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Moda e fantascienza: l’immaginario di Rick Owens

di Claudia Vanti

Alla vista dell’immagine iniziale della sfilata p/e 2022 di Rick Owens al Palais di Tokyo di Parigi (il 28 settembre scorso) chi scrive ha momentaneamente pensato che si trattasse di un fotogramma sottratto a scene inedite dell’ultimo Dune diretto da Denis Villeneuve.

Esagerazione? Autosuggestione dettata dall’enorme quantità di reazioni e commenti al film appena uscito?

L’ambientazione – l’indirizzo preferito di Rick Owens per la maggior parte delle sue sfilate –  ha scalinate e colonne imponenti, e statue di gusto modernista che fanno pensare a un palazzo imperiale o a delle vestigia di qualche civiltà sull’orlo della distruzione, o comunque a un luogo pronto a ospitare riunioni intergalattiche dall’esito incerto. O a fare da sfondo all’arrivo della casa Atreides su Arrakis/Dune, come gli edifici brutalisti e i soffitti altissimi che nel film dichiarano a gran voce la grandezza (del regime) e l’arroganza della nobiltà dominante. “Grandeur”, per dirla eufemisticamente.

La regia della sfilata pensata per la diffusione via diretta streaming ha avuto, in più, il pregio di trasformare un pallido sole parigino di inizio autunno in un riflesso desolato e accecante degno di temperature ben più alte, e con le quali gli occhiali-visiera a specchio indossati da molte modelle sembravano addirittura necessari: la fortuna aiuta i fiduciosi e l’allestimento all’aperto infatti non ha risentito delle perturbazioni atmosferiche presenti sul resto d’Europa. 

La sensazione di assistere alla ripresa di un panorama assolato e poco ospitale ci rimandava all’immaginario di Dune, impressione rafforzata alla prima uscita, con Michèle Lamy, collaboratrice e compagna di vita di Rick Owens come modella d’eccezione.

Lamy indossava un abito in pelle nera costruito con tagli diagonali e indossato “sotto sopra” – senza tenere conto della posizione di maniche e scollo – a determinare sporgenze paragonabili a quelle dei rottami delle opere dell’artista John Chamberlain, e un lungo drappo di rete svolazzante come mantello; e poi gli stivali, anzi, dei gambali altissimi in pelle nera con una zeppa molto alta sul davanti e tacchi in plexiglass: un’immagine da musa, per la quale l’avanzare degli anni non fa che esaltare una mappatura di rughe e tatuaggi che disegnano il volto di un idolo primitivo neo pagano o post-atomico – il che forse è la stessa cosa – in ogni caso potente, o meglio, degno di un’alta carica sacerdotale di un oscuro culto religioso.

Qualcuno sta pensando “Bene Gesserit” (l’ordine sacerdotale dell’universo di Frank Herbert)? O eventualmente a una Sayyadina – sempre all’interno dello stesso universo -, una sacerdotessa incaricata di perpetuare i riti tribali e religiosi dei Fremen.

Il resto della sfilata di Rick Owens si è letteralmente dipanato lungo il filo di mohair di abiti ragnatela, con oblò posizionati in modo da indossare i capi variandone la forma, fra abiti-scultura dalla silhouette allungata e imponente, micro giacche, cappotti vestaglia dalle spalle enormi e giacconi in pelle, ispirati, per questa stagione, dal concept Modulor di Le Corbusier.

L’immaginario di Rick Owens si nutre da sempre di suggestioni spesso definite – senza troppa fantasia – apocalittiche, e da qui discendono delle figure con look energici e protettivi, eroi ed eroine loro malgrado in un mondo spesso ostile.

Ma per capire meglio questo immaginario è necessario spendere qualche parola anche su Michèle Lamy, personaggio chiave di avanguardie e sottoculture fra la Francia e gli Stati Uniti da diversi decenni. Originaria della regione del Giura, ha un passato da avvocato difensore e allieva del filosofo Gilles Deleuze, esperienze nel Maggio ‘68 e poi Los Angeles, prima come spogliarellista poi come animatrice e proprietaria di club nei quali la controcultura californiana si mischiava con le sue fascinazioni per le culture tribali, il Nordafrica berbero e la moda dei creatori giapponesi degli anni ‘80.

