La scrittura non è degli scrittori

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il mestiere di leggere / personale

Il mio modo di leggere è poco empatico.
Ammiro un libro scritto meravigliosamente, o con un sapiente meccanismo narrativo, o con dei personaggi indimenticabili; m’interessa, m’istruisce, mi ammalia perfino, ma non mi sento partecipe. È una cosa che mi succedeva già prima e che da quando leggo per mestiere capita più spesso.

Quando poi l’emozione cambia (succede con pochissimi libri*) dura per mesi, e io riconosco bene di essere stata messa allo scoperto. Mi capita allora di parlare di questi libri con un giudizio non più solo critico, ma personale: non più sulla scrittura – raffinatissima! – o sulla storia – così vera! – ma irrimediabilmente sulla sconfitta della mia razionalità, che mi costringe a uno sguardo nuovo, meravigliato e grato, come di chi ha bisogno di sentirsi dire certe cose che la riguardano.

Prendiamo Karoo, di Steve Tesich: la storia di un uomo integratissimo nel suo mondo eppure al limite della propria esistenza. Un romanzo che ha toccato i miei due nervi scoperti, i punti più intimi di quella che sono: la paura fisica e la volontà di felicità.
Non desiderio, attenzione: volontà.

Per presentare il suo personaggio – uno così bravo nel suo mestiere da essere chiamato Doc e avere un ufficio sulla Cinquantasettesima ovest – Tesich gli fa dire:

“Sono un piccolo ma ben remunerato ingranaggio dell’industria dell’intrattenimento. Aggiusto sceneggiature scritte da altri. Riscrivo. Taglio e sistemo: taglio il superfluo e sistemo quel che resta. Sono uno scribacchino di professione con un’abilità che ha finito con l’esser considerata talento.”

Gli fa dire anche di peggio, per esempio di essere consapevole di non avere affatto alcun tipo di talento. E poi arriva alla drammatica conclusione:

“A volte mi sembra che il cosiddetto “superfluo” che taglio da tutte quelle sceneggiature e quei film stia cominciando a vendicarsi di me. Ci sono sempre più segnali del fatto che la mia vita personale è composta al momento quasi esclusivamente da quelle scene inutili e ridondanti che con tanta abilità ho eliminato dai film e dalle sceneggiature altrui.”

Karoo è un uomo di successo, ma separato, alcolizzato, sociofobico, solo. Potrebbe essere il ritratto di uno dei tanti scrittori famosi che abbiamo conosciuto e amato (il ritratto di Tesich) oppure potrebbe esserlo di uno dei tanti professionisti della scrittura che non conosciamo, che non amiamo, di cui non ci sono nomi in copertina né nei titoli di coda; di cui non sappiamo niente (il ritratto di Tesich).

Il punto è che Karoo non ha la volontà di scrivere cose sue. Ha iniziato, una volta, poi ha lasciato stare. La sua vita – che sia felice o tragica è solo un caso, potrebbe essere ognuna delle due cose – è fatta di altro. E su questo non si può avere un giudizio di merito; e certo non si può dire che Karoo non sappia scrivere. Eppure, lui riprende in mano l’idea di scrivere di suo pugno solo alla fine della storia, solo quando è a un passo dalla morte: quando il suo libero arbitrio non va più da altre parti, non ha più altre priorità.

bassaagamennone

Io faccio l’editor e non scrivo. Un vecchio adagio vuole che io faccia l’editor invece di scrivere perché, incapace di fare la seconda cosa, mi sia rifugiata nella prima. È quello che si è sempre detto di chi insegna, di chi valuta o di chi “aggiusta”.

Credere che gli altri non sappiano fare le cose è un vizio caro a chi quelle cose le fa. Come se avere l’esclusiva aumentasse la qualità della propria opera.

Due anni fa, quando la Rai provò a lanciare un talent sulla scrittura – noiosissimo e didattico: una cosa terribile – si levò un coro di raffinati scrittori italiani contro la mercificazione della (loro?) arte. Come se non fosse neanche pensabile che al mondo convivessero diversi generi e qualità di cose, come se, per tornare a un argomento sempreverde, Fabio Volo dovesse davvero tatuarsi delle scuse permanenti in forma di Se la tua arte non è riconosciuta quanto dovrebbe è per colpa mia per il semplice fatto di esistere.
(C’è da dire, poi, che questo vizio è specifico degli scrittori: non si è mai sentito un jazzista lamentarsi perché esiste X-Factor. Perché il jazzista sa che la sua musica non sarà minacciata da un talent, e lo scrittore no?)

