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Croste

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ’20/’21 poi dalla nostra redazione, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione. Questo è il secondo, lo ha scritto Alberto Cogo e ha richiesto poche correzioni, a cura della corsista di Apnea Cristina Troncia e della redazione.


Un padre si avventura nel bosco con il figlio per cercare Jack, il cane smarrito. Il lettore si ritrova immerso in una natura inospitale, che alimenta paure e cura ferite, punisce e ripara. La scrittura dell’autore, con pennellate decise ed essenziali e dialoghi bruschi, riflette l’inclemenza della natura.


di Alberto Cogo


La bambina lo puntò da una feritoia tra i capelli che le scendevano dalla fronte al petto. La mano correva avanti e indietro sopra il gomito, come la zampa di un gatto su un gomitolo di lana.

«Il braccio è mio e ci faccio quel che voglio», disse.

«Se non la smetti ti toglierai tutta la crosta», ribatté il fratello.

«Non m’importa».

«Continuerà a sanguinare».

«Lo so». 

«E se lo sai, perché non smetti?».

«Perché voglio vedere quanto sangue c’ho», balbettò lei.

Con le unghie sbrecciate grattava la crosta sul gomito, una piccola isola vulcanica spuntata sulla pelle dopo uno scivolone dal muretto a secco dietro la stalla. La collina ingialliva sotto il sole di maggio e l’erba e i capelli della bimba avevano preso lo stesso colore. Qualche guscio di neve ancora resisteva sulle vette più a nord, alle spalle del baito.

«Ti comporti troppo da stupida per essere mia sorella», la provocò il ragazzo.

«Forse non lo sono», rispose secca lei.

Il sangue aveva ripreso a scorrere in un rivolo nero inchiostro. Scendeva pastoso come una lingua di lava verso il polso, coprendo al suo passaggio piccoli nei e segni lasciati da ferite più antiche. Il fratello strappò da terra una spiga di forasacco e se la infilò nella fessura tra gli incisivi. 

«È vero. Non sei mia sorella», mentì masticando lo stelo.

«Dici una bugia!».

«E perché dovrei? Tanto per me è uguale».

La bimba smise di grattarsi e portò le mani alla bocca, tingendosi le labbra di sangue. 

«Meglio, non voglio essere tua sorella!».

«Non è questa la cosa importante», rispose sputandole la spiga tra gli zoccoli.

La ragazzina si leccò le labbra. Il sapore ferroso del sangue le grattò la lingua.

«E cosa c’è di tanto importante?».

«Che, siccome non siamo fratelli, papà è papà di uno solo di noi».

Il ragazzo allargò le braccia per caricare il colpo finale, come un gheppio spalanca le ali prima di picchiare su un topolino rimasto troppo lontano dalla tana.

«E non sei tu», aggiunse.

Il labbro superiore della bambina prese a vibrare. Strinse gli occhi per impedire alle lacrime di cadere. In fondo, pensava, se non cadono nessuno può dire che piango. Tornò a grattare con forza il poco che rimaneva della crosta.

«Vado a raccogliere qualche fungo. Vieni?», aggiunse il ragazzo voltandosi verso il bosco di abeti.

Per tutta risposta la bambina si inginocchiò sul pascolo. Il fratello fece due passi e le fu accanto.

«Dai vieni. Questa notte hai sentito quanta pioggia ha fatto? Troveremo qualcosa di sicuro».

«Resto qui», rispose a testa bassa, con le punte dei capelli che toccavano l’erba.

«Se vieni con me torniamo fratelli».

«Voglio Jack!», esclamò continuando a guardare per terra.

Il ragazzo alzò la fronte al cielo. Niente nuvole. Solo azzurro e azzurro che andava a morire verso valle, nel grigio che saliva dalla pianura. 

«È vivo sai? L’altra sera l’ho sentito abbaiare dal bosco», aggiunse la bambina.

«E perché tu di notte non dormi?».

«Perché mi manca».

Il fratello tirò su il muco dal naso e lo sputò voltando la testa di lato.

«Anche a me», disse.

«Tornerà, vero?».

«Non lo so. Forse».

La prese da sotto le braccia e la sollevò. La bambina tenne le gambe raccolte, restando in ginocchio nel vuoto.

«Dai, andiamo», le disse il fratello.