E proprio a Los Angeles l’incontro con Rick Owens ha dato vita alla collaborazione umana e artistica che è alla base della visione estetica del marchio: da questo sodalizio è scaturita una moda che interagisce con tutti i linguaggi artistici contemporanei – musica, design, fotografia e scultura – certamente influenzata dalla scuola giapponese di stilisti come Kawakubo, Miyake e Yamamoto, soprattutto nello sviluppo delle forme che si aprono in volumi inediti, ma che nel contrasto tra elementi arcaici e contemporanei trova una suggestiva atemporalità e anche uno sganciamento da un luogo preciso.

I riferimenti stratificati ad atmosfere tanto sacrali quanto post-industriali, a nomadismo tribale e medioevo claustrale e l’attrazione per le sottoculture, per la fluidità di genere, per l’oscurità e il decadente ma anche per l’energia sprigionata dai corpi si traducono in abiti che Sarah Mower di Vogue.com definisce “adatti a vestire guardiani della soglia”, con una non casuale citazione di Ursula Le Guin.

Gli abiti presentati erano indossate da modelle che camminavano in una nuvola di ghiaccio secco attorno alla fontana-piscina appositamente svuotata del Palais de Tokyo, in uno show che era il seguito di quello di febbraio 2021 (autunno-inverno 2021-22) ambientato davanti a casa dei due designer, su una spiaggia di un umidissimo, nebbiosissimo e piovoso Lido di Venezia. Come su Caladan, il pianeta d’origine degli Atreides, quasi interamente coperto d’acqua e battuto da forti venti e precipitazioni.

Casualità, zeitgeist, capacità di annusare l’aria e riadattare le proprie ossessioni estetiche, ma anche un prepotente ritorno nell’immaginario di massa della fantascienza epica e del fantasy dopo due decenni circa di predominanza di vampiri e zombies sul versante fantastico del mondo dell’intrattenimento.

I fili che collegano l’immaginario visivo di massa al mondo della moda sono ingarbugliati ma costanti, e si diramano in direzioni imprevedibili collegando costumi e naturale tendenza della moda di alta gamma a riprendere forme, stili, dettagli da un bagaglio storico che è anche il naturale bacino di riferimento per i costumisti impegnati a rielaborare le stesse forme per i set.

I costumisti però dedicano ben più di uno sguardo alla moda e ai suoi creatori, perché anche l’entertainment ha bisogno di un uno sguardo che sia sintesi dello spirito del tempo come solo la moda può dare.

E come le tute dei Fremen, già dai tempi di David Lynch ispirate e ispiratrici da e di giacche, corsetti e giubbotti in pelle ad alto tasso di protezione contro le avversità reali o metaforiche di vari tipi di mondi.

Contemporaneamente all’uscita nei cinema di Dune è stata diffusa sulla piattaforma Apple TV+ Foundation, serie ambiziosa e ispirata all’omonimo ciclo di romanzi di Isaac Asimov, con una scelta di calendario probabilmente non casuale a rimarcare il rinnovato interesse verso plot epici e costruzioni di mondi alieni o alternativi a quello reale.

Il progetto di Apple TV+ è mastodontico per una piattaforma di streaming, pensato per una diffusione a un grande pubblico o per aumentare il prestigio della piattaforma stessa.

La sfida è di portata ampia, visto che adattare l’universo di Asimov, pensato come un susseguirsi di eventi che caratterizzano centinaia se non migliaia di anni, non è assolutamente un compito facile: una narrazione pensata per un pubblico vasto, per di più con episodi a rilascio settimanale, ha bisogno di personaggi di riferimento e continuativi a cui affezionarsi, attorno alle quali costruire dialoghi e interazioni per possibili trame collaterali… tutto ciò che, insomma, manca alla scrittura del ciclo letterario ma che Apple ha pensato di aggirare con l’enorme potenza visiva di scenografie e fondi in CGI degni di mega produzioni cinematografiche.

Lo studio dei costumi, e in generale dei look dei protagonisti, non ha più niente a vedere con l’ingenua rappresentazione di un mondo futuribile che negli anni ‘60, un’epoca di ottimismo e spinta verso il progresso, veniva associato a forme semplicissime, unisex e aderenti: le stesse forme sposate con entusiasmo da creatori come André Courrèges o Rudy Gerneich (visionario stilista americano ideatore, da pioniere sull’uso dei tessuti stretch qual era, delle divise della base spaziale lunare di Space 1999).

Che la moda rifletta, o nei casi migliori catalizzi, gli umori del tempo, facendone emergere aspetti apparentemente marginali ma pronti ad esplodere è ormai cosa acquisita, e il percorso che ci separa dagli ottimistici anni ‘60 a oggi ci ha indirizzato verso una rimeditazione del passato e delle sue forme di bellezza esteriore nelle quali la sovrabbondanza di costruzioni sartoriali e decorazioni trova nuovo risalto in una mescolanza con altri stili, e si adatta ai volti e ai corpi attuali, con tutte le loro peculiarità e mescolanze. 

