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La prima cosa scritta #3

5 domande a partire da una fotografia: quella del primo testo scritto. Le prime parole delle quali scrittrici e scrittori hanno deciso di fare qualcosa, o quelle che hanno mostrato loro che scrivere era ciò che volevano davvero (e in cui davvero riuscivano). La svolta nella loro formazione, anche se in un momento iniziale, e nel loro percorso autoriale.

A cura di Francesca de Lena. Intervista di Francesca Ceci.
Risponde Gianni Montieri.

Cosa questa foto racconta del testo e cosa racconta di te?

Questa foto diventa un movimento teso al recupero di qualcosa di molto prezioso. Ed è esattamente quello che rappresenta per me la prima cosa scritta e dopo tutte le altre. Le poesie le scrivo sempre tutte quante a mano, ognuna due o tre volte sullo stesso taccuino, prima di ricopiarle in word. Ogni poesia ha almeno un paio di editing fatti con penna prima di essere trasferita sul foglio elettronico. La prima cosa scritta però deve essere stata una canzone modificata. Modificavo i testi delle canzoni, le cambiavo e le adattavo alle mie giornate, ho cominciato così.

Chi eri e cosa facevi o cosa volevi fare (e fartene del tuo scrivere) quando l’hai scritto?

Ero solo un ragazzo che si divertiva con le parole degli altri, non pensavo di fare lo scrittore, ma le parole mi piacevano. Questa passione un po’ è rimasta, viene fuori quando scrivo recensioni, per esempio. Oppure se scrivo un pezzo di sport, capita che io ci metta dentro un film, una poesia, un brano di un romanzo, una canzone.

Come e quando questa prima cosa scritta si è trasformata in una tua attitudine di vita o in un mestiere?

Credo d’aver capito di voler scrivere seriamente (se così si può dire) quando mi sono trasferito a Milano da Giugliano, avevo 23 anni. È come se quella città, con i suoi viali, i suoi poeti, i suoi tram, mi avesse messo la penna in mano per davvero. Le devo quasi tutto.

Quanto di questa prima cosa scritta è ancora parte del tuo modo di scrivere?

Non la prima cosa scritta, ma la necessità di non sprecare nulla di quello che si scrive, credo che venga da allora. Una storia che ho raccontato qualche volta viene dal titolo che ho dato al mio secondo libro “Avremo cura”. Anni prima avevo scritto su un taccuino una poesia che aveva quel titolo. Il testo non funzionava, ci sono ritornato più volte, eliminando una volta un verso, la volta dopo l’altro. A un certo punto mi sono reso conto d’aver salvato solo il titolo, eppure il senso di quella poesia non riuscita si era trasferito nella complessità di un intero libro. Sono contento di cosa ho salvato e di cosa ho scartato.

Cosa ne è stato di questa prima cosa scritta? È entrata in un libro? È rimasta in un cassetto? La scriveresti allo stesso modo? Se no, cosa non scriveresti più così?

Ti dirò, io i testi delle canzoni li cambio ancora, questo è rimasto, credo che mi aiuti nello scrivere nel senso che fornisca una certa elasticità nella ricerca delle parole e poi nella loro successiva, spesso necessaria sostituzione.

Gianni Montieri. È nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo e nella rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici, L’ultimo uomo e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.

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