come scrivere una storia struggente e non farsi scoprire

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il mestiere di leggere

Steve Tesich era uno sceneggiatore di Hollywood.
Il protagonista del suo romanzo Karoo, si chiama Saul Karoo, ha cinquant’anni – poco meno di quanti ne avesse Tesich prima di morire – e di mestiere fa quasi lo sceneggiatore:

Aggiusto sceneggiature scritte da altri. Riscrivo. Taglio e sistemo: taglio il superfluo e sistemo quel che resta. Sono uno scribacchino di professione con un’abilità che ha finito con l’esser considerata talento.

Ho cominciato a leggere Karoo sapendo che avrei trovato un personaggio, uno stile e un’atmosfera simili a quelle de La versione di Barney, di Mordecai Richler.
Avete presente lo stra-citato humor di Richler? Tutti prima o poi ne hanno parlato; la scheda Adelphi del libro dice ancora: “Una delle storie più divertenti che ci siano mai state raccontate”.

Quando io lessi “La versione di Barney” lo humor non mi saltò così tanto agli occhi. Sì, c’era l’ironia, ma non mi sembrava una cosa così importante, una cosa di cui parlare tanto. A me incantavano le invocazioni che Barney Panofsky faceva alla donna che amava: «Miriam, la mia adorata Miriam»; «Oh Miriam, mia cara Miriam». Mentre le scrivo, ricordo la sensazione che mi facevano di solletico sopra lo stomaco: come una cosa piacevole che diventa terribile.
Lo stile di Richler – e la storia di Barney Panofsky – non aveva per me niente di spassoso: era struggente.
Pensai di mancare profondamente di senso dell’ironia.

particolare di copertina di Snatch Comics, ripreso dalla versione italiana di Karoo, Adelphi

particolare di copertina di Snatch Comics, ripreso dalla versione italiana di Karoo, Adelphi

Mi è successo di nuovo con Karoo. E non solo perché non mi aspettavo raccontasse una storia tanto tragica (di tutte le recensioni che ho letto, non ne ho trovata una che ne facesse cenno. Perché? Non è un giallo. Non c’è colpo di scena. La fine è così inevitabile!).
Comunque non è quello. La storia è tragica, ma non è la storia a farne una tragedia. È lo stile: lo stile pieno di parole grosse e devastanti di Tesich, ancor più di quelle di Richler.
Di quelle invocazioni che la moglie Dianah usa come piccole e persistenti punte di disprezzo: «Oh Saul!»

Saul Karoo è un uomo ricco, intelligente, che convive con l’alibi di non avere nessun talento:

Non ho mai scritto nulla di mio. Ho provato, tantissimo tempo fa, ma dopo qualche tentativo ho rinunciato. Sarò anche uno scribacchino, ma so cos’è il talento e ho capito di non possederlo.

Va continuamente a cena con Dianah (sono separati) che lo tortura di sensi di colpa e non smette di dirgli quanto sia ingrassato.

«Stai ingrassando, caro. È così, lo sai. Non sei più semplicemente sovrappeso, sei grasso, tesoro. Non vedo nemmeno la sedia su cui sei seduto. Per quanto ne so, potrebbe non esserci. Per quanto ne so, te ne stai semplicemente accovacciato lì con i gomiti sulla tavola. E quella barba penosa che ti stai facendo crescere non inganna nessuno. Tutti gli uomini che si vergognano del loro aspetto si fanno crescere la barba. Specialmente quelli grassi. Di questo passo, Dio ce ne scampi, tra poco comincerai anche a portare dei dolcevita neri. E perché? Lo sai perché? Vuoi saperlo?»

Beve. Beve e dice di non riuscire più a ubriacarsi: crede di avere una specie di malattia, e per questo beve sempre di più, sperando che prima o poi gli torni la sbronza; intanto accontenta tutti quelli che s’aspettano si comporti come l’ubriacone che è: biascica le parole, dice cose inopportune. Fa per cadere, gli cadono i bicchieri di mano. (Quanto si dev’essere ubriachi per credere di fare cose del genere di proposito?)

