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Libri del 2018 che avremmo voluto leggere ma non l’abbiamo fatto

Una volta a noi di ILDA qualcuno ci disse che, sì, aveva sentito parlare della nostra newsletter ma non l’aveva mai letta perché tanto si sa che nessuna newsletter è mai fatta veramente bene. Questa cosa del confondere l’onestà con la scortesia ci lasciò frastornati e ce ne andammo mogi (nel momento in cui servirebbe, una buona risposta non è mai a disposizione) ma ci è servita poi a ricordarci che il punto di come si fanno le cose non è disprezzare come le fanno gli altri, ma solo cercare il miglior diverso modo in cui possiamo farle noi.

Dunque qui non diremo che le liste dei “migliori libri di fine anno” sono noiose, perché non lo pensiamo e siamo i primi ad andare a spulciare tra i gusti e i giudizi degli altri. Diremo però che, a leggerle, la sensazione che ne ricaviamo ogni volta è di essere gli unici a non aver trovato il tempo, a essere stati sconfitti dal sonno, ad aver dimenticato di, a non essere riusciti a. Noi non siamo affatto riusciti a stare dietro a tutte le uscite del 2018 e per questo la lista con cui vi auguriamo buon natale e tanta felicità per l’anno nuovo è fatta dei libri che non abbiamo letto, anche se avremmo voluto.

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Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Feltrinelli

non letto da Daniele Campanari

Le assaggiatrici di Rosella Postorino ha un primato – essenzialmente unico – che non è aver vinto diversi premi ma apparire in una lista di libri non letti. L’ho scelto apposta per questo e i motivi della mancata lettura sarebbero diversi: dal rispetto dell’ordine personale a obblighi che permettono ribaltamenti, fino alla metaforica attesa che dovrebbe essere lunga quanto un piacere. Fatto sta che Le assaggiatrici – libro dell’anno Fahrenheit, Premio Rapallo, Premio Campiello – è assente nella mia libreria pur essendo ampiamente vivo nella testa sotto forma di post-it attaccato al punto mnemonico del cervello, un post-it di facile individuazione vista la convinzione che mi proietta verso la necessità di leggere un libro pluripremiato almeno per confermarne o smentirne il merito. Per quanto detto e pur non avendolo letto, Le assaggiatrici sembra meritare i riconoscimenti ottenuti e il compiacimento dei gruppi di lettura perché la storia che racconta è inusuale considerato il corpo di donna obbligato a ingoiare il cibo per mestiere. Ecco allora che “Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani”. È probabilmente questa la frase che varrebbe l’intera lettura, perché se siamo di fronte alla possibilità di restare umani pur essendo nel mezzo del terrore biblico del nazismo allora vuol dire che c’è speranza per ogni cosa. Anche per una lettura posticipata.

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Donne, razza e classe di Angela Davis, traduzione di Marie Moïse e Alberto Prunetti, Edizioni Alegre

non letto da Primavera Contu

Negli Stati Uniti è uscito per la prima volta nel 1981, quando ancora l’intersezionalità non era un concetto pronunciato né tantomeno strutturato. Eppure, già dal titolo, Angela Davis metteva in connessione, nel suo discorso su diritti e privilegi, elementi come il genere, la classe e la razza: un approccio che ancora oggi in Italia non è da darsi per scontato. Il libro, infatti, è uscito da noi solo quest’anno, ed è stata la traduzione (a opera, anche, dell’attivista  e dottoranda Marie Moïse) ad avvicinarmi e incuriosirmi. Il tour di presentazioni, che ha portato il libro nei contesti più disparati, ha coinvolto luoghi e persone legati al femminismo, all’editoria, al queer, alla politica e ha, insomma, toccato in una sola ondata quei posti in cui, per me, lavoro, amori e amicizie si intersecano. Questo è un saggio di sovrapposizioni, in diversi sensi, anche se lo si guarda all’interno della mia piccola storia dei libri promessi e ancora non letti. Il più delle volte i miei riferimenti sono americani: da lì arriva la letteratura che leggo più spesso, da lì arriva la cultura che “mangio” e le opere di cui fruisco; da lì arriva parte del mio linguaggio e da lì arrivano anche i miei riferimenti femministi. E questo libro non fa eccezione, ma credo che il suo arrivare in Italia in un momento come questo varchi la porta per un discorso più ampio sull’attualità e sulla contemporaneità nel nostro Paese. Perché non l’ho ancora letto? Forse perché ha rappresentato un porto sicuro: ci sono state e ci saranno ancora delle nuove uscite, dei romanzi tanto attesi, delle graphic novel che non vedo l’ora di sfogliare, mentre Donne, razza e classe, mi sono detta, sarà sempre lì; in fondo esiste da prima che io nascessi, e non passerà di moda tanto facilmente. Sarà ancora utile e forte da leggere anche il prossimo anno, perché ha atteso tanto per entrare nelle nostre classifiche, per diventare, in  maniera un po’ defilata, il “titolo del momento”, per inserirsi nei nostri discorsi su oppressione e società.