La piccola liberò i piedi e toccò terra.

«Credo di sapere dove trovarne di grossi come il cappello del babbo», aggiunse il ragazzo.

La lasciò camminare davanti a sé per tutto il pascolo e le si fece accanto solo una volta nel bosco. All’ombra delle piante, pensò il ragazzo, forse non l’avrebbe visto piangere. C’era vento tra gli alberi e rumore di piccoli animali sopra i rami e tra le radici. Sulle loro teste un falco, con i suoi fischi acuti a spezzarsi sui ghiaioni delle Gemelle.

«Alzati, dobbiamo andare».

Il ragazzo aprì gli occhi verso la bassa finestra. Fuori non c’era che buio.

«Dove papà?», farfuglio con la voce annodata dal sonno.

«Vèstiti. Ma gli scarponi mettili sulla porta. Tua sorella non si deve svegliare».

Le parole di suo padre riempivano la stanza che sapeva da legna e coperte rimaste a lungo negli armadi. Parole appesantite, come la pioggia dei giorni dei morti, quella che non smette e che ti bagna uno strato per volta, fino alle ossa. Scesero dabbasso. Accanto all’uscio era appoggiato il fucile da caccia. L’uomo lo raccolse e fece cenno al ragazzo di seguirlo. Alla spalla destra caricò la corda lunga della stalla. A metà del pascolo si fermò per togliere qualcosa dalla tasca.

«Tieni. Mangia. C’è da camminare».

Porse al ragazzo un pezzo di pane di segale con del formaggio maturo. Il figlio lo addentò senza smettere di tenere il passo del padre. Dopo mezz’ora nel bosco l’uomo prese su dritto per la Pecorara. Il ragazzo la conosceva, ma non lo diede a vedere. Conosceva tutto della sua montagna, però lì ci andava poco. Il sentiero, largo giusto per una persona alla volta, si arrampicava tosto per i ghiaioni delle Gemelle. In certi passaggi, quando ci si trovava ad aggirare a valle qualche croda, c’era da essere attenti, se no si finiva un centinaio di metri più sotto con le ossa rotte. Eppure non evitava la Pecorara per paura, ma per sua sorella, che spesso lo seguiva di nascosto. Non voleva saperla tra quelle pietre con ai piedi gli zoccoli troppo grandi che erano stati di mamma e che lei non toglieva mai dal giorno successivo all’incidente. 

«Hai visto un orso, papà?».

«No, però c’è. Stiamo attenti».


Una battuta di caccia? Ma papà se la concedeva solo a gennaio, quando il freddo, quello vero, alleggeriva i lavori in stalla. E poi andava sempre da solo a seguire le orme delle lepri bianche sulla neve. Il cuore iniziò a prendergli a calci il petto. Guardò la canna del fucile, nera come il temporale, spuntare dalla spalla di suo padre.

Superati i ghiaioni salirono verso la valle stretta tra le cime Gemelle. Scorsero l’ombra di un camoscio arrampicarsi sul pendio a ovest. L’alba non doveva essere lontana. Attraversarono il valico, che per secoli aveva visto nient’altro che bracconieri, passatori e sigarette, e arrivarono ai Muschi. Non era altro che un piccolo altipiano ovale, coperto dall’ultimo bosco così in alto. Una selva chiusa tra le pareti verticali delle Gemelle che d’inverno se ne stava quasi sempre in ombra e che teneva con sé la neve per buona parte dell’estate. L’altipiano terminava in una parete verticale. I selvatici non ci sostavano a lungo, in quella trappola a forma di imbuto. Le donne, un tempo, lo chiamavano il Grembo del Diavolo e quando ci andavano gli uomini per cacciare o passare la frontiera, loro restavano sveglie a pregare.

L’uomo si fermò all’ingresso del bosco. C’erano impronte su quel manto bianco quasi perenne. Di tante cose, nessuna umana. Si inginocchiò e mise un palmo sopra quella più fresca. Conteneva tutta la mano. Bestemmiò.

«È l’orso, papà?».

L’uomo si tolse la corda dalla spalla e la diede al figlio. 

«Portala tu e stammi vicino», disse controllando le cartucce della doppietta, «Non stiamo cercando l’orso, ma non è detto che non ci si incontri».

