Rileggere come?

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il mestiere di leggere

Disse Flaubert a Louise Colet: “Quanto saremmo intelligenti se conoscessimo a menadito soltanto cinque o sei libri!”

Ci abbiamo messo un po’ a capirlo, ma da qualche tempo parlare di ri-lettura non è più una vanità da topi di biblioteca. Si rilegge con orgoglio e se ne cantano le lodi; si dice faccia bene. Per ricordarsi dei classici, com’è giusto, ma anche per riassaporare un senso di bellezza che un libro ci ha dato molto tempo fa e che non abbiamo mai ritrovato altrove.

Come tutte le cose editoriali, sembra sia più che altro merito di una tendenza, (quella che dice:”Oh! Quanti libri! Troppi! Troppo lunghi! Chi ce la fa a stargli dietro? A che servono? Tutti vogliono fare gli scrittori! Tutti a pubblicare! Dieci nuove uscite al mese! Piuttosto rileggo i classici: la vera letteratura!”) e non di una strutturale consapevolezza, ma poco importa.

Rileggere è sempre un ottimo esercizio, di qualsiasi cosa si tratti, anche scritta di nostra mano. (Anche le lettere inviate ai nostri cari per spiegarci, o ai nostri ex per allontanarli, o alle maestre dei nostri figli per protestare: ogni tipo di testo può insegnarci a guardare la scrittura in un modo nuovo).

Il punto è che dopo il “cosa” si rilegge, arriva il “come”. La rilettura non va praticata come mera sostituta della lettura, ma come formazione per la nostra capacità di accorgerci di quello che succede tra le parole. E come scuola di abbattimento delle convinzioni.

Esempio:

C’è la convinzione che una scrittura paratattica (tante frasi semplici inframezzate da punti fermi) sia segnale di chiarezza e precisione. Coltivare questo tipo di scrittura per la descrizione delle azioni dei personaggi, si crede, fa in modo di risolvere la legge dello show, don’t tell: crea ritmo e visibilità. Vediamo se è vero:

Mi chiamo Anna. Sono seduta sul divano, guardo la tv. Fuori piove. Ho venti anni. I miei mi hanno portata qui da due mesi. È una casa nuova. Non mi piace. Non c’è nessuno dei miei amici. Mi alzo e vado in cucina a mangiare cioccolata. La cioccolata mi fa sentire meno triste. Sto ingrassando.

Forse un po’ è vero, ma solo perché dura quattro righe. Al quinto già stancherebbe: i micro-movimenti, i micro-pensieri, tutto così presente e così trasparente farebbero sentire il lettore come costretto a sorbirsi la lagna della propria amica del cuore sulla banalità della vita. Attenzione: non è solo una questione di cosa si sta raccontando: questo brano è scritto per fare un esempio, è vero, ma anche qualcosa di molto più avvincente, anche un assassinio o una missione filosofica si appiattirebbero dopo dieci righe di soggetto/predicato/complemento; soggetto/predicato/complemento.

giornali spirali

C’è un’altra convinzione, ed è di quelli che detestano la paratassi, lo stile “asciutto” (che brutta parola), l’informalità (intesa come racconto del quotidiano: dentro c’è anche il realismo) e l’italiano semplice: la letteratura è ricerca, dicono. Di lingua, di stile e di forme per raccontare storie, in ogni caso scrivere è modellare (fino a stritolare?) gli strumenti della scrittura. E, secondo me, non è vero neanche questo.

La letteratura è fatta di una scaletta di domande e risposte molto semplici e ordinati, la prima delle quali è “cosa?” e la seconda “come?”. Che il “come” sia più importante del “cosa” (io credo sia così) non toglie il fatto che resti la seconda domanda e non la prima.

Le domande da porsi, l’importanza che hanno e l’ordine con cui si pongono sono la materia su cui si basa il mestiere di lettore. Imparare a porsele, più che imparare a rispondere (quello è mestiere del critico) fa in modo da riuscire a distinguere quando è il caso di annoiarsi della paratassi e quando no:

ginzburg

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg

Se Natalia Ginzburg può permettersi di infilare una coordinata dietro l’altra (orrore dei virtuosi della lingua)

Una donna che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova.
Nevicava.
Quel giorno era il suo compleanno.
Aveva quarantatré anni.
La casa era in aperta campagna.
In distanza si vedeva il paese, situato su una collinetta.
Il paese era a due chilometri.
La città era a quindici chilometri.
Essa abitava da dieci giorni in quella casa.
Infilò una vestaglia di velo color tabacco.

è perché poi allunga e verticalizza l’immagine, riempiendola di aggettivi (orrore dei fan della “scrittura chirurgica”):

Cacciò i piedi lunghi e magri in un paio di pantofole color tabacco, slabbrate, con un bordo di pelo bianco molto frusto e sudicio.

Poi riprende l’azione:

Scese in cucina e si fece una tazza di orzo Bimbo, e ci inzuppò diversi biscotti.

e poi allunga e verticalizza di nuovo, stavolta non di stile, ma di trama:

Sul tavolo c’erano delle bucce di mela e le radunò in un giornale destinandole a dei conigli, che non aveva ancora ma aspettava perché glieli aveva promessi il lattaio.

concedendo nuove informazioni (la protagonista dà al suo rapporto con il lattaio un valore. Che tipo di valore è? Affettivo? Quotidiano? Rappresenta la solitudine? La relazione tra le classi sociali?).
Ma poi di nuovo azione e di nuovo approfondimento, e di lì il vero avvio del romanzo: una storia fatta quasi tutta di scambi di lettere, la prima delle quali è indirizzata al Michele del titolo e contiene un pezzo che dice così:

Forse pensi che io dovrei trasferirmi in casa di tuo padre e assisterlo. Anch’io lo penso in qualche momento, ma credo che non lo farò. Ho paura delle malattie. Ho paura delle malattie degli altri, delle mie no, ma io però non ho mai avuto grandi malattie. Quando mio padre aveva la diverticolite, ho fatto un viaggio in Olanda. Ma lo sapevo benissimo che non era diverticolite. Era cancro. Così quando è morto non c’ero. Ne ho rimorso. Ma è vero che a un certo punto della nostra vita i rimorsi li inzuppiamo nel caffè la mattina come biscotti. 

Un pezzo che già solo per la perfezione della sua malinconia andrebbe riletto mille volte: per ri-vedere mille volte quella cosa tanto bella. Ma no, non basta. Va invece riletto per notarne la preparazione nei passaggi precedenti, la semina della malinconia, perché senza semina i rimorsi inzuppati nel caffè sarebbero solo una splendida immagine e invece sono molto di più:  la condizione di un’intera storia, una delle più belle del novecento italiano. Va riletto per capire come ha fatto a scriverlo.

natalia ginzburg

Natalia Ginzburg

L’immagine di copertina è l’opera “Small World II” di Joe Webb

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1 commento

  1. tra paratassi, allungamenti e verticali, forse lo scrivere è anche una ginnastica di sensi. mmm… beh, questa me la segno.
    ))
    comunque sai cosa pensavo mentre leggevo le tue capaci e quilibrate riflessioni? che gli scrittori, quelli che sanno immaginare le parole come brani d’una sinfonia, devono avere un grande orecchio musicale.

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