Cerco di sostenere la mia metà di questo matrimonio che stiamo inscenando. Do fondo a tutte le mie risorse. Partorisco, e poi metto in atto, il proposito di rovesciare un bicchiere pieno di vino. Nessun pagliaccio bevuto, non importa quanto bevuto, avrebbe fatto di meglio. Il vino si versa sulla tovaglia. Il bicchiere cade a terra e si rompe. Le teste si voltano.

particolare di copertina dell'edizione inglese di Karoo, Open City Books

particolare di copertina dell’edizione inglese di Karoo, Open City Books

Suo figlio Billy lo adora. In verità vorrebbe adorarlo, ma non può perché Karoo gli sfugge: ha un’altra “malattia”: non riesce a sostenere i rapporti affettivi, nessuna situazione intima, mai con una sola persona in una stanza, non sia mai capiti di parlare davvero.

Il fatto è che non avevo nessun desiderio reale o virtuale di portarmela a casa e andare a letto con lei. Avrei fatto del mio meglio per sedurla, esattamente come stavo facendo, ma era una seduzione di facciata. Il vero movente era tenere alla larga mio figlio. Lei era figlia di qualcun altro e se proprio quella sera dovevo rimanere da solo con qualcuno, era più semplice rimanerci con una completa estranea, la figlia di qualcun altro, che non con il mio, di figlio.

Billy non è suo figlio naturale, è il figlio adottivo suo e di Dianah. La madre naturale di Billy si chiama Leila.

Riapparve Leila. Portava un abito da sera nero senza spalline e scarpe nere con il tacco. Tra le braccia stringeva delle bottiglie di liquori. Si annunciò gettando indietro la testa e dicendo «Taa-tan!». Oltre alle bottiglie, che teneva premute contro il petto, aveva in mano due bicchieri alti da bibita. Era un po’ meno tesa e un po’ più calma, come di solito appaiono all’inizio le persone leggermente brille. Nonostante ciò, il «Taa-tan!» non le riuscì granché bene. Dianah sapeva farlo alla perfezione, poteva rivaleggiare con chiunque. Ma Leila no.

Credo di non aver riso neanche una volta leggendo Karoo, nemmeno sorriso. Forse una o due volte sì, ma non ricordo. Ho di sicuro problemi di humor, perché quello che io ricorderò di questa storia è la disperazione. Una disperazione che non lasciava mai la presa, mi teneva agitata, mi faceva sentire il bisogno di correre da Saul (o da Tesich) a non so bene far cosa.
A togliergli quei bicchieri di mano; a farlo parlare con Billy. Non permettergli di fare tutte le cazzate che fa.

immagine di copertina dell'edizione spagnola di Karoo, Seix Barral

immagine di copertina dell’edizione spagnola di Karoo, Seix Barral

Come ogni uomo in fin di vita – si può smettere di vivere molto prima della morte – nell’ultimo capitolo Saul Karoo va a trovare sua madre: una donna che non vede quasi mai, praticamente non conosce, e che ora si è trasformata in una vecchia di cui a tratti prova disgusto. Nel breve tempo che passa con lei – mentre le cerca negli occhi la capacità di riportarlo di nuovo alla vita – non fa che invocarla: «Oh, mamma. La mia mamma»; «Mamma, perdonami, per favore»; «Mamma, perdonami, ti prego».
Durante le poche ore in cui resta in casa sua, non fa che tenersi in testa queste invocazioni struggenti.

Nell’ultima scena del libro, Karoo è seduto sul gabinetto e ha un continuo e spaventoso  rivolo di sangue che gli scende dal sedere. Fino a poco prima era seduto nello studio di Cromwell: il suo peggior nemico, un uomo che lo mette sempre di fronte a se stesso

Jay Cromwell faceva il produttore cinematografico, ma avrebbe potuto essere benissimo un capo di Stato o una carismatica personalità religiosa dotata di poteri messianici. Aveva qualcosa nella voce. Negli occhi. Nei denti. In quella terrificante fronte sovradimensionata.

È riuscito a trattenere il problema per tutto il tempo in cui parlavano – in cui Cromwell gli raccontava con aria innocente come l’avrebbe ancora una volta fatto a pezzi.
Ma ora non può più ignorarlo. E non ha soluzione: può starsene solo seduto, in bagno, a guardarsi le mutande sporche.

steve tesich

Steve Tesich in un disegno di Dominique Hérody – 80grammes.blogspot.it

Con Steve Tesich, sceneggiatore, non c’è death point che tenga: una volta raggiunto il punto più basso, non si torna su: si continua a scendere.
Chiuso in bagno, mentre sta così male da sentirsi bene, a Karoo sembra quasi che mettersi finalmente a ideare una storia sua possa salvarlo. E per un attimo, prima di chiudere il libro, l’ho pensato anch’io. Ma quando mai le storie hanno salvato la vita a qualcuno.

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