Camminavano sulla neve ghiacciata e i loro passi erano boati in quel catino di pietra. Il ragazzo aveva il busto piegato per il peso della corda coricata sul collo, come il giogo di un bue.

A metà dell’altipiano l’uomo si fermò, tendendo un braccio in direzione del figlio.

«Eccolo!».

Il ragazzo si mise in ascolto.

«Cosa papà?».

«Fa’ silenzio».

Tacque e, come suo padre, attese. A star fermi si gelava. Faceva sempre freddo ai Muschi, di quello che puzza e ammala e che c’è in certe cantine dove non entra mai luce. Lo sentì. Pareva il vagito di un bimbo. Forse un agnello o un piccolo di capriolo rimasto solo. Poi fu di nuovo il silenzio. L’uomo riprese il cammino guardando a terra. Cosa ci vedesse in quegli aghi di pino e in quei segni sulla neve, il figlio non lo capiva. Già tanto se lui si accorgeva di una pisciata di cervo sul manto bianco. L’abbaio arrivò dopo un minuto. Come costretto, come lontano, sebbene davanti a loro non vi fosse altro che l’altipiano corto e buio.

«Jack…», sussurrò il ragazzo.

Suo padre annuì e allungò il passo seguendo un sentiero invisibile tracciato tra le piante. All’ingresso di una radura spalancò le braccia.

«Non muoverti».

L’uomo si inginocchiò sulla neve e sporse il petto in avanti.

«Cos’è babbo?».

«È un bus. El bus dele strie».

Appena sotto la linea della neve c’era un cerchio nero, largo quanto un pozzo. Oltre il cerchio il vuoto.

«Jack è là sotto?».

«Credo di sì. Fa’ tre giri di corda attorno a quell’albero», aggiunse.

Il ragazzo obbedì e poi porse le cime al padre.

«Tieni il fucile. Se si avvicina l’orso, spara».

Il giovane prese l’arma, tenendola dritta davanti a sé. Pesava e le braccia del ragazzo iniziarono a tremare. L’uomo allungò le mani e riprese il fucile allontanandosi dal bus.

«No papà…».

«Posso perdere un buon cane, ma non un figlio. Un figlio non me lo darà più nessuno. Andiamocene».

«No, papà».

L’uomo si avvicinò, fino a entrare nella nuvola bianca del respiro del ragazzo.

«No cosa?».

«Scendo io e tu tieni il fucile per l’orso».

«Non puoi».

«Sai che mi arrampico bene e poi c’è la corda e in cima alla corda ci sei tu».

L’uomo fece un giro su stesso osservando il bosco che li cingeva.

«Va bene. Ma se vedo che si fa difficile, ti tiro su e ce ne andiamo».

Il ragazzo annuì. Il padre fece passare di mestiere la corda tra le gambe e sotto le ascelle del figlio. Quando fu ben salda, se la girò a sua volta attorno al braccio e al busto. 

«Tieni la pila», disse allungandogli la vecchia torcia militare, «Non fidarti degli appigli, sarà tutto ghiaccio».

Il padre cedeva corda pochi centimetri alla volta e il giovane cominciò la discesa tenendosi lontano dalla parete con la punta degli scarponi. La luce fragile della valle venne inghiottita dal buio. Quando toccò terra sentì scricchiolare sotto le suole degli scarponi, quasi fosse atterrato su un tappeto di ramoscelli. Accese la torcia. Ai suoi piedi un po’ di neve, qualche foglia e ossa ingiallite dal tempo. Toraci, mandibole, crani forse di volpi o caprioli. Animali caduti in quel buco e mai più risaliti. Il giovane si tolse la corda di dosso e guardò verso l’alto, come se si aspettasse una grazia da quell’occhio di luce sulla superficie del bosco.

«Tutto bene?», chiese il padre senza ottenere risposta.

«Tutto bene?», ripeté alzando la voce.

«Sì», rispose il ragazzo.

Un rumore lo costrinse ad alzare la torcia. Il fascio di luce graffiò le pareti della grotta, per fermarsi in un antro, forse l’ingresso di una seconda cavità. In fondo brillavano due occhi.

«Jack…», disse a mezza voce.

Gli occhi rimasero al loro posto.

«Dai Jack, vieni qui».

Il ragazzo fece due passi e dall’antro uscì un ringhio. 

