La verità, vi prego per Ivano Porpora: modulare la fatica di scrivere e di leggere

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la verità vi prego

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“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Ivano Porpora e il primo capitolo del suo romanzo 
"Preghiera debole"
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Chi è Ivano Porpora: è nato a Viadana (MN) il 12/03/76. Ha pubblicato 
il romanzo La conservazione metodica del dolore (Einaudi 2012), il racconto 
Catastrofi nell’antologia italo-irlandese Tra una vita e l’altra (Guanda 2015), 
il dispetto Bruciavamo formiche nel saggio Sulla blasfemia (Armillaria 2016) 
e il racconto Il palcoscenico nell’antologia Teorie e tecniche di INdipendenza 
(Verbavolant 2016).
Insegna scrittura.
Questo è il primo capitolo del suo nuovo romanzo, ancora inedito.

Caro Ivano,

è la prima volta che questa rubrica ospita il testo di un autore edito e sono felice tu abbia voluto metterti alla prova. In realtà alla prova mi ci metto anche io, e tanto, perché, se è facile quando una scrittura è immatura cogliere con poco cosa c’è che non va, non lo è affatto analizzare una voce già funzionante leggendo poco più di due pagine. Ma, come si diceva, siamo tutti qui per imparare e divertirci.

A me l’eleganza della tua scrittura piace: il fatto che sia così impudica, che si tuffi in profondità senza aver paura della retorica. Mi sembra che tu proprio non viva, almeno in questa fase, e almeno apparentemente, uno scompenso tra quello che senti e quello che ti senti di dire. E questa è sicuramente una buona qualità per il testo, e non perché sia necessaria – secondo me non lo è – ma perché non funziona con tutti; e invece con te sì.
Solo alcune volte questa qualità diventa troppo ingombrante, e allora ti fa dire:

“Pietà” aveva sussurrato lei. Io quel Pietà non l’avevo sentito: solo catturato dalle labbra di lei.

senza pensare a costruire un filtro che faccia da mediatore tra l’immagine poetica che ti è venuta in mente (catturare una parola dalle labbra) e quello che può rimanere (e riuscire) sulla pagina. Ma è una cosa che, sai bene, si risolve con poco.

Però a me sembra che tu questa qualità la debba investire di più per Romolo e Margherita, piuttosto che per tutto il resto. Mi sembra che i paragoni, le immagini belle e simboliche con le quali vuoi chiarire un’atmosfera, debbano un po’ farsi da parte. Ti faccio vedere cosa intendo:

[…] un brivido che mi rammenta quello che deve aver provato il condannato alla ghigliottina appoggiando la testa ai legni […]

[…] di insetti addormentati nei campi, di qualche isolata bestia che a debita distanza cerca di capire chi sia, perché sia lì, cosa sia questa musica. […]

[…] solo un vagone senza rotaie nell’erba, un treno che una volta viaggiava e ora sta in un giardino […]

[…] il suono di un megafono non esiste più nel momento in cui non c’è una voce a dargli voce. […]

[…] il pianto di un salice piangente, le cui foglie si riversano tutte a terra e della cui ombra nessun bambino potrà mai godere.[…]

Se tu prendi tutta la tua forza di scrittore e tutta la mia forza di lettore per comprendere la bellezza e il significato di queste immagini – di questi moti che s’immedesimano nelle cose dell’universo e contemporaneamente le chiamano a raccolta per comporre l’unicità di quello che racconti – alla fine del capitolo saremo molto stanchi. Tutti e due. Avremo investito troppo in questa ricerca di senso, in questa penetrazione.
Mi rendo conto ed è giusto che tu voglia fin qui solo scegliere i colori del quadro, senza definire le figure – che è quello che farai dopo, come annuncia Romolo alla fine:

Questo quaderno racconta dell’amore mio per Margherita, che è la cosa che mi ha reso per un certo periodo di tempo felice.

