perché scrivo, scrittura
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La fascia abitabile delle storie

di Alessio Cuffaro

Che posto occupare? È forse la cosa più importante da decidere per chi comincia a scrivere la propria opera, ed è sicuramente la decisione che pochissimi, alle prime armi, sanno di dover prendere. Come tutte le arti, più di altre, la scrittura suscita dibattiti agguerriti su come debba essere intesa, sul ruolo dello scrittore, sul senso di un gesto che alcuni vorrebbero destinato ad intrattenere il lettore e altri vedono come uno strumento per scuoterlo, per scomodarlo, per svegliarne la coscienza sopita e per dare mostra di virtuosismo stilistico.
Inutile dire che nessuna delle due fazioni ne è mai uscita vincente. Laddove i primi, i sostenitori dell’intrattenimento, ottengono un maggiore successo di pubblico, ma pagano il prezzo di vedersi snobbati dall’accademia, di rimanere dei parvenu della scrittura, di balbettare insicuri davanti al critico di turno, i secondi, i teorici della fredda chimica delle parole, hanno l’onore di stabilire il canone, di arredare i salotti buoni della Grande Madre Letteratura, ma vivono in nicchie sempre più asfittiche, e guardano attoniti i resoconti di sell-out della distribuzione, trattenendo il magone di chi sa che con 250 copie vendute nessun libro sarà mai il vettore di un cambiamento sociale che dovrebbe intercettare milioni di lettori, che numeri così esigui non ripagheranno mai della fatica improba di un’estenuante ricerca stilistica.
Anche quando coinvolge le menti migliori di un’epoca, questo scontro è sempre odioso e risveglia gli istinti peggiori, trasfigura animi nobili e inclini al dubbio in fanatici sostenitori di un’immaginaria scienza esatta dello scrivere. A pagarne il prezzo il lettore che non capisce le ragioni di una polemica lontana dalle sue necessità. A farne le spese l’autore che sposando l’istanza degli uni sacrifica la ricerca intellettuale e abbracciando quella degli altri perde ogni contatto con i bisogni del lettore.

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foto di ricardo rocha

Ma a dispetto di un dibattito odioso la domanda che lo genera è tra le più nobili che un autore possa porsi. Da che parte sto? Scrivo per suscitare delle emozioni nel lettore o per scuoterlo? Lo muovo a compassione per il genere umano o lo invito a ribellarsi ai malanni di stagione della società in cui vive? Lo catturo e lo porto con me, o lo intimorisco con una lingua sontuosa? Come autore, editore e insegnante di scrittura ho cercato per anni una risposta che avesse senso per me e per gli altri autori con cui lavoro ogni giorno. E alla fine la risposta l’ho trovata dove sempre si trovano le risposte migliori: nei posti che non c’entrano un cazzo.

Sto guardando un documentario su Enrico Fermi e a un certo punto viene citato un episodio del 1950. Il fisico italiano si trova nei laboratori di Los Alamos insieme ad altri colleghi in pausa pranzo, ridono di una vignetta che sfotte il presunto avvistamento di un UFO occorso il giorno prima; finita l’ilarità la conversazione si sposta su altri argomenti, Fermi rimane imbambolato a pensare e a un certo punto interrompe la conversazione per dire: “Where is everybody?”. Dove sono tutti? Adesso non sto qui ad entrare più di tanto nella questione che verrà poi ricordata come il Paradosso di Fermi e darà spunto per l’equazione di Drake ecc. Ai nostri fini è sufficiente sapere che Fermi si rende conto dell’altissima probabilità che nell’universo esistano altre forme di vita intelligente e di come risulti insensato che nessuna di queste ci abbia mai contattati. Da lì parte la ricerca di pianeti abitabili nella nostra galassia e nelle galassie lontane.
Pianeti abitabili. Pianeti che orbitano intorno al loro sole alla giusta distanza: non troppo vicini, altrimenti diverrebbero troppo caldi, perderebbero l’atmosfera e con essa la protezione dalle radiazioni solari; non troppo lontani, altrimenti diverrebbero delle sterili sfere di ghiaccio.
Eccolo il posto giusto dove stare! Eccola la nostra meta: la fascia abitabile delle storie.
Esiste un sole caldissimo nel nostro mestiere ed è la natura intrinseca dell’essere umano, la sua struggente battaglia, il suo doloroso sentire tutto e nulla poter governare. Brucerà per un tempo incommensurabile, illuminerà infinite narrazioni prima di dissiparsi.
Se scriviamo, se leggiamo, se editiamo è per quel sole lì.
Ma bruciarsi è un attimo e lo sa bene chi ogni giorno come me valuta e corregge manoscritti di autori esordienti. Basta una minima distrazione e un eccesso di lirismo rende la narrazione mielosa e inservibile. A guardare il sole a occhio nudo si rimane accecati.