L’animale doveva essere stato bianco un tempo. Forse un segugio, come suggeriva la dimensione delle orecchie che scendevano molli a lambire il garrese. Sul petto la fame aveva scavato la carne portando alla luce le costole. Non era Jack.

«L’hai trovato?».

«No, papà».

«Come no? Non è là sotto?».

«C’è un cane. Ma non è Jack».

L’uomo alzò lo sguardo alle cime degli alberi ai margini della radura. E poi ancora più in alto, verso le Gemelle. Bestemmiò.

«Va bene. Sali adesso».

«No».

«Cosa?».

«No papà». 

«Muoviti!», ordinò il padre alzando la voce.

Il ragazzo guardò di nuovo in direzione dell’antro. Gli occhi del cane si erano abbassati di un braccio: doveva essersi accucciato.

«Non lo lascio qui».

«Can da l’ostia, sali!».

«Mi dispiace papà, non lo lascio».

«Cristo di un Dio. Vieni su, adesso!».

Il ragazzo cavò dalla tasca lo scartoffio del panino al formaggio, con la metà tenuta per il ritorno. Fece un passo avanti. Il cane rispose al movimento con un secondo ringhio. Il giovane staccò un piccolo pezzo di pane e lo lanciò a un metro dall’animale. Il segugio si rialzò sulle zampe, roteò il capo in una direzione e poi nell’altra, allungò il collo e afferrò il boccone. 

«Che stai facendo?».

«Lo catturo», rispose il ragazzo sottovoce.

«Ti morderà!».

Staccò un pezzo di formaggio e lo lanciò a metà dello spazio che lo separava dal cane. L’animale fece due passi e lo addentò. Masticava lentamente, come un vecchio privo di denti o un bambino che ancora non ha imparato a memoria quel gesto di sopravvivenza. Il giovane fece un cappio con la corda che si era sfilato. Divise in due quel che restava del suo pasto e lo appoggiò davanti alla punta degli scarponi. Il segugio rimase immobile. Dagli angoli rugosi della bocca scendevano fili di bava fino a toccare le ossa sul fondo della grotta.

«Vieni», disse il ragazzo a mezza voce, «lo so che hai fame».

Il cane si accucciò e prese a strisciare ventre a terra. 

«Bravo, vieni qui».

L’animale raggiunse i suoi piedi e cominciò a mangiare. Quando ebbe finito, il giovane aprì la mano dove teneva l’ultimo pezzetto di pane e formaggio. Il cane si mise seduto. Il ragazzo sollevò ancora un poco il braccio, fino a quando l’animale non alzò le zampe anteriori, appoggiandole sul petto del giovane. Mangiava dal suo palmo senza mordere neppure un dito. Con la mano libera, il ragazzo fece scivolare il cappio sul torace del cane. Quando fu certo di averlo legato per bene, fece un saltello indietro e urlò rivolto alla bocca del bus.

«Tirami su papà! Mi morde, mi morde!».

L’uomo tese la corda e con un colpo di braccio sollevò il corpo di un paio di metri. 

«Bravo papà», disse il giovane dal fondo della grotta, «ora fa piano».

«Questa me la paghi», rispose l’uomo, continuando a recuperare la fune, «Appena arrivi in cima la paghi».

«Avevi ragione papà, voleva mordermi», aggiunse il ragazzo mentre osservava il cane salire verso la superficie. 

Quando la sagoma bianca emerse dal bus, il padre sgranò gli occhi.

«Che scherzo è?».

«Scusa papà, ma dovevamo liberarlo. Adesso scioglilo e gettami la corda».

L’uomo afferrò il cane per il collo, slegò il cappio e scagliò l’animale a un paio di metri dal buco. Quello rotolò sulla neve e rimase disteso un minuto buono prima di alzarsi e prendere, barcollando, la via del bosco. L’uomo lanciò la corda dentro la grotta.

«Sai legarti?».

«Sì, papà, so come fare».

Il ragazzo prese la cima e la fece passare tra le braccia e le gambe, imitando a memoria i gesti del padre. Quando fu pronto strattonò la fune due volte.

«Ci sono», disse.

Il padre appoggiò lo scarpone sul bordo del buco e piegò il busto all’indietro. Il ragazzo cominciò la risalita.

«Tutto bene?», chiese l’uomo.

«Sì, papà». 