Ciò nonostante voglio dirti che quando tu ti domandi:

[…] cosa può pensare un meccanismo rotto?

io mi chiedo: cos’ha il meccanismo rotto di Romolo? Cosa gli è successo?
E questa può essere una buona cosa per farmi girare pagina, ma è una cosa che al momento non mi basta, e quindi mi fa sentire confusa. E tu non vuoi che chi ti legge si senta confuso, vuoi che si senta triste, malinconico, forse impaurito. Per farlo sentire così devi fargli toccare subito qualcosa.
Quelle frattaglie che la preghiera chiede al Signore di leggere, il lettore le chiede a te. La croce, anche solo in lontananza, la vuole vedere subito. Perché così può stabilire se vuole farti da ladrone oppure no.
Tu non sottrarti: se hai davvero deciso di raccontargli di quei settantotto giorni, mostragli almeno la prima alba.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Preghiera debole.

martedì 9 dicembre 2008. Due giorni dopo.

Mi trema ancora la mano.
Quando appoggio la testa al cuscino, il cuscino mi sembra una pietra. Ho il volto segnato e smunto e sento una sensazione spiacevole per tutto il corpo, un brivido che mi rammenta quello che deve aver provato il condannato alla ghigliottina appoggiando la testa ai legni. In giro per l’argine si affollano luci di torce che si incrociano ogni tanto, a raddoppiare la loro intensità come se fossero riflettori di uno spettacolo; sento qualcuno che chiama, qualcuno che urla, cani disorganizzati; ho dovuto chiudere le imposte e controllare più volte che nemmeno uno spiraglio lasciasse passare qualcosa. Ho in cantina cibo a sufficienza per almeno un paio di settimane, e questo mi conforta un po’. Non ho fame: ho mangiato riso bianco qualche ora fa, ma continua a salirmi in gola. Il fuoco mi arde la faccia, rischiarando il volto e scaldando le parti del corpo esposte; tutto il resto, come nel casolare che ho occupato e come il panorama della golena intorno, piano che pare di vedere quasi la rotondità del mondo, risente del dicembre e del gelo, di insetti addormentati nei campi, di qualche isolata bestia che a debita distanza cerca di capire chi sia, perché sia lì, cosa sia questa musica. Le mie mani tremano; i pantaloni hanno una traccia sfondata. Lontano, rumore di treni – ma non ci sono treni a Viadana, solo un vagone senza rotaie nell’erba, un treno che una volta viaggiava e ora sta in un giardino; mi ricordo che a lei piaceva essere accompagnata alla stazione, vedere i volti della gente che sta e di quella che va.
“C’è un istante”, mi aveva detto, “in cui i due volti si scollano. In quell’istante, Romolo, vedi tutto. Nell’istante in cui le persone si sono voltate e fanno per andare, una al treno, l’altra a casa, vedi la loro anima. E daranno di tutto perché l’altro non la veda mai, quell’espressione”.
“Perché non vorresti che io vedessi la tua?” le avevo chiesto.
“Perché la tua espressione potrebbe essere diversa da quella che vorrei”.
“Che espressione vorresti da me?” le avevo chiesto ancora, grattandomi una crosta intorno al gomito che non m’ha mai abbandonato.
“Pietà” aveva sussurrato lei. Io quel Pietà non l’avevo sentito: solo catturato dalle labbra di lei.
Mi tremano ancora le mani, sporche di sangue. Sotto le unghie sangue; sangue che ho raspato dalle mie croste, poco fa, e che ora è invece sangue altrui, sangue che non appartiene più a un corpo quanto il suono di un megafono non esiste più nel momento in cui non c’è una voce a dargli voce.
L’amore, mi diceva Margherita, è un verbo che chiede soggetti e oggetti. Ma tutti abbiamo un punto di rottura. Tutti abbiamo un meccanismo che sembra tenere, fatto di acciai cromati e leve, guarnizioni, frizioni, olii. Poi arriva un corpo estraneo e il meccanismo, perfetto per sua natura, salta. Margherita, prima di saltare, probabilmente pensava solo Tu; il fazzoletto con la M ricamata a terra.
Cosa può pensare un meccanismo rotto? Forse il meccanismo rotto pensa la stessa cosa del meccanismo che va a rompere. E allora mentre mi addormento, conscio che nessun sonno sarà mai più uguale ai sonni di prima, ricordo i Tu di lei che riverberano nei Tu miei.
“Chi va a prendere la birra?”.
“Tu”.
“No, tu!”.
“No, tu!”.
Quelli di lei a chiedere, quelli miei a dire.
Il paese si dimenticherà di lei, dei suoi, di me. I tempi passeranno, le foglie che erano state foglie andranno a terra e diventeranno concime per nuovi pioppi, per nuove foglie, e questi animali che fuori sembrano cantare solo per me torneranno a terra. Perfino questi muri che ora mi circondano saranno mangiati presto o tardi dall’umidità e usurati dal tempo, e resteranno rovine avvinte dalle radici o superate dalle rampicanti.

