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After Life, alla fine dell’estate eterna

di Giacomo Faramelli

Scrivo questo pezzo da un treno regionale lanciato a ventidue chilometri orari nella wasteland umbra. Tutto è oltre la vita fuori di qui. Tutto è morente qui dentro. Gli interni consunti del treno, l’ottuagenario vicino di posto che mi fissa con sospetto e concupiscenza, l’anziana che gracida la lista dei morti del mese dietro di me. Che strano rapporto che hanno i vecchi con la morte. Mario Luzi diceva: “ai vecchi tutto è troppo”. Anche la morte? Quien sabe.
Preferisco scontare la prigionia ferroviaria sul mio cellulare. In rete circola una storia tra le tante. Nel 2100 su Facebook ci saranno oltre un miliardo e quattrocento milioni di morti. In effetti, a meno che la vita non mi faccia lo scherzo di tenermi dritto fino a centoventi anni, sarò anche io tra loro. Mette addosso una malinconia particolare, è come tornare ragazzini: è giugno, hai l’intera estate davanti a te, sai che a settembre dovrai tornare a scuola. Una piccola morte appuntata nel futuro, un luogo lontanissimo nel tempo e nello spazio a cui non pensare mai.

A meno che tu non ci debba fare i conti prima del tempo. Capita. Ed è una merda. La morte, il lutto prematuro. Avete mai strappato un petto di pollo a mani nude? Fa un rumore preciso, netto, il rumore della carne che si stacca, strappata via dalle ossa. Quando l’ho visto lì disteso ho sentito il cuore aprirsi a quel modo. La ferita non rimarginabile, il dolore sordo dal cuore alle tempie e ritorno. La morte di un amico, di un coetaneo, alla mia età è l’unico specchio in cui si riflette l’idea di finitezza della vita. È andata così. Per un po’ sono diventato inavvicinabile, burbero e scontroso. Ho bevuto molto, mangiato male, fumato tanto, persino, ma una sola volta, una muratti.
Non ho mai creduto alla roba delle fasi di elaborazione di un lutto. Ero in un tunnel nero. Se chiudo gli occhi è tutto lì: la rabbia, le lacrime, i fatti compiuti che non accetterò mai. E sulla durata di un lutto la penso come Stephen King in It: “ma chissà per quanto tempo può durare un lutto. Non è possibile che dopo trenta o quarant’anni dalla scomparsa di un figlio o di un fratello di una sorella, ci si ritrovi nel dormiveglia a pensare al defunto con lo stesso senso di nostalgia e di vuoto, la sensazione di un’assenza che non potrà mai più essere riempita… forse nemmeno dopo la morte.”.

Qualche sera fa ho iniziato per caso Afterlife. Un gioiello scritto, diretto e intepretato da Ricky Gervais, il cinico protagonista della versione originale di The Office.
È stato come rivedersi alla moviola. In After life Tony/Gervais è un cinico cinquantenne con una moglie morta di cancro a cui non resta altro, per sopravvivere a questo buio feroce, che trastullarsi tra il maltrattamento di ogni altra forma umana, l’idea di un suicidio di cui vanno in scena goffi tentativi, tanto più terribili nella nudità della loro forma umana, ammissibile, identica alla nostra, sventati più volte dal suo cane, e una terapeutica dose di alcol senza soluzione di continuità.
Ho pensato. Ehi mi ricorda qualcuno. Scontrosità, voglia di farsi del male, la sedazione a mezzo alcol. Merda, questa serie non mi farà bene per niente.
Tutto insieme, tutto amplificato, a volume e velocità tali da ridurre anche i più corazzati in poltiglia. Tutti intorno a te si preoccupano. Ricordo una sera, passati tre o quattro mesi, a tavola coi miei. Non ho mai pianto così tanto di fronte a qualcuno.
Tony invece non piange mai, ringhia sempre, si produce in alcuni insulti e accessi di rabbia degni solo del miglior Barney Panofsky.

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Avrei voluto anche io una corazza di cinismo dove invece è stato il dolore a dominare, ed evitare così i denti che battono sordi nell’assenza, o sentirmi uguale a chi “esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno” come scrive mirabilmente Joan Didion nella sua cronaca di uscita dal lutto tra dolore e sogno, L’anno del pensiero magico.
Intorno al piccolo fuoco che continua a bruciarci dentro arrivano le fiamme degli altri. Forse è questo il segreto minimo per andare oltre. Il ripetuto contatto umano che si fa strada tra noi e la parete di roccia sotto alla quale ci siamo fatti prigionieri. A volte sono degli improbabili altri, come l’eroinomane o la prostituta che diventano amici di Tony, l’accumulatore seriale che vuole per forza la copertina del giornale locale per cui lavora il protagonista, o i genitori che vestono il figlio da baby hitler. No, non ho amici che hanno vestito i loro figli da baby nazisti, ma conosco almeno un paio di accumulatori seriali wannabe. A volte sono “altri” normali, persino comuni nelle loro imperfezioni: il cognato di Tony, la giovane praticante idealista a cui fa da mentore, il collega grasso ma innamorato del cibo e della vita, lo psicologo più cinico mai avvistato sul piccolo schermo, un padre malato di Alzheimer (spoiler entrambi i personaggi vengono da Game of Thrones). Più di tutti la vedova, il cui marito è vicino di tomba della sua defunta moglie, con cui stringe una divertita complicità al cimitero. Il dialogo che si sviluppa tra i due in più puntate funziona meglio del Voltaren. No, non ringraziatemi. È stato bello anche per me ricucire alcuni strappi grazie a questa piccola serie semplice e feroce.

La verità, l’ultima verità di Afterlife è che non c’è un modo univoco di venire a patti con il lutto, non è concesso chiedere un armistizio. Ma dobbiamo provarci nella lotta o ridurre chi se ne va a un elenco di cose. “Cose che conserveranno solo un pallidissimo barlume dell’identità e dell’importanza originarie” come scrive Joyce Carol Oates in Storia di una vedova, il memoir in cui affronta la morte del marito.
A volte avremo bisogno di un bicchiere di whisky per mandare giù il groppo in gola, altre volte sarà il nostro cane a tenerci al sicuro sul bordo del precipizio ma dovremmo tener presente che se pur questo dolore un giorno non ci sarà utile (e no, non lo sarà quasi mai), la lotta per tenere in vita una persona cara è meritevole degli sforzi che sosterremo, un pezzo alla volta, da quella prima sbornia insieme alle passeggiate di notte tra le vie deserte, quando l’unica cosa che sembrava importare era che quel futuro indeterminato alla fine dell’estate non sarebbe mai esistito davvero.

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