise dalla copertina di una rivista.
«È l’ultimo numero di “ABC”».
I capelli biondi raccolti sulla nuca erano l’unica cosa che aveva addosso.
«Dove l’hai presa?»
«A scuola, si mettono i soldi tutti insieme e poi si tiene una settimana per uno. Bello vero? Guarda il paginone centrale».
Avevo le idee confuse sull’argomento e le tette della Latini, così come me le immaginavo, mi apparvero di nuovo in testa senza che potessi impedirlo.
«Di’ la verità, non ne avevi mai vista una».
«Certo che sì!»
«E allora perché sei tutto rosso?»
No, non avevo mai parlato di sesso, neanche con il Mollino, il mio migliore amico; anche perché ero certo che ne sapesse meno di me.
Una mattina all’intervallo, avevamo stilato la classifica delle tette delle compagne e la Latini aveva vinto su tutte. Io avevo votato la professoressa di matematica, ma gli altri l’avevano squalificata per via dell’età. Il Mollino era rimasto zitto in un angolo tutto il tempo e poi era andato dritto da Don Bonardo a fare la spia.
No, non avrei mai parlato di ragazze con il Mollino.
Restituii la rivista a Valerio.
«Non mi va di guardarle in compagnia, tutto qua».
«Ma te lo sai come si fa?»
«Certo che lo so, per chi mi hai preso?», e cominciai a snocciolare alla cieca brandelli di nozioni sentite dai compagni di classe.
«Te non sai proprio nulla».
«Non è vero. Perché, te sai tutto?»
«Sicuro! Sta a sentire». E mi raccontò per filo e per segno i dettagli di certi suoi incontri al pagliaio con la fidanzata. Rimasi seduto sul pavimento a bocca aperta; non credevo a una sola parola, però non mi persi neanche un particolare.
Quando scendemmo nell’aia mi sentivo le punte delle orecchie in fiamme e riuscivo a pensare solo alla schiena nuda della ragazza bionda della rivista.
«Oh, eccoli i miei uomini», disse il nonno. Sorseggiava il vinsanto.
Non dissi nulla.
«Il gatto ti ha mangiato la lingua, Paolo?»
Mi cacciai in bocca un pezzo di schiacciata alla fiorentina solo per avere una scusa per non rispondere; volevo pensare in pace a quello che mi aveva raccontato Valerio.
Tommaso tormentava mia cugina Camilla che lo ascoltava annoiata mentre smangiucchiava le ciliegie; affondava i denti fino al nocciolo e poi le succhiava.
Non so come, mi ritrovai a fissarle le tette. Erano piccole, niente a che vedere con quelle della Latini o della professoressa di matematica.


Alessandra Cardi lavora nella moda. Ha da sempre la passione per la scrittura, passione che ha rafforzato frequentando corsi di scrittura creativa e tecniche di narrazione. Diversi suoi racconti sono stati selezionati per la pubblicazione in antologie.


LEGGI QUI TUTTA LA NARRATIVA DELLA NOSTRA RIVISTA

1 commento

  1. Valentina says

    Buongiorno, secondo me sarà un libro che ne varrà la pena di leggere, l’inizio promette molto bene, lo pubblicherei senza dubbio.
    Venuti Valentina

    "Mi piace"

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