Man mano che si avvicinava alla superficie, riacquistava la vista. Ora poteva vedere la parete del bus costellata da muschi e stallatiti di ghiaccio simili a denti affilati che il tempo, al posto di consumare, moltiplicava e allungava. A qualche metro dalla fine dell’antro la corda si fermò.

«Cosa succede papà?».


L’uomo non s’era accorto di nulla. Non un ramo spezzato, non il rumore delle zampe sulla neve. Eppure l’animale doveva pesare almeno tre volte lui. Solo quello strano odore selvatico lo aveva portato a voltarsi quel tanto per vederlo. L’orso era fermo a pochi passi dal bus, nel mezzo della radura. Immobile, come non fosse mai stato altrove. 

L’uomo cercò con lo sguardo il fucile. Ai suoi piedi non c’era. Ricordò di averlo ancora a tracolla, sotto la fune assicurata al corpo e tesa per il peso del figlio attaccato all’altro capo. Il fucile o la corda. Il grande orso o il suo piccolo uomo. Rifletté, freddo come il giorno in cui era nato nel baito, con due metri di neve fuori e le mani di suo padre che lo tenevano saldo e ancora appeso al cordone ombelicale. Scelse la corda.

«Papà!», gridò il ragazzo.

L’animale si mosse disegnando un cerchio attorno al buco. Si voltò e fece un secondo giro, calpestando le sue stesse impronte. Si sollevò sulle zampe posteriori e ruggì. L’uomo abbassò le palpebre attendendo il colpo degli artigli dall’alto.

Le riaprì al suono di un latrato acuto. Il cane era ricomparso e se ne stava tra lui e l’orso. I canini in direzione della belva, il collo proteso in avanti. L’orso si rimise a quattro zampe, emise un ruglio più forte e gli si lanciò contro. Il mezzo segugio schivò l’assalto e prese a girare intorno al nemico. Scansò un secondo attacco e poi un terzo. Fece due passi indietro e si infilò nel bosco. L’orso lo seguì al trotto, scomparendo tra gli alberi.

L’uomo riprese a tirare la corda con tutta la forza che aveva, fino a quando il volto del ragazzo comparve pallido oltre l’orlo del buco.

«Muoviti, andiamocene», disse tagliando i nodi della fune con il coltello da caccia.

«Era l’orso?».

«Sì. Se n’è andato, ma può sempre ripensarci».

«E il cane?».

L’uomo rispose girandogli le spalle.

«È scomparso nel bosco».

Corsero tra gli alberi spalla a spalla. Il padre teneva in mano il fucile. Il figlio teneva gli occhi fissi sulla neve alla ricerca delle tracce del cane. Ma c’erano solo impronte enormi a precederli, con le punte degli artigli impresse nel ghiaccio. Quando oltrepassarono gli ultimi alberi il ragazzo si voltò. 

«Papà, è dietro di noi!».

L’uomo si girò puntando il fucile. Il cane era una ventina di metri più indietro. Procedeva lento, come portasse sul dorso il peso di tutti i rami del bosco.

«Aspettiamolo!».

Il padre colpì il figlio in volto con la mano aperta.

«Muoviti! Vuoi fare la fine del topo?».

Cominciarono a scendere il ghiaione a lunghi passi. Il ragazzo ogni tanto si guardava indietro. Il cane c’era ancora ma la distanza tra loro cresceva. 

Girarono attorno all’ultima croda e videro finalmente il bosco di abeti, l’ultimo pezzo di terra selvatica prima dei pascoli e del baito. Il ragazzo si girò un’ultima volta. Il mezzo segugio era scomparso.

«Che fai?». 

Il giovane s’era accucciato a terra, con le braccia avvinghiate alle ginocchia, come un masso tra i massi.

«Alzati!».

L’uomo tentò di sollevarlo, ma il figlio si opponeva con tutto il suo peso. Gli diede una seconda sberla.

«Alzati!».

Il ragazzo non rispose, tenendo la posizione. Dal bordo della bocca prese a scendere una linea di sangue. L’uomo inspirò a lungo e volse gli occhi al sentiero alle loro spalle, ma c’erano solo pietre da dov’erano venuti e sopra le pietre le Gemelle.

«Torniamo indietro fino all’ultima croda. Se non c’è, ce ne andiamo dritti a casa».

