editing, lettura
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Perché non voglio fare l’editor

di Modestina Cedola

Tra il 2020 e il 2021 ho seguito un corso base e un corso avanzato per editor, ho imparato molto e mi sono goduta il percorso ma finisco con un’unica ferma convinzione: io non voglio fare l’editor.

Per me leggere è sempre stata la possibilità di scoprire il mondo. Nascere e vivere in un piccolo paesino di una provincia pugliese ti regala moltissime esperienze meravigliose ma non di certo la capacità di guardare in maniera ampia alle cose. Se ho scoperto la complessità del mondo pur senza riuscire a decifrarlo e se ho capito la varietà umana imparando a non applicare il metro del giudizio del paese, lo devo ai libri.

Nasco in una famiglia di non lettori. Durante la mia infanzia in casa mia c’erano tre libri: uno di favole, con una copertina rossa, a cui i miei fratelli avevano strappato delle pagine, una vecchia edizione di Heidi scarabocchiata sempre dai miei fratelli e Un amore senza fine di Scott Spencer comprato, ma mai letto, da mia madre. Se da un lato non avere altri lettori in casa non mi ha dato punti di riferimento nel percorso di lettura, dall’altro mi ha permesso di poter essere completamente libera nelle mie scelte. Non esistendo libri che non fossero i miei, in casa non esistevano nemmeno libri proibiti. La mia educazione letteraria è stata il frutto disordinato del mio istinto: potevo scegliere di leggere un libro incuriosita dalla trama, attratta dalla copertina, su consiglio di conoscenti o visto in un qualsiasi programma tv.

Questo mio libero andare a volte mi ha portato a leggere dei libri in un tempo sbagliato: ricordo che ero appena adolescente quando comprai un libro di Proust esposto su una bancarella, senza capirci un accidenti e sviluppando il terrore dei classici. A scuola mai nessun professore mi ha assegnato dei libri aggiuntivi da leggere, o ha messo in atto strategie che incentivassero noi studenti alla lettura, tanto che solo in età adulta ho capito che c’era una relazione tra le lezioni di italiano e i romanzi che leggevo invece di studiare. Il modo in cui i libri si sono intrecciati alla mia vita mi ha portato a instaurare con loro un rapporto intimo ed estremamente privato. Nemmeno tra i miei amici la lettura aveva un posto di rilievo, per cui l’abitudine a parlare di libri è una cosa che ho sviluppato in tarda età e in tempi recenti grazie alla mia bolla social, e che in alcuni momenti mi mette ancora in difficoltà.

Non sto raccontando tutto questo perché penso che sia speciale ma per far capire il mio senso di inadeguatezza di fronte alla letteratura. Quando mi capita di parlare con altri lettori e lettrici resto affascinata dalla robustezza dei loro punti di vista, dal modo che hanno di collegare i libri tra loro, dalle citazioni che riescono a infilare con naturalezza nei loro discorsi, dalla capacità di setacciare struttura e linguaggio. È una fame, la mia, che non accenna a smorzarsi ma che aumenta col tempo.

La mia curiosità diventa particolarmente ghiotta quando si parla di libri. In questi anni ho cercato di imparare il più possibile: ho seguito corsi, letto articoli e recensioni, assistito a presentazioni e convegni. Ho un quaderno verde in cui segno disordinatamente gli appunti illuminanti in cui mi imbatto.

Sul mio quaderno verde il programma di APNEA lampeggiava già da un po’. Trovare un corso di formazione per lettori è una rarità ed era esattamente quello che faceva per me. Un’intera classe raccolta intorno a un manoscritto inedito. L’abbiamo letto, sottolineato, scomposto, amato, demolito e poi ricostruito. Per ogni cosa fatta ci veniva chiesto il perché (non è scontato, non è sempre facile da spiegare). Il confronto con gli altri era la mia parte preferita: riesce sempre a stupirmi quante cose diverse vedono le persone nella stessa lettura.

Apnea era riuscita a regalarmi una strana frenesia che ho deciso di assecondare proseguendo con la masterclass. Qui il percorso cambia decisamente rotta. Ci sei solo tu, lo scrittore e il suo testo. I ruoli sono più definiti. Di fronte hai una persona con un sogno e una forte passione che decide di mettersi in gioco e di affidarti una piccola parte di quel sogno. Qualcuno obietterà che essendoci due tutor è un po’ come giocare a salve, ma vi assicuro che la responsabilità io l’ho sentita tutta. Devi creare un rapporto con l’autore e tenerne le redini, programmare il lavoro da fare, stabilire modi e tempi, immergerti nel testo e tirarne fuori la migliore versione possibile. Ma qual è questa versione migliore possibile? Quella che desidera lo scrittore? Quella che l’editor intravede in potenza? Nessuna delle due, né una buona combinazione di entrambe, potrebbero essere delle risposte plausibili. Francesca vi risponderebbe che “il testo è la bibbia”. È dal testo che bisogna lasciarsi guidare, è pensando al testo che bisogna ragionare. Non è semplice, e ritrovarsi di fronte a un testo sporco è un momento destabilizzante, abituati -come lettori- ad avere confidenza con dei libri lavorati.

Fare editing è leggere e rileggere, smontare e rimontare, farsi molte domande, farle all’autore, metterlo di fronte alle incongruenze delle sue scelte. Non è solo conoscere bene la lingua italiana, gli elementi caratterizzanti di un testo e i grandi maestri. Non ci sono delle regole standard, è una sensibilità che si affina leggendo tanto, soprattutto leggendo i libri brutti. È riuscire a spezzettare il testo in parti minuscole senza perdere di vista l’intero. È cercare un proprio metodo di lavoro andando anche per tentativi. È non sostituirsi all’autore, ma cercare di guidarlo nella realizzazione della sua opera. È essere creativi e pratici allo stesso tempo. È avere uno sguardo alto sulle cose, una visione di un qualcosa in continuo divenire.

È questo sguardo, che mi ha affascinato durante il corso e che ho visto in Francesca, negli ospiti e in alcuni dei miei compagni, che ho capito di non avere. Attraverso i libri mi sono sempre lasciata guidare dallo sguardo altrui. Mi piace fare domande, capire il lavoro che c’è dietro ai libri e in generale ai lavori creativi. La mia è una curiosità volta alla scoperta, non alla creazione. Io, che devo avere il controllo su tutto, riesco ad affidarmi soltanto quando leggo. Nell’editing è l’editor a dettare la via e lo scrittore ad affidarsi.

Mi sono sentita grata per aver contribuito al processo creativo di un’altra persona, ma è una responsabilità che non sento di poter fare mia. È un sentire che, seppur difficile da razionalizzare, è arrivato all’improvviso durante il percorso con il mio autore, in maniera chiara ed equivocabile. Nonostante il mio impegno e gli sforzi per portare a termine il lavoro nel migliore dei modi, questa consapevolezza è diventata via via sempre più chiara. Non ho l’attitudine a creare mondi, ma ho quella che mi porta a esplorarli. Sono una lettrice. 

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