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2 Comments

  1. noto un paio di guanti bianchi, in questa verità. in particolare, la captatio benevolentiae del paragrafetto iniziale, suona tanto come una excusatio non petita tendente al cleuasmo.
    la cosa, sinceramente, un poco mi disturba non tanto per l’eccesso di clemenza nei confronti del testo in oggetto (addolcire la verità è sempre umanamente giustificabile), ma perché, per dirla con Orwell, alla fine mi tocca chiosare che “gli animali sono tutti uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
    )
    vabbè…
    ordunque, visto che non ho nulla da perdere e che a dire tutta la verità a volte (a volte, ribadisco) si fa del bene, allego il mio pensiero sul brano soprastante.
    la prosa di questa “preghiera debole” non solo è debole, è smussata. la realtà delle cose emerge dalla scrittura attutita, quasi che la parola fosse un filtro passa basso invece che un amplificatore di vita. non è semplicemente il fatto di dire “a me l’eleganza della tua scrittura piace o non piace”…ecco, come ascoltatore della narrazione, ciò che ho provato è stato il bisogno di trovare un tasto del volume da schiacciare per alzare la voce. come dici? non è possibile altrimenti diverrebbe una preghiera forte?
    mmmm… ma di cosa parla questa storia? a me sembra che racconti una storia forte. l’idea che mi sono fatto è che il romanzo ci lasci intuire il suicidio di Margherita (il cui meccanismo salta oltre l’argine del fiume dove infatti si affollano luci di torce, urla, cani), mentre invece la voce dell’io narrante emerge dalla pagina davvero troppo moscia, troppo attenta alle sfumature e alle rotondità del mondo. non so, magari mi sbaglio, ma con meno aggettivi, meno foglie, meno radici avvinte e meno riverberi, la storia urticherebbe più sincera e meno fictionaria. cazzo! se uno sta sanguinando (in senso sia fisico che figurato) mica te lo comunica pacato in belle lettere dicendo “E allora piango, e il mio piangere diventa il pianto di un salice piangente”…
    altro elemento che mi ha lasciato perplesso, è il crescendo diaristico da “Questo quaderno” in poi: trovo in sequenza “mio” “io” “io” “io” “io” “io” “io” “mio”, cui segue giustamente un “Dio”! “Dio”

    ))
    ohi, non c’è dubbio che il format confessionale abbia fatto la fortuna di tanta letteratura in giro, ma se non si è Anna Frank o Primo Levi, prima di chiedere al lettore di appassionarsi empaticamente agli sfoghi dell’io narrante, attenderei almeno quaranta pagine del libro.
    per il resto, null’altro da eccepire, tranne forse il “sento una sensazione” poco dopo l’incipit.

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  2. le parentesi “)” e “))” sarebbero faccine che ridono (per qualche motivo nell’atto della pubblicazione del commento le sono stati strappati i bulbi oculari… aaargh….)

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