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foto di ganapathy kumar

Ecco che la nostra scrittura rischia di uscire dalla sua fascia abitabile. Ecco che diventa necessario un filtro che protegga gli occhi del lettore. La ricerca stilistica è quel filtro. Quella che Vittorini nella sua prefazione al Garofano rosso definiva magistralmente “la fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto a ogni indagine”.
Lo stile controlla, mitiga, rende l’aria di una narrazione pienamente respirabile, porta le storie nella loro fascia temperata. Ma lo stile da solo non basta. L’attrazione gravitazionale del sole è troppo forte, serve una forza opposta che mantenga la narrazione in orbita stabile.
Troppo focalizzata sulla trama, sulla luce accecante della condizione umana, la scrittura rischia di parlare solo al lettore occasionale, attratto sì dal sole ma a patto che sia estate, che si stia comodamente sdraiati dentro i confini del cono d’ombra di un ombrellone.
Serve il sottotesto. Servono tutti i significati che è possibile derivare solo da una lettura attenta, indagatrice, capace di raccogliere indizi nei simboli, nel valore esemplare delle vicende dei personaggi.
Stile e sottotesto. Sono loro a mantenere le nostre storie nella fascia in cui possiamo abitarle.
Ma a patto che ci sia una trama, che la luce del sole illumini le nostre pagine.
Trama, stile e sottotesto. Niente più di questo e niente meno di questo. Lo so, non è facile, non lo è per niente. Ma è l’unico modo per non fare la fine di quelle due opposte fazioni. L’unico modo per ridare al gesto della scrittura la dignità che merita, per assolvere al nostro compito di autori: non perdere mai la speranza che li fuori ci sia vita, che abbia tanta forza da illuminarci, che noi la si sappia controllare, mitigare, rendere abitabile.

foto di copertina di Mark Basarab

2 Comments

  1. “Esiste un sole caldissimo nel nostro mestiere ed è la natura intrinseca dell’essere umano, la sua struggente battaglia, il suo doloroso sentire tutto e nulla poter governare. Brucerà per un tempo incommensurabile, illuminerà infinite narrazioni prima di dissiparsi.”
    Sono d’accordo, ed è bellissimo come l’hai espresso. Quello che invece mi turba è che le nuove correnti di pensiero (neuroscienze etc) pensano che non ci sia affatto ingovernabilità, che ognuno è radicalmente artefice del proprio destino. Se questo fosse vero… dove va a finire la letteratura? Se diamo all’uomo il potere pieno di essere artefice della propria vita, il gioco della narrazione si spegne, perché si spegne il duello, il gioco di rimbalzi con le forze oscure, tutto si disciplina. L’arte è una forma di ricerca, ed è anche la nostra stessa onnipotenza. Se hai già trovato la risposta nella tua padronanza degli eventi e nella tua stessa onnipotenza, l’arte smette il suo senso, il suo scopo.

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  2. Alessio Cuffaro says

    Grazie Pensieri Rotondi. Credo che non corriamo rischi, la nostra percezione rimarrà invariata ed è quello che conta: come percepiamo le nostra partita col destino. Il resto è scienza, non coscienza 😉

    Piace a 1 persona

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