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Liberaci dal padre: le famiglie religiose nei memoir

di Beatrice Galluzzi

Quando si parla di memoir americani, si assegna a Mary Karr, con il suo Il club dei bugiardi (Edizioni E/O, 2017), il merito di aver lanciato la rinascita del genere, e non vi è dubbio che le giovani memorialiste Patricia Lockwood e Tara Westover godano della sua onda di propagazione.

Ma in loro cʼè una matrice comune, al di là di unʼinfanzia non convenzionale e sciagurata: sono entrambe cresciute in famiglie estremamente religiose e la loro formazione è passata da credenze retrive e svianti che si sono trovate a contestare riadattando la percezione stessa della realtà.

La Lockwood in Priestdaddy – Mio papà il sacerdote (Mondadori, 2020) immola suo padre a icona cattolica permeata da controsensi ironici ed esagerazioni. Un prete a cui vengono assegnate chiese in paesi destinati allo spopolamento o ingombri di rifiuti tossici. Nei suoi innumerevoli trasferimenti, orbitando nella periferia americana più decadente, Patricia impara a fare in fretta i bagagli e adattarsi al retro di vecchie canoniche. A diciannove anni, scappa con il suo fidanzato, e ci racconta il suo distacco dalla fede – ma non dalla sua famiglia – con una satira feconda, che a volte scade nella forzatura: incarica sé stessa di alleggerire una figura altrimenti insostenibile, quella di un genitore sacerdote che quando è arrabbiato gira per casa in biancheria intima trasparente, e che per calmarsi lucida pistole. Lo stesso uomo che si è convertito al cattolicesimo dopo aver guardato il film Lʼesorcista per settantadue volte, mentre era in un sottomarino nucleare.

Fa tutto sorridere, in quello che racconta Patricia, soprattutto perché restituisce ai membri della sua famiglia tratti caricaturali. I dialoghi sono scambi di battute; i test psicologici, le opinioni antiprogressiste sulla parità di genere vengono contestualizzati in un teatrino dellʼassurdo – il padre scimmiotta le femministe facendo il verso delle mucche; i personaggi sono deprivati di fini ignobili, eppure i cattivi intenti affiorano dappertutto, facendo scricchiolare uno strato di ghiaccio troppo sottile e crepando la superficie nel momento in cui Patricia ammette di aver subito uno stupro.

Ci scrive una poesia, Rape joke, che diventa in poco tempo virale. Quando Priestdaddy lo viene a sapere la stringe a sé non per consolazione, ma per pregare che venga assolta dal suo peccato; la madre invece la porta dal ginecologo antiabortista che impone a tutte le sue figlie: «Forse fu allora che nacque in me il sospetto: qualcosa non va nel modo in cui questa gente ha organizzato il mondo, a prescindere dalle loro intenzioni».

Qualche riga dopo lʼautrice rilancia una discolpa sarcastica:

«A essere onesta, dato che non possiamo comprendere fino in fondo la mente e le motivazioni degli altri, è possibile che in realtà avesse scelto quel ginecologo perché gli altri medici del suo ambulatorio si chiamavano dottor Pipì e dottor Tette (ndr: nel testo originale the other doctors in his practice were named Dr. WeeWee and Dr. Bosom), una simmetria alla quale non sarebbe stata in grado di opporsi».

Poi, di nuovo, assecondando un alternarsi schizofrenico di traumi, gioia, tentativi di suicidio e battute:

«Un trucchetto che uso spesso, quando sono sopraffatta dalla vergogna e dal rimorso, o da un senso di rottura irreparabile, è pensare a un verso che amo in modo particolare, e a una poesia che è arrivata come un fulmine, e ricordare che non lʼavrei mai scritta se qualcosa nella mia vita fosse andato in modo diverso. Non così. Non con quelle parole».

Ed è qui che emerge la dissonanza cognitiva che Patricia ha in comune con tutti i figli bistrattati: lei è autrice di poesie e di questo stesso memoir grazie a quello che ha subìto e non a causa delle persone che lo hanno inflitto. La persuasione consolatoria che la sofferenza non sia vana o gratuita finché forgia talenti come il suo.

La stessa amena compensazione che troviamo in Tara Westover, ma con un risvolto più serio e drammatizzato. Lʼeducazione (Feltrinelli, 2018) è un testo che descrive una quotidianità di una famiglia di mormoni anarchici survivalisti talmente estrema da essere sì ridicola, ma in nessun caso divertente: permane solo lo sdegno che si prova da spettatori passivi di deprivazioni culturali e abusi. La Westover assolve i responsabili ancor prima di cominciare, in una nota che forse è lʼunica cosa che stona in un testo altrimenti scevro da discernimenti:

«Questo non è un libro sui mormoni né su nessun altro credo religioso. È la storia di diverse persone, alcune credenti altre no, alcune buone, altre meno. Ciò non significa che per lʼautrice ci sia alcun collegamento, positivo o negativo, tra le due cose».

Col cavolo, Tara, ci viene da dire una volta cominciata la lettura. Non solo il collegamento tra le due cose cʼè – e la storia è basata essenzialmente su questo – ma Lʼeducazione è un libro sui mormoni talmente universale da potersi estendere a ogni credo religioso usato come alibi da persone psicotiche e violente.

Tara cresce in una fattoria diroccata ai piedi di una montagna che la sua famiglia chiama la Principessa indiana e che, in pratica, è lʼunico spicchio di Idaho, e del pianeta, che conosce.

«La collina è un manto di grano selvatico. Se le conifere e lʼartemisia sono solisti, il campo di grano è un corpo di ballo: ciascun gambo segue gli altri in slanci improvvisi, come milioni di ballerine che si piegano una dopo lʼaltra quando le forti raffiche investono le loro teste dorate. La forma di questo solco dura solo un istante, e allora si ha lʼimpressione di poter vedere il vento.»

