Leggere un io che parla

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apnea / il mestiere di leggere / Senza categoria

Abbiamo due romanzi. Entrambi cominciano da un “trauma”. Entrambi costruiscono le prime 20 pagine su un’alternanza di spazi e tempi (anche verbali): siamo prima qui, poi lì, poi lì, e intanto il tempo è andato avanti o indietro.

Nelle prime 20 pagine dell’uno funziona meglio la struttura:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni
  • cesura: flash back rivelatore
  • 2ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni, 1ª scelta
  • scena di conflitto

Nelle prime 20 pagine dell’altro funzionano meglio il ritmo, le motivazioni, le informazioni:

  • si dà conto del trauma
  • 1ª scena in luogo chiuso e collettivo: presentazione relazioni e motivazioni
  • cesura: racconto del passato e scene: personaggi, relazioni, motivazioni, conflitti
  • (lo spazio-tempo della storia tornerà dopo le 20 pagine)

Mentre ne discutiamo ci capita di nominare due soli libri pubblicati: “I ponti di Madison County” di Robert James Waller e “Il lamento di Portnoy” di Philip Roth e non necessariamente per motivi di stretta comparazione, ma perché stiamo guardando la voce che hanno: ci ragioniamo.

“I ponti” comincia con la voce del narratore che, assecondando la finzione, confessa il suo obiettivo: mi è arrivata una storia sul tavolo, una storia di altri, e ve la voglio raccontare:

Ci sono canzoni che nascono dall’erba punteggiata d’azzurro, dalla polvere di migliaia di strade di campagna. Questa ne incarna la poesia. È un tardo pomeriggio dell’autunno del 1989, io sono seduto alla mia scrivania, guardando il cursore che ammicca sul video del computer davanti a me, quando squilla il telefono. All’altro capo del filo c’è un ex abitante dell’Iowa, di nome Michael Johnson, che ora vive in Florida. Un amico gli ha inviato uno dei miei libri. Michael Johnson l’ha letto; l’ha letto anche sua sorella Carolyn, e hanno da propormi una storia che credono possa interessarmi. Johnson è piuttosto circospetto, si rifiuta di aggiungere altro in proposito, se non che lui e Carolyn sono disposti a venire nello Iowa per parlarne con me. 

“Il lamento” ha la voce del protagonista che senza passare per presentazioni si confessa (si racconta all’analista) in un monologo che dice: voglio parlare di me per tutto il libro:

Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita. Come suonava la campanella dell’ultima ora, mi precipitavo fuori di corsa chiedendomi se ce l’avrei fatta ad arrivare a casa prima che riuscisse a trasformarsi di nuovo. Al mio arrivo lei era già regolarmente in cucina, intenta a prepararmi latte e biscotti. Invece di spingermi a lasciar perdere le mie fantasie, il fenomeno non faceva che aumentare il mio rispetto per i suoi poteri. Ed era sempre un sollievo non averla sorpresa nell’atto dell’incarnazione, anche se non smettevo mai di provarci; sapevo che mio padre e mia sorella ignoravano la vera natura di mia madre, e il peso del tradimento, che immaginavo avrei dovuto affrontare se l’avessi colta sul fatto, era più di quanto intendessi sopportare all’età di cinque anni. 

Per entrambi i romanzi a cui lavoriamo – così come per i famosi romanzi citati e per ogni tipo di narrazione raccontata in 1ª persona – la prima domanda da porsi per capire cosa si ha tra le mani è: l’IO che parla mi convince?

E la risposta – la prima delle risposte – non viene da ragioni di contenuto, di stile e men che mai di gusto, ma da una seconda domanda su cui inevitabilmente si rimbalza: funziona?
Ogni sì e ogni no va smontato e analizzato (è questo che si fa quando si legge professionalmente), ma non basta. Il passo successivo è quello più importante, che traccia il solco tra l’operazione intellettuale e il mestiere: compito dell’editor è lavorare allo stesso tempo al centro e ai margini: (aiutare a) trasformare tutti i no in sì. Sì, vedo i personaggi; sì, capisco cosa vogliono; sì, è chiaro da dove vengono; sì, ecco dove sta il problema; sì, è un problema che riconosco; sì, voglio ascoltare questa voce; sì, mi sento a casa. 

(La prima lezione di APNEA è andata. Questi eravamo noi, seri e concentrati:)

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