Il fascino di Gomorra esiste eccome

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il mestiere di leggere / personale

All’ippodromo di Agnano io prendevo le scommesse. Significa che i giocatori mi passavano i soldi, io li contavo, controllavo che non fossero falsi, registravo su un borderò le puntate (sul foglio ufficiale quelle fino ai 100 euro; su un foglietto che tenevo nascosto in mano quelle grosse: 500, 1000, 2000, 3000) e li mettevo in cassa.

Prendere le scommesse è un lavoro che dura tre minuti. Tre minuti per otto volte: una per ogni corsa. Bisogna fare questo: non ascoltare le urla, non intimorirsi per la gente che sgomita e si scavalca e allunga le braccia perché tu prenda la loro puntata e se non lo fai si fionda con tutto il corpo dentro il picchetto che è il tuo posto di lavoro; non voltarti verso i “Bellaaa!” di quelli che ti chiamano e ti toccano per passarti  i loro soldi; allungare la mano solo verso le puntate che l’allibratore ha accettato, quindi guardare e ascoltare solo dove guarda e ascolta l’allibratore; controllare che il suo biglietto di ricevuta vada nelle mani del tizio che ti ha pagato e non di qualcun altro; che il suo biglietto di ricevuta porti scritta la cifra corrispondente ai soldi che hai in mano e non altro; che lui non stacchi insieme al biglietto di ricevuta anche quello seguente vuoto, perché se finisce nelle mani di qualcuno a fine corsa sei costretta a pagare qualsiasi cosa ci sia scritto sopra.
E poi prendersi cura dei soldi veri, che non si riconoscono grazie alla filigrana o al colore o mettendoli in controluce, ma solo toccandoli. Come le persone care.

Ogni giorno io aspettavo Gennaro. Gennaro era figlio di Merluzziello, ma Merluzziello era in galera e Gennaro lavorava al posto suo. Un po’ faceva il galoppino (giocava per conto di altri), un po’ giocava i soldi suoi, della banda, della famiglia, degli amici, seguendo i consigli di chi sapeva cos’era successo dietro le scuderie. Aveva la mia età, diciotto anni, e due fratellini: una bambina di sei anni e un bambino di tre. Diceva sempre che li doveva far mangiare. Non era vero, solo una maniera retorica di farsi uomo davanti alla vita: la mamma a casa ce l’avevano e un po’ di soldi il sistema glieli passava, ma lui ci credeva così tanto che il giorno della Befana era sempre più nervoso del solito, strattonava la gente per farsi largo verso il picchetto e ottenere la quota migliore, perché doveva “fa’ ‘e cazette ‘e creatur”.

Ero l’unica donna carina dell’ippodromo di Agnano. Ancora acerba, ma carina. I giocatori erano tutti uomini. Le donne e i bambini si vedevano solo nei fine settimana, soprattutto quelli estivi, quando la gestione organizzava concerti e spettacoli nei giardini alle spalle delle gradinate. D’estate sembrava quasi di andare a lavorare in un villaggio turistico: le corse finivano a mezzanotte come un’uscita serale, e noi tutti eravamo più spogliati, e abbronzati, e mangiavamo ghiaccioli nelle pause tra una corsa e l’altra. D’inverno il freddo era insopportabile, perché i picchetti erano all’aperto e proprio di fronte alle piste che disegnavano la valle circondata da piccoli crateri sulfurei. Un’umidità che le mie ossa ancora non dimenticano, come se le avessi lasciate per troppo tempo a bagno in una grossa conca d’acqua.

Gennaro mi piaceva. Non osavo dirlo, ma mi piaceva. Ero fidanzata con uno studente che insieme a me lavorava lì solo come altri della nostra età facevano i camerieri, ma mi piaceva Gennaro. Mi piaceva la sua sfrontatezza, la capacità che aveva di portarsi dietro un soprannome ridicolo – Merluzziellino – eppure incutere timore, la cerimoniosa dimostrazione del suo senso di responsabilità verso i piccoli, la galanteria machista (“Fate piano, ché la ragazza ha le mani delicate”) gli occhi marroni che non abbassava mai. Mi piaceva il suo odore di doccia appena fatta, guardarlo mentre faceva cose qualunque: posare il motorino all’ombra per non far scottare la sella, indossare un paio di scarpe nuove. Sapevo di non dover accettare niente da lui come da nessun altro (“Signorì ‘o vulit ‘o café?”, “No grazie”) sapevo che i suoi modi affettati potevano trasformarsi in violenza da un momento all’altro. Sapevo che il risultato era sempre quello che contava: vincita: sorriso; perdita: bestemmie. Perdita grossa: pericolo.