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Fame di Roxane Gay, traduzione di Alessandra Montrucchio, Einaudi

non letto da Chiara M. Coscia

Fame, di Roxane Gay, è un memoir sul corpo come “scena del crimine”, in cui la Gay racconta la storia dello stupro subito a dodici anni e del successivo meccanismo inarrestato di auto-cancellazione generatosi dall’episodio. Un po’ alla volta, Gay si è nascosta dentro un corpo gravemente obeso, e si è ritrovata a portarlo in giro come un grido di battaglia. Perché in una cultura che sancisce quel corpo come fuori norma, come sbagliato, come l’opposto di ciò a cui si dovrebbe aspirare, quello di Roxane diventa un manifesto rivoluzionario in carne, viscere e sangue. Di Roxane Gay ho letto Bad Feminist un po’ di tempo fa, una raccolta di saggi che è proprio il genere di cosa che vorrei aver scritto. Pur non essendo d’accordo con tutto quello che scrive, Roxane Gay mi piace molto perché ha la rara dote di far sentire il lettore a disagio. Quel disagio che cerco è il disagio di chi smaschera quelle parti di te che non vuoi riconoscere né ascoltare. Questo è uno di quei libri che non si aspetta come l’ultimo di Stephen King, o l’ottava stagione di Game of Thrones. Per i memoir non c’è mai un orizzonte di attesa di chissà quale portata, soprattutto quando il memoir non riguarda persone particolarmente note. Eppure io l’ho atteso, perché adoro i memoir. Mi affascina il concetto di racconto di sé, di narrazione ordinata e ordinante, quello sforzo di ricostruzione consequenziale e causativa finalizzato a una ricerca di senso e volto a fugare il rischio di confrontarsi con l’abisso della casualità, dell’incoerenza, del caos. L’altra ragione per cui l’ho atteso è l’argomento corpo come portatore di memoria. È anche questo che cerchiamo nei memoir: una narrazione in cui riconoscere le parole per dirlo. Tuttavia, non ho ancora letto Fame: mi sono fermata all’anteprima Kindle, e poi altre letture, altri saggi, altra vita si è messa di traverso. Questo è quello che mi dico. In realtà uno dei motivi per cui non l’ho letto è che quelle prime pagine mi hanno terrorizzata. La sensazione che ho provato è stata quella dell’inizio di un horror davvero spaventoso, e non so se voglio vederlo, non ancora. Il disagio si è trasformato in paura. Tuttavia, spero di trovarlo sotto l’albero.

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Cometa di Gregorio Magini, Neo. Edizioni

non letto da Giuseppe D’Antonio

A maggio, ne seguii – per caso e male – la presentazione al Salone del libro di Torino (mi fermai perché fra il pubblico vidi un amico insieme al suo editore fiorentino – e, da napoletano, quando vedo un fiorentino spero sempre che conosca le battute di Non ci resta che piangere per recitarle insieme). La presentazione non era in una saletta ma all’aperto dentro al Salone e la confusione intorno era tale che non sentii nulla se non poche smozzicate battute di Magini delle quali, in seguito, recuperai dalla memoria una positiva sensazione del tutto priva del contenuto. Dopo il Salone, mi ritrovai più volte Cometa sul feed Facebook. Purtroppo, ne parlavano tutti così bene che decisi di non comprarlo (sì, sono quel tipo di persona). Fin quando, un giorno, lessi questa cosa sulla bacheca di Luca Pantarotto (social media manager di NN Editore e persona dagli entusiasmi – apparentemente – abbastanza frenati): “Cometa è senza dubbio il libro italiano più sbalorditivo, sul piano linguistico, che io abbia letto da molto tempo”. E, dato che io resisto a tutto tranne che ai piani linguistici, l’ho preso. Però – ahimè – non ho ancora avuto modo di sbalordirmi. Ma per quello c’è ancora tutto il 2019. 