Esattamente 12 anni fa andava in scena Plato’s Atlantis, l’ultimo show concepito dal fondatore del marchio, con una diretta streaming che pur funestata da crash di server per numero eccessivo di accessi ha segnato un’epoca e mostrato una visione nostalgico-futurista di un mondo alieno e lontano nel tempo.  

Oggi la stessa aspirazione sartoriale la troviamo nell’ultimo direttore artistico di Givenchy, Matthew Williams, un designer che sta portando lo streetwear dei suoi esordi verso un elegante minimalismo sartoriale fatto di giacche aderenti con vita a bustino, spalle importanti e dettagli corazza.

Protezione, è questa la chiave. 

Del resto l’epoca che stiamo attraversando mostra un certo bisogno di protezione, in molti sensi, e ambienti dissestati, aridi, sconvolti dalle inondazioni o soffocati da un’atmosfera irrespirabile.

Se la giovane matematica Gaal Dornick sul suo pianeta d’origine – il retrogrado mondo d’acqua Synnax, indossa i leggeri tessuti impermeabili tipici del pret-à-porter giapponese d’avanguardia  e un broccato empowering sul pianeta sede del potere Imperiale, Salvor, la guardiana di Terminus, pianeta arido  e inospitale ai confini della galassia, si affida anch’essa ai giubbotti imbottiti, impunturati e rinforzati da applicazioni protettive nello stile dei capi in pelle che Rick Owens ha reso famosi all’inizio degli anni 2000: la fantascienza di oggi si è necessariamente rivestita, abbandonando l’innocenza e la fiducia che negli anni ‘60 vedeva gli uomini immaginati nello spazio coperti dì solo jersey aderente. 

A questo ritorno della fantascienza epica si affianca già da qualche anno un rinnovato interesse per il fantasy più classico: Game of Thrones, l’ultimo intrattenimento globale e condiviso da milioni di persone che oltre a seguirlo ne hanno analizzato ogni più remota sfumatura per otto anni, ha riacceso un filone e pur posizionandosi visivamente in un contesto che si potrebbe definire Medievale con influenze dall’Impero Romano d’Oriente, ha contribuito a ridefinire un immaginario di decorazioni e costumi lontano dai canoni favolistici fino ad allora messi in pratica a favore di una manifattura raffinata – a volte addirittura impercettibile – che ha molto in comune con la sapienza artigianale dell’alta moda contemporanea.

I titoli in uscita nel filone fantasy sono diversi è già molto attesi, e se i costumi variamente colorati di The wheel of Time di Amazon Prime lasciano supporre una realizzazione che possa catturare anche il pubblico teen, il primo trailer di The House of the Dragons, spin off di GoT prodotto sempre da HBO, ci lascia intravedere lo stile Imperiale di casa Targaryen con tessuti e soprattutto gioielli degni delle collezioni Art et Métier di Chanel dedicate alla manifattura artigianale dei propri fornitori.

Qualche anno fa si è fantasticato sulla possibilità  di tradurre in serie tv un ciclo fantasy articolato e complesso come quello che Marion Zimmer Bradley ha descritto nella saga di Darkover, si è parlato di un’opzione proprio di HBO e poi di un interessamento di Amazon Prime, ma attualmente sembra un’ipotesi remota, sicuramente a causa della complessità di un ciclo che si è articolato in circa 40 romanzi e della maggiore sicurezza economica che possono fornire spin-off o plot già collaudati come The Lord of the Rings, programmata per il  2022.

Chi conosce il ciclo o ne ha letto almeno qualche romanzo sa che la genesi di questo mondo alternativo sul pianeta Cotman IV – comunemente ribattezzato Darkover – scaturisce dalla più classica delle missioni spaziali di esplorazione, ma si evolve poi, per l’incontro con una civiltà autoctona, in un fantasy che mischia i consueti rimandi medievali alla tecnologia della fantascienza più classica.

Se mai verrà realizzato si tratterà di un altro scenario con rimandi ibridi anche a livello visivo e che sono sintetizzati da una visione post naturalista, di reminiscenza tanto primordiale quanto aliena, portatrice di un’estetica radicale come quella di Rick Owens citata all’inizio e che fa da filo conduttore di questa strana epoca sospesa fra il bisogno di protezione e la voglia di sconfinare in territori sconosciuti e lontanissimi. 

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