Quando suo padre uscì di prigione e tornò all’ippodromo si frantumò ogni tipo di equilibrio. Quei patti segreti per cui gli allibratori sapevano quando e a chi gonfiare un po’ la quota e i giocatori accettavano di non prevaricare sempre, di stare alle regole del gioco. Le risse aumentarono a dismisura, alcuni picchetti non bancavano la corsa per protesta, i più quieti preferivano scommettere al totalizzatore: le quote erano peggiori ma c’era meno casino. Merluzziello era uscito più galvanizzato che mai, come se fino a quel momento gli avessero fatto perdere del tempo: picchiava la gente solo perché gli passava davanti, minacciava tutti, tirava coca, s’infilava nei bagni con la contrabbandiera di sigarette.

Durò poco: fu di nuovo arrestato per rapina a mano armata e tornò in galera, ma fece in tempo a fare un ultimo colpo di testa, a tirarsi dietro l’incazzatura di qualcuno che per vendetta se la prese con il parente a piede libero e così Gennaro morì. Gli spararono alle spalle mentre entrava all’ippodromo accompagnato mano nella mano dai fratelli piccoli, la femmina a sinistra e il maschio a destra.
Me lo venne a dire il mio fidanzato. Io avevo la febbre alta ed ero rimasta a casa a pensare che non vedevo Gennaro già da una settimana.

Gomorra – la serie è un eccellente prodotto narrativo e quando sento dire che potrebbe arrecare danni alla società per colpa del fascino che infonde nell’immaginario della gente, mi viene sempre un po’ da ridere. Mi viene da ridere anche quando sento la tesi contraria, e cioè che le persone per bene sono immuni da questo fascino, e che gli unici a cui può toccare l’argomento sono quelli che già hanno scelto di stare dalla parte sbagliata.

Il fascino del male esiste eccome. Esistono gli occhi marroni di Gennaro, esiste il colpo di pistola che l’ha ucciso a diciotto anni ed esiste una ragazza di buona famiglia che forse non si era del tutto innamorata, ma certo in quel momento provò un intenso sentimento di lutto e che ancora oggi, a ripensarci, vorrebbe aver accettato almeno una volta di fare un giro in motorino con lui, mostrargli qualcosa di diverso: lei, il suo quartiere, un bel panorama, qualunque cosa.

Che questo sia giusto o sbagliato non importa. La narrazione sta lì a raccontare le cose del mondo. Come siamo fatti, come stiamo tra di noi, cosa ci porta da una parte o dall’altra, cosa sono questa parte e quest’altra e quanto esistono e quando e come e perché.

Non ascoltare le storie non farà mai di noi delle persone migliori così come ascoltarle non ci salverà.

 

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6 Comments

  1. Monica Pegna says

    Io sono una lettrice accanitissima, un’amante di ogni tipo di storia. Gomorra è fatto benissimo, cosa rara per la televisione italiana (non ho amato 1992, per esempio, che pure ha riscosso successo). Eppure ammetto che quando mi siedo per vedere un nuovo episodio di Gomorra, mi si stringe il cuore al pensiero che nulla di buono potrà mai succedere, che non c’è un solo personaggio in cui identificarsi, nessuna possibilità di riscatto. Mi intristisce. Sono antiquata? Non so se può essere una cattiva influenza, non ho idea se qualcuno si identifica con Cirò o qualche altro personaggio. Forse no. Anche se Stanley Kubrik ha confessato che se fosse tornato indietro “Arancia Meccanica”, pure considerato un grande capolavoro, non l’avrebbe rifatto, per l’influenza che ha avuto sulle giovani generazioni.

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    • (Su 1992 hai perfettamente ragione, e infatti non credo abbia avuto questo gran successo).
      La questione che poni è vera e infatti non è che le risposte siano così scontate. Ti dico come la vivo io: mi identifico ogni volta, per ogni scena in un personaggio diverso. E ogni volta spero che succeda qualcosa di buono, e ogni volta lo so che non succederà. Quello che fa la buona narrazione, secondo me, è tenerti lì a guardare la storia nonostante l’assenza di salvezza, riuscendo a farti sorgere dubbi e domande sempre nuove, nonostante tu creda di sapere benissimo come andranno le cose (e creda di sapere benissimo come vanno le cose nella vita). Si è scelto di raccontare Gomorra da un particolare punto di vista e in quel particolare punto di vista il “buono” non c’è, non lo si può inventare. Se poi il cinema o la letteratura possano davvero influenzare le cose del mondo non lo so con certezza. Ma se dovessi rispondere io direi di no, non le influenza: le mostra soltanto.

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