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Resoconto di Rachel Cusk, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi

non letto da Francesca de Lena

Noiosissimo luogo comune vuole che chi si occupa di libri spinga sempre e comunque per le strutture facilmente riconoscibili (cap 1, cap 2, cap 3), per i contenuti che “coinvolgano” e con i quali si può “entrare in empatia” e per gli sviluppi prestampati: se donna XX vive in una città e prende un aereo per andare in un’altra città le deve capitare almeno una di queste cose: incontra uomo XY e s’innamora; lotta e/o fa pace con i fantasmi della sua vita familiare; trova lavoro/amicizia/senso della vita e si trasferisce dove è atterrata. Senza happy end può morire o almeno affrontare una malattia, l’importante è che sia chiaro che lì dove è andata le capitino molte cose, per lo più di segno sconvolgente. Ovviamente questo luogo comune è una buffonata, almeno per quel che mi riguarda. Datemi un libro che “non ha trama” (apparentemente, perché se davvero non ce l’ha tenetevelo), che non vive della concatenazione basilare di eventi, che non vuole ammaliarti con rispecchiamenti ed empatie varie, e mi farete felice. Perché il pungolo che muove il mio desiderio di lettura è sempre capire il come. Come riesce (se riesce) Rachel Cusk a costruire una protagonista-scrittrice (mossa ad altissimo rischio autoreferenziale/stereotipo/bluff/già visto) che invece di vivere in maniera attiva il proprio arco di trasformazione lo subisce in virtù del resoconto delle vite degli altri? Vorrei proprio scoprirlo, anche se per quest’anno non ce l’ho fatta.

maestosolabbandono_low-3Maestoso è l’abbandono di Sara Gamberini, Hacca edizioni

non letto da Giacomo Faramelli

Oh io al pensiero magico non ci ho mai voluto credere. Al limite, andando a correre, sfidavo me stesso ad arrivare al bivio prima di unauto, pena la morte, la tortura, milioni di dolori studiati su misura per me. Sono il contrario del pensiero magico anche se la magia è un piano di realtà a cui tendo per indole e carattere. Eppure c’è chi trasforma il pensiero magico in abitudine, fino a sentirlo sotto pelle e da lì in una cascata argentina di parole. Dice: ma allora lo hai letto. No, non ancora, e non ce la farò prima del 2019. Ho sentito l’autrice, però, mentre parlava al pubblico come io farei agli alberi di un bosco: vi sto parlando, ascoltatemi, sembrava dire. E un po’ ci scuoteva e un po’ ci accarezzava. Ed era vero, lei e questa storia di formazione s-formata, che si spande lungo rotte differenti: sono coccole, viaggio, un volo radente sui luoghi di una vita raccolti in una mano: lì c’è un bosco, là un fidanzato tutto scemo, più giù l’eterno ring con una madre che più che un antagonista è quinta, scenario e terreno su cui confondere i propri passi. In fondo è così che siamo noi dei boschi. Tendiamo a confonderci da soli pisticchiando le tracce prima di arrivare alla meta. Ed è un viaggio che non sarà breve, né privo di tumulti rotolare lungo le parole dell’autrice da una scelta scriteriata alla speranza fortissima. Una scrittura solare (calmi, ho sbirciato eh), del sole di gennaio tra le nuvole grigio cemento, capace di arruffare pelo e sentimenti in egual misura, una storia in cui magia e realtà sono le due estremità di un pellegrinaggio a ritroso nel proprio tempo. E per questo accidenti a me, quel cerbiatto in copertina continua a guardarmi e mi dice: dai, tocca a noi, vero? Io però aspetto, ché il nuovo anno deve pur iniziare tintinnando. E se a farlo sono le parole chissà che io non prenda a credere un po’ di più alla magia.

978880623712GRACosa faremo di questo amore di Gabriele di Fronzo, Einaudi

non letto da Luigi Loi

Più si legge e più si diventa ignoranti: si scoprono sempre nuovi titoli da leggere. Essere lettori forti significa essere degli ignoranti. Ovunque io dorma, lì si forma una pila di libri da leggere: sono costretto a ottimizzare il tempo di lettura (e difenderlo), ma devo persino coltivare un sesto senso per i consigli, perché nonostante abbia indicizzato tutta una serie di stakeholders (giornalisti, bloggers, intellettuali, addetti ai lavori, funzionari editoriali, altri ignoranti come me) inquadrandoli per gruppi editoriali/di potere/cordata/bastone, per gusto, intelligenza, cultura, sesso, età, ecc. qualcosa dei libri sfugge sempre, così come il tempo di leggere Vent’anni dopo di Dumas. Quindi ecco perché avrei voluto leggere Cosa faremo di questo amore di Gabriele Di Fronzo, per i seguenti scorrettissimi motivi. Il primo: pare che non sia un libro di fiction, né di autofiction, ma un saggio antologico, miscellanea di episodi letterari che affrontano il lutto amoroso, passando da Bolaño, Carver, Flaubert, Tolstoj e tanti altri, così che la mia ignoranza s’irrobustisca con i titoli che Di Fronzo cita e non avrò modo di leggere, come Vent’anni dopo. Secondo: nonostante la bruttezza della copertina, amo i libri di questo genere (vedi Scrittori galeotti e Mestieri di scrittori di Daria Gelateria) utilissimi per consultazioni e ricerche: unico neo di questi libri? Descrivono sempre altri libri, quelli che non riuscirai mai a leggere, e mai che si descriva, per esempio, Vent’anni dopo.

