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Lasciate fare la poesia ai poeti

Uno dei commenti che scrivo più spesso ai margini di un romanzo da valutare o editare è: sta facendo poesia. Se lo pronunciassi pubblicamente starei dicendo un’inesattezza anche abbastanza fastidiosa, perché nel mio lessico privato quella frase significa: “scrive belle parole a vuoto”, mentre la poesia è tutt’altro che questo, è anzi proprio il contrario di questo: la poesia carica le parole di significato. Ma ognuno di noi può permettersi il lusso di non correggersi quando pensa, di parlarsi in quella maniera inesatta e caotica e anche contraddittoria dettata dalla necessità di far presto e intendersi con una strizzatina d’occhio – ed è un lusso che io mi concedo quando per lavoro parlo (scrivo) per me. Com’è ovvio, se l’analisi di ciò che leggo non deve restare nel mio cervello, ma essere comunicata all’autore, all’agenzia letteraria o a chi altri, “aggiusto” la mia frase in modo che abbia un significato più certo, comprensibile, condivisibile. E però dentro di me la voglia, doverosamente ammansita, di “dirlo come mi viene” resta. Mi vibrò in corpo come una primavera …

La scrittura non è degli scrittori

Il mio modo di leggere è poco empatico. Ammiro un libro scritto meravigliosamente, o con un sapiente meccanismo narrativo, o con dei personaggi indimenticabili; m’interessa, m’istruisce, mi ammalia perfino, ma non mi sento partecipe. È una cosa che mi succedeva già prima e che da quando leggo per mestiere capita più spesso. Quando poi l’emozione cambia (succede con pochissimi libri*) dura per mesi, e io riconosco bene di essere stata messa allo scoperto. Mi capita allora di parlare di questi libri con un giudizio non più solo critico, ma personale: non più sulla scrittura – raffinatissima! – o sulla storia – così vera! – ma irrimediabilmente sulla sconfitta della mia razionalità, che mi costringe a uno sguardo nuovo, meravigliato e grato, come di chi ha bisogno di sentirsi dire certe cose che la riguardano. Prendiamo Karoo, di Steve Tesich: la storia di un uomo integratissimo nel suo mondo eppure al limite della propria esistenza. Un romanzo che ha toccato i miei due nervi scoperti, i punti più intimi di quella che sono: la paura fisica e …

La verità vi prego: sei tu a dover scrivere la storia, non il lettore

Caro @Disintegrazioni,

parliamo di come comunicare i sentimenti. Anzi: parliamo prima di come non farlo.

Tu hai una scrittura molto discorsiva, e, se uno ha voglia di seguirti per vedere se hai delle cose da dire scopre che delle cose da dire ce le hai. Però, per vederle, seguirti non basta. Bisogna dribblare.
Il tuo racconto è tutto fatto di pezzi in più che si trovano in mezzo al percorso e vanno scansati. Presi singolarmente potrebbero anche riempire di profondità la storia, ma tutti insieme la sommergono, al punto che della storia non c’è più traccia.