Il vizio dei capaci si trasforma nella credenza degli ingenui: la maggior parte di quelli che non sanno scrivere ma che vorrebbero tanto farlo è convinto che frequentare scuole di scrittura o farsi guidare da editor e agenti sia un esercizio di blasfemia. Il loro argomento polemico principale è: Ma come facevano Kafka, Dostoevskij, Flaubert?
(L’unico e imperituro punto di riferimento degli ingenui sono i Grandi – per loro i Grandi sono sempre inarrivabili, intoccabili, incriticabili, neanche umani, fino a che non arriva un altro grande, che ne so: D.F. Wallace, e allora si ricomincia da capo).
Che è un po’ lo stesso argomento di quelli che prima di capitolare all’esistenza del telefono cellulare hanno reiterato l’arguzia “E come si faceva prima a incontrarsi per strada?” per un tempo francamente ridicolo.

La maggior parte degli scrittori, siano essi già ottimi scrittori o aspiranti tali, crede davvero che persone come Karoo siano prive di talento (anche se oggi non lo ammetterebbero facilmente, perché le figure come la sua si sono moltiplicate e hanno acquisito potere), crede che il fatto che Steve Tesich faccia confessare il suo personaggio, sia una conferma del loro sospetto, di quello che intimamente sono certi di sapere.
Ed è soprattutto per loro che scrivo questo post.

Cari scrittori, io vi amo. Non potrei fare a meno di voi, perché ho bisogno della lettura come del pane e ammiro le vostre storie e ammiro le vostre capacità e le vostre competenze e le vostre sensibilità e la vostra disciplina, ma devo dirvi una cosa.
Voi non siete gli unici a saper scrivere. Siete gli unici a volerlo fare.

So bene che non è una differenza da poco. E allora perché non parliamo di quella?
Parliamo del coraggio che avete a mettere la vostra vita (non in senso autobiografico) in subbuglio, a trovare un senso alle immagini, a “seguire le voci”, ad interrogarvi sui simboli dell’esistenza, su quello che ci accade, come, quando, perché. Parliamo di come vi mettete in gioco, come lasciate in giro una parte di quello che siete a disposizione degli altri, della forza che ci vuole per farlo, e per scegliere di togliersi tempo, serenità, pazienza, e mettersi a provare, ricominciare. Parliamo del caleidoscopio di caratteristiche che vi permettono di essere degli scrittori (non dei martiri, attenzione, e nemmeno degli eroi).

eroe-martire

Tutte loro, tutte quelle splendide cose, non fanno immediatamente di voi i padroni della capacità di scrivere. La scrittura non è vostra. Intestarvi l’esclusiva dignità delle parole sminuisce la vostra capacità di creare arte, non quella di chi non è arte che vuole creare, ma usa lo stesso, legittimamente, la propria capacità di scrivere.

Il saper scrivere è cosa severa e netta che fa strage di una maggioranza di persone che ci prova e che non ci riuscirà mai. Questo bisogna saperlo. E però bisogna sapere che il discorso vale per tutti gli usi della scrittura, per tutti i mestieri che la riguardano: perché ci sono persone che usano la scrittura, ma non vogliono scrivere. C’è chi usa la scrittura in maniera diversa da come la usate voi. C’è chi non si esprime come voi, chi non è voi. Lì fuori c’è un mondo che si appropria della capacità di scrivere in maniera altrettanto legittima della vostra.

C’è un’affettuosa prefazione di Angelo Pellegrino a L’arte della gioia di Goliarda Sapienza in cui lui ricorda così la scrittrice:

“Scriveva di solito la mattina cominciando intorno alle nove e mezza, e andava avanti sino all’una e trenta, le due, tutti i giorni, cercando di sfuggire – e non era facile – ai numerosi inviti a colazione nel sole di Roma di quegl’anni beati e agitati. Diceva sempre che scrivere significa rubare il tempo anche alla felicità.”

