perché scrivo, scrittura
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Scrivere è tentare un ordine alle cose

di Sandro Campani

Una volta ho detto così: scrivere è l’unico modo che io abbia per tentare un ordine alle cose, ed essere sicuro che i volti non spariscano dov’è troppo tardi per tornare a rivederli. Vorrei trattenere quei volti scrivendo. Ma quando cerco di farlo, capisco che niente ha valore se non lascio che le cose diventino diverse da come io le ricordavo. Il volto di qualcuno che io amavo assume le cicatrici di un altro, gli amici si scambiano i nasi, o il modo di muovere le mani. Le parole che ci siamo detti non sono le nostre parole, ma quelle di due sconosciuti che ho sentito l’altro giorno in un negozio. Devo travisare le cose per renderle più veritiere.

Dicevo così, e per me vale ancora. Nel frattempo ho continuato a scrivere, e ho capito altre cose riguardo ai miei motivi. Una è questa: mentre scrivo io raggiungo un grado di comprensione dell’essere umano, e quindi di me stesso, che è impensabile nel resto del mio tempo.
Per la maggior parte del mio tempo sono una persona inadeguata al mondo, disattenta, incapace di afferrare un senso; scrivendo ho l’impressione di capire quello che altrimenti mi sarebbe incomprensibile; ho l’illusione di riordinare tutto ciò che altrimenti mi schiaccerebbe con la sua insensatezza.
A volte capita d’aver fatto qualcosa di molto bello, rileggerlo dopo qualche tempo, e dirsi: Non mi sembra di averlo scritto io. Infatti è così. Ci sono momenti in cui ti trovi oltre le tue possibilità, e passati quei momenti tornerai ad assopirti.
Io non ho la stessa testa mentre scrivo e mentre no. Non ho lo stesso grado di concentrazione. Questo scarto mentale, che poi diventa anche una sorta di euforia fisica, mi dà una sensazione di vita, di completezza, che al di fuori della scrittura non mi tocca.

ehimetalor-unuabona-Campani

foto di ehimetalor unuabona

Non potrei mai pensare di scrivere per esprimere me stesso. Non penso di aver niente di speciale da dire, né penso che la mia esistenza abbia alcunché di necessario, tanto da dover essere espresso: uso ciò che ho visto o ciò che mi è successo come serbatoio da cui pescare fatti che mi sembrino utili a una storia, magari travisati, ribaltati; ma sono sempre rivolto all’infuori, quando scrivo; e nell’esser rivolto all’infuori, è come se avessi un dentro diverso: più cosciente, più intuitivo.
Senti di essere un tramite: sei lì che lavori, e sei il tramite fra una consapevolezza che in quel momento agisce, oltrepassandoti, e quello che ne sarà il prodotto (che poi, se riuscirà, non apparterrà più solo a te, e questo è meraviglioso); sei come un’antenna, una porta.
Un’altra cosa che so è che non ho bisogno dell’atto di scrivere per definirmi: non mi sento nato per questo mestiere, non sento una vocazione. È che sono affascinato da questa fatica piacevole, dalla facoltà non del tutto controllabile di essere qualcosa di diverso da me stesso, di essere oltre me stesso. Di capire persone che non ho mai conosciuto; di osservarle mentre crescono, di respirare nella loro vita.
Man mano che acquisisco consapevolezza tecnica, la fatica diventa più piacevole, perché ha una direzione più chiara. Non ho mai creduto allo scrivere di getto. Con gli anni ho imparato a provare piacere nella progettazione di una storia, a ragionare sui personaggi, sulle loro relazioni, così da lavorare sulla base di un canovaccio più chiaro. Ma lo stupore resta sempre: ti stupisci, nel momento in cui ne stai scrivendo, di quello che prima non c’era e adesso appare, perché è scaturito non propriamente da te, quanto attraverso di te; per quanto tu possa programmare, c’è uno spazio che si autoalimenta, un elemento casuale che si va a innestare sopra l’elemento programmato. È come se ti fossi allenato per il salto in lungo: tecnicamente sai come si salta, fai sempre il gesto al tuo massimo, ma allora, perché a un certo momento ti volti indietro sulla sabbia e capisci di aver saltato più in là? Qual è stato l’elemento imponderabile che si è aggiunto alla tua capacità di allenamento per creare quel salto specifico?
Ci sono momenti, mentre lavori, in cui l’euforia delle tue dita e la lucidità del tuo cervello ti corrono davanti. Sono rari, li riconosci, non è detto che siano collegati al valore di quello che produci, ma quello che provi in quei momenti è un motivo sufficiente per essere lì a scrivere e non da qualsiasi altra parte.

v2osk-campani

foto di v2osk

Se guardare nel modo che la scrittura implica è svelare le cose anche a se stessi, se mentre scrivo so cose che altrimenti non avrei saputo (più che saperle, le intuisco a un livello inaspettato) allora impegnarci le ore che ci impegno ha senso soltanto se tengo in esercizio occhi diversi, penetranti nel mio modo specifico. È per questo che, quando leggo, faccio fatica a sopportare le pagine zeppe di frasi fatte. Mi disturbano, mi fanno incespicare. Cerco di starci attento in quel che faccio, e mi infastidisco con me stesso se rileggendomi le scovo.
Un giorno qualcuno ha guardato con un occhio nuovo e ha costruito un’espressione illuminante; quest’espressione si è allargata, si è diffusa, è entrata nel discorso comune, nel linguaggio giornalistico, in quello televisivo, e si è trasformata in un vincolo invisibile: le strade si snodano come lunghi nastri d’asfalto, i capelli sono color del grano, i silenzi sono assordanti, e c’è un mucchio di gente che appena deve dir qualcosa, sibila. Le frasi fatte sono insiemi di parole che invece di svelare l’essenza delle cose, la nascondono. So che ci sono occasioni in cui sono funzionali al testo. Ma in ogni caso, quando mi tocca la parola, devo domandarmi: posso dire questa cosa in un modo più preciso, più stratificato, in un modo che sia vero per me?
Le frasi fatte sono il contrario del piacere (il piacere dato dalla fatica); sono pigrizia e scorciatoia.
Tutto è già stato detto, ogni storia è già stata raccontata centinaia di volte: se hai la presunzione di pubblicare anche solo una riga in più, devi coltivare l’amore per la lingua che usi.

Chiudo con un’altra cosa che ho già detto e penso ancora: il fatto di avere pochissimo tempo, e doverlo strappare a forza, aumenta sia la fatica che il piacere. Non credo che per me sarebbe sano, se mi mantenessi scrivendo. E non so se scriverò sempre; quando saprò di non aver più niente da dire, smetterò. Per ora, scrivere mi è prezioso, perché è l’unico modo che ho, mi sembra, per non lasciarmi angosciare dal disordine e dal caso; per mantenere un contatto con qualcosa che è più grande e sensato di me. Altrimenti, per il resto del tempo, mi sento come un sasso, inerte e condannato, inconsapevole di tutto.

foto di copertina di ricardo gomez angel

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