Eppure, nonostante la leziosità smossa dai ricordi, è tuttʼaltro che il luogo protetto della sua infanzia. Il padre si guadagna da vivere smembrando rottami e il paesaggio che lʼautrice descrive nella sua interezza è una radura disseminata di rifiuti in cui lei corre con i suoi fratelli. Nessuno di loro va a scuola, tutti lavorano nella discarica fin da piccoli, costretti a guidare macchinari trincianti a causa dei quali, molto spesso, riportano gravi ferite. La madre fa lʼerborista in casa e, sempre in casa, fa partorire le donne e cura le ferite con gli unguenti. Nessuno può andare in ospedale, non cʼè la possibilità di studiare – e quando uno dei figli esplicita lʼintenzione di istruirsi, il padre lo fa alzare ancora prima e faticare di più – né è contemplato alcun tipo di contatto esterno.

Il capofamiglia vive nella perenne ansietà che arrivi lʼApocalisse; ogni sua azione è votata solo ed esclusivamente a non farsi trovare impreparato: nasconde taniche di benzina, accumula provviste di cibo e armi da fuoco. Le paranoie si affastellano una sopra lʼaltra come la sua montagna di rifiuti, di cui raggiunge la vetta quando viene a sapere di un assedio militare contro la famiglia Weaver, fondamentalisti religiosi non lontano da casa loro – quella che Tara, anni dopo, scopre essere la famosa vicenda di Ruby Ridge.

«Cominciò verso la fine della stagione dellʼinscatolamento, quella stagione che gli altri bambini probabilmente chiamavano “estate”. La mia famiglia passava sempre i mesi caldi a inscatolare scorte di frutta perché il papà diceva che ne avremmo avuto bisogno per i Giorni dellʼAbominio. Una sera, quando rientrò dalla discarica, sembrava inquieto. Durante la cena misurò a grandi passi la cucina e quasi non toccò cibo. Dovevamo avere tutto pronto, disse. Cʼera poco tempo.»

È così che cresce Tara: di notte tormentata dalle immagini degli incidenti capitati ai fratelli sotto i macchinari, sbalzati fuori da auto guidate dal padre, le loro ossa esposte, la pelle ustionata, i crani rotti; di giorno schiacciata dal lavoro alla discarica e da quello di assistente erborista e ostetrica della madre. Fino a quando scopre il Coro del Tabernacolo Mormone, allʼinterno del quale il padre, per un periodo, le permette di esibirsi. Lʼunica qualità che a Tara sembra di avere, il canto, è un modo per imparare che cʼè unʼaltra educazione oltre a quella religiosa e rurale, anche se tutto la riconduce al punto di partenza:

«Il papà non smetteva di sorridere. Non cʼera praticamente nessuno, in chiesa, a cui non avesse dato dellʼinfedele – perché era andato da un dottore o aveva mandato i figli alla scuola pubblica –, ma quel giorno sembrò dimenticarsi del socialismo californiano e degli Illuminati. Mi rimase accanto, con una mano sulla spalla, a ricevere garbatamente complimenti.»

E se cʼè dellʼironia, nelle vicissitudini delle due autrici, è che Tara Westover si scopre brava a cantare quanto Patricia Lockood si rivela negata:

«Ecco la grande tragedia della mia vita. Se avessi saputo cantare non sarei qui, vivrei in un appartamento a Vienna mangiando pasticcini con le dita e bevendo acqua di colonia di proposito. Se fossi riuscita a emettere quel suono celestiale non avrei avuto bisogno della carta. Invece non sapevo cantare, ed eccomi qui.»

Ma hanno una nota discorde, queste due figlie sbagliate, che fanno risuonare inconsapevolmente. In Tara si propaga dal momento in cui si impunta nel voler ricevere unʼistruzione e pretende un certificato di nascita – molto difficile da ottenere, dato che la madre non si ricorda la data esatta; Patricia, invece, è conscia della sua insofferenza fin dalle manifestazioni antiabortiste in cui la trascinano i genitori da piccola. Seppur su strade parallele arrivano entrambe è unʼirreparabile rottura con la tradizione che le ha generate: estirpano da sole le proprie radici, rischiando di rimanere menomate, e lo fanno senza mettere in conto la possibilità di tornare indietro.

Nella loro fuga non cʼè niente di eroico: è spinta dalla mera necessità di assecondare il sopravvento di un dubbio insopprimibile. Tara e Patricia scappano in due momenti e in due luoghi distinti di unʼAmerica destinata a sfaldarsi e ricomporsi in forme mutate, ma leggendo le loro memorie intrise di poesia e fallimento si immaginano correre lʼuna verso lʼaltra per poi incontrarsi nel bel mezzo di quegli stessi paesaggi devastati.

Veri e propri casi editoriali, queste due scrittrici eretiche sono state fin troppo rispettose con i padri che le hanno sacrificate. Tara, che nella sua intervista per Feltrinelli parla più di quanto sia stato difficile perdere la metà della sua famiglia che sopravvivere alla violenza ed educarsi da sola; Patricia, che nel retro della copertina del libro abbraccia suo padre in una posa allegra, come a dire che, in fondo, non ha fatto niente di male a parte credere in Dio e non in lei.

Perché questo è il grande scotto che pagano in quanto figlie di una fede totalitaria: per quanto abbiano avuto il coraggio di distaccarsi da un Creatore e da un padre che sono la stessa cosa, in loro permarranno lʼobbligo di riconoscenza e il senso di colpa di tutti i sopravvissuti.

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