Mettiamola così: io non voglio rubare neanche un secondo di tempo alla mia felicità. Questo non mi riduce a credere che voi scrittori non possiate essere felici. Così come io non m’intesto tutta la felicità del mondo, voi, per favore, smettetela di intestarvi tutta la scrittura del mondo. Perché se è indubbio che, seppur provando a scrivere, voi riuscite a essere felici, è altrettanto indubbio che seppur provando a essere felice io riesco a scrivere.

felicita

*ultimamente: “Vite che non sono la mia” di Emmanuel Carrère; “Tre anni luce” di Andrea Canobbio; un romanzo inedito di Andrea Pomella; “Karoo” di Steve Tesich

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17 Comments

  1. Pingback: La scrittura non è degli scrittori — I libri degli altri | alessandrapeluso

  2. Concordo su tutto tranne che su due punti:
    1. I jazzisti: ne ho sentiti lamentarsi dei talent;
    2. Le scuole di scrittura (ma questo l’ho già detto commentando un tuo recente post su facebook).

    🙂

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    • Sui jazzisti avete discordato in diversi 🙂 Sarò stata fortunata a incontrare quelli giusti, davvero. Possiamo pure cambiare paragone, parlare dei danzatori o degli sportivi. In generale c’è chi riesce a sopportare l’idea che un’arte non venga declinata solo nel proprio modo di fare arte, non con la stessa qualità, non con lo stesso obiettivo.
      Sulle scuole di scrittura c’è poco da fare: il pregiudizio è pregiudizio 🙂

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      • Sì, infatti ti avevo scritto che si tratta molto probabilmente di un pregiudizio, non avendone mai frequentata una non può che essere così. Poi, cosa che forse non ho detto, io parlo per me, ma quello che credo non vada bene per me sicuramente può andar bene per un altro. Sui jazzisti: i rompiscatole sono ovunque 😄

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  3. Un articolo complesso, che devo digerire 🙂 Ti ringrazio per questa riflessione, perché pone un punto di vista interessante sulle varie sfaccettature della scrittura. Ed è vero. Io scrivo perché ne ho bisogno, perché è un piacere e anche un balsamo per le ferite che la vita ogni tanto ci disegna sul corpo. Però rifuggo dagli assolutismi e dai protagonismi. Alla fine ciò che conta sono le parole, e quelle non sono di proprietà, come tu giustamente affermi, né degli scrittori, né degli editor, né di Fabio Volo (questo si capisce. Scherzo 😛 ).

    Per sdrammatizzare, concludo con una citazione da I Hate, di Passenger:

    “And I hate the X-Factor, for murdering music
    You bunch of money grubbing pricks”

    🙂

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  4. Un post complesso, a dimostrazione – a “mostrazione”, mi verrebbe da dire – che scrittura è anche sondare un pensiero, espanderlo, esplorarlo, e lasciare che al di là dell’accordo o meno chi legge trovi altre cose – cose sue ma dette meglio.

    Qui – e so che il tuo ragionamento seguiva altra direzione – mi sono fermata sulla tua riflessione sull’essere scrittori come qualcosa che va oltre la scrittura.
    Tu pensavi a chi sa usare la scrittura con maestria e rispetto ed efficacia, senza essere scrittore. Ne ribadivi la dignità (giustissimo).
    Io invece trovo lo spunto per andare dall’altra parte, verso gli scrittori, verso tutti gli artisti. E mi piace quello che dici, che sono artisti non solo per la scrittura ma principalmente per altro, per una forma di vita e una capacità di restituzione. In altri ambiti artistici – nell’arte concettuale per esempio – è più evidente. Non è in gioco la capacità di disegnare, ma, appunto, Altro.

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  5. Pingback: È arrivata la primavera. E non hai niente da metterti. – Feynman on the beach

  6. Bianca Brenna says

    Ho letto con interesse ciò che hai scritto nel tuo post.
    “Intestarvi l’esclusiva dignità delle parole sminuisce la vostra capacità di creare arte” e, aggiungo, dimostra la mancata consapevolezza di quanto la scrittura e l’espressione artistica in generale si sviluppino ben oltre il momento dello scrivere. Esse si arricchiscono attraverso l’opera stessa e i loro contenuti si moltiplicano attraverso il dialogo con colui che di quell’opera fruirà, in ogni modo possibile e con ogni ruolo possibile.
    Credo che bisognerebbe concentrarsi di più sul dialogo che da un’opera si origina, lasciando da parte l’autoesaltazione per le proprie capacità, la propria superiore dignità o il proprio talento “più innato” rispetto a quello degli altri.
    Forse così diventerebbe più chiaro che il “saper scrivere” non è una dote caratteristica del solo scrittore.
    Lo è la sua scelta di scrivere con uno scopo specifico, lo scopo, come hai scritto tu, di “trovare un senso alle immagini, “seguire le voci”, interrogarvi sui simboli dell’esistenza, su quello che ci accade, come, quando, perché”.

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