Il ragazzo si alzò. 

«Restami alle spalle», disse il padre. «Se troviamo l’orso non ti voglio tra lui e il fucile».

Girarono intorno alla croda. Il sentiero era deserto.

«Bene, si va a casa».

«Aspetta papà! Ascolta».

Un piccolo sibilo, simile al guaito di un cucciolo, saliva fino al sentiero da valle. I due si sporsero in giù. Sulla pietraia sotto di loro c’era il segugio. Disteso sui sassi pareva soltanto un’altra roccia. Dietro di lui, a una ventina di metri, avanzava l’orso. L’uomo scese usando il fucile come un bastone fino a quando si trovò sulla linea tra il cane e la belva. Caricò l’arma e la puntò. L’orso si fermò, alzandosi sulle zampe posteriori. L’uomo cominciò ad andargli incontro, sempre con il fucile ben teso davanti. La belva prese a indietreggiare, scivolò un paio di volte sui pietroni, si voltò e cominciò a correre in ritirata verso le Gemelle.

L’uomo si piegò sul cane. Ansimava e la pelle si gonfiava, a ogni respiro, tra costola e costola. Da vicino il manto bianco era più folto di quanto sembrasse a prima vista. Le orecchie erano da segugio, ma gli occhi quelli di un buon pastore, pieni come gli occhi di Jack. Avvicinò una mano al muso e il cane, a fatica, gli passò la lingua tra le dita, le stesse con cui aveva colpito suo figlio.

«Vieni, ma fa piano che cadi di sotto», disse il padre. «È troppo debole per camminare. Te la senti di difenderci se torna l’orso?», aggiunse porgendogli il fucile. Il ragazzo fece di sì con il capo e prese l’arma.

«Bene, andiamo». L’uomo sollevò il cane e lo tenne tra le braccia fino al pascolo davanti casa.

La bimba li aspettava sull’uscio. Suo fratello, suo padre e un segugio bianco con gli occhi da pastore.

«Ha mangiato e ora dorme in fienile. Il veterinario dice che ce la fa di sicuro. Ha meno di un anno».

Fratello e sorella continuarono a fissare il padre fin quando non si tolse la giacca e si sedette a tavola, versandosi del minestrone.

«Posso andare a vederlo?», chiese il ragazzo.

«Sì, ma fai piano, deve riposare».

Il giovane si alzò e uscì camminando veloce il giusto per non far vedere che aveva voglia di correre. Quando il ragazzo scomparve dietro la porta, la bimba disse a mezza voce:

«Ma non possiamo tenerlo, non è nostro».

«Hai ragione», rispose il padre, «Non è nostro. Ma io e tuo fratello adesso siamo suoi e lui rimarrà con noi fin quando lo vorrà».

«Posso andare a vederlo?».

«Certo, ma non lo devi svegliare».

Sulla porta di casa la bimba si voltò, le spalle appena rivolte all’ingiù, come tenesse nei pugni delle pietre di fiume che trascinavano le braccia verso il basso. Punteggiava ogni frase chiudendo gli occhi e pareva sorridesse anche parlando. Con quell’amore per gli animali e per Jack che lui non aveva mai capito fino in fondo, convinto fosse un dovere di maschio tener separate bestie e persone. Eccola sua moglie, nei gesti e nelle consuetudini della figlia. Con la stessa grazia, il medesimo timbro di voce sebbene acerba come una mora di luglio. La riconobbe e comprese, senza rendersene conto, che non se n’era mai andata del tutto quando era uscita di strada al tornante verso il paese quella mattina di ghiaccio. Che se era vero che la carne non sarebbe tornata, seppellita nel punto più alto del pascolo, era altrettanto certo che quel luogo e la sua famiglia avrebbero continuato a parlare per lei, con le spalle appena rivolte all’ingiù verso quella terra che aveva tanto amato.

«Sono sua anch’io?», chiese la figlia.

«Sì, anche tu», rispose il padre sorridendo.

La piccola uscì nell’aria di maggio e si toccò il gomito. 

La crosta era scomparsa, la pelle guarita.


Alberto Cogo per mestiere da vent’anni riporta fatti, in passato dietro a una videocamera, oggi davanti a una tastiera. Per passione cammina nei boschi in compagnia di un cane da pastore e scrive racconti. Vive in provincia di Verona.


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