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Le vite potenziali di Francesco Targhetta, Mondadori

non letto da Marco Malvestio

In un lontanissimo 2012, quasi all’inizio del mio percorso universitario, con l’ansia bulimica di chi comincia appena a muoversi in un mondo che ha conosciuto soltanto attraverso le impolverate stilizzazioni dei libri di scuola, ho letto Perciò veniamo bene nelle fotografie, fortunato romanzo in versi di Francesco Targhetta. Sarà perché era ambientato nella mia città, Padova, in quartieri che conoscevo, in sedi universitarie che stavo cominciando a frequentare, e perché descriveva situazioni umane (la precarietà abitativa, emotiva, lavorativa) che cominciavo a scorgere con paura, oppure perché i versi scorrevano fluidi ma icastici, sardonici, restandomi impressi, oppure ancora perché il protagonista, così addolorato e meditabondo e impotente, mi ricordava me stesso (prova ne sia che, in una rilettura successiva, non mancai di disprezzarlo), quel libro non si limitò a piacermi immensamente, ma segnò una tappa importante del mio percorso di lettore. Ecco, ora che, sei anni dopo, Targhetta è finalmente approdato al romanzo vero e proprio, che parla non solo di persone altre dall’autore ma anche dai letterati malinconici che infestano la mia vita e le mie letture, dal momento che i protagonisti lavorano in un’azienda informatica, sento che questo sarebbe un romanzo da leggere. Conoscendo la lingua poetica di Targhetta, so che questo romanzo avrà una prosa insieme curata nella forma e attenta al dettaglio reale, e conosco bene la capacità dell’autore di delineare con pochi tratti le desolazioni e le contraddizioni, e dunque la gloria immortale, del nostro “crudo Nord-Est”, delle distese spettrali dei nostri capannoni, del nostro falso dialetto e del nostro falso italiano: e immagino quindi che questo romanzo racconti, con realismo e allegoria, il presente di tutti noi. Sfortunatamente non ho avuto modo di leggerlo.

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The Game di Alessandro Baricco, Einaudi

non letto da Marco Terracciano

Da quello che ho potuto capire, The Game è un saggio sulla rivoluzione digitale (‘Il Gioco’ non è altro che il mondo in cui ci muoviamo oggi) degli ultimi dieci anni, ma è un saggio diverso, molto narrativo e avvincente, che chiama in causa il lettore e che ammicca qua e là. Tre cose mi hanno convinto a leggerlo, una mi ha dissuaso. Parto dalle tre: la diretta streaming della sua presentazione al teatro Franco Parenti di Milano; quest’articolo di Paolo Gervasi; la video recensione di Riccardo Vessa (alias Wesa) su Youtube.
La presentazione al Parenti di Milano mi ha convinto perché mi hanno convinto le parole, il tono e l’entusiasmo dello stesso Baricco. L’articolo di Gervasi mi ha convinto per questo passaggio:

Qualcosa di simile facevano i suoi romanzi, elaborando forme semplici capaci di veicolare il piacere essenziale della lettura, e di riscoprire l’affabulazione originaria della narrazione, la volontà quasi “pura” di trasmettere e rendere memorabile un evento. Con questo gesto, come direbbe lui, Baricco ha mostrato all’élite intellettuale l’esaurimento di una funzione di orientamento e tutela del sapere fondata sull’aumento esponenziale della complessità.

Il video di Riccardo Vessa alias Wesa mi ha convinto perché è una bella recensione, è lucida, critica, ed esaustiva.
La cosa che mi ha dissuaso: il prezzo, diciotto euro (nemmeno tanti considerati gli assurdi standard del cartaceo). E allora a Baricco mi piacerebbe fare questa domanda: come mai la letteratura non è ancora entrata nel Game?

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