non prenderla come una critica
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Difendere la letteratura. Critica a “Contro l’impegno” di Walter Siti

di Luigi Loi

Se Contro l’impegno, riflessioni sul bene in letteratura ha un pregio, tra i tanti che mi sento di attribuirgli, è quello di circoscrivere un discorso che impegna Walter Siti da quasi un decennio. Era il 2014 quando nell’editoriale del numero 5 di Granta Italia – significativamente intitolato Il male – scriveva «dall’ansia ossessiva con cui la società sta chiedendo alla letteratura “un messaggio di speranza”. Come se la famosa bellezza “che salverà il mondo” funzionasse da filtro, o da spurgo, capace di espellere il male e trattenere il bene – come se il male dovesse essere brutto per forza». Come se la letteratura avesse l’obbligo civile di un impegno etico, dice oggi Siti. Perché il nucleo fondante di questa raccolta di interventi, già apparsi su L’età del ferro tra il ‘18 e il ‘21, parla del peso specifico che la letteratura ha all’interno della nostra collettività. La risposta è implicita e sconfortante (per gli addetti ai lavori, sia chiaro): tanto più le discipline e i saperi letterari perdono il proprio peso, tanto più capita che vengano usati come decorazioni di altri apparati, magari audio-visivi (caso Roberto Saviano); come grimaldello polemico per tesi politiche (caso Michela Murgia); come riflessione impegnata che esclude quasi sempre a priori la tragicità (caso Gianrico Carofiglio, Alessandro D’Avenia, Roberto Vecchioni). Quello che Siti in fondo trova inaccettabile è il ruolo subalterno in cui gli stessi letterati relegano la letteratura. Un discorso che gira a vuoto da decenni, se non fosse che Siti vi aggiunge la problematica della forma. Il contatto con questo problema avviene per Siti con lo scrittore che più di tutti ha mostrato quanto sia problematico il discorso pubblico quando è mediato dall’arte letteraria:

Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti. Mi sono domandato più volte se fosse il caso, oggi come oggi, di discutere pubblicamente il lavoro letterario di Roberto Saviano, ho anche interpellato amici comuni; il timore era che, criticandone alcuni aspetti, potessi oggettivamente dare una mano a chi lo odia e non perde occasione per screditarlo politicamente

Su questa premura di fondo lo smaliziato pamphlet di Siti cerca di scardinare, attraverso l’analisi stilistica e sociologica delle pagine dello scrittore casertano, quanto lo stesso Saviano abbia «preso le distanze da quella che lui considera la “pura letteratura” e dai letterati che si accontentano di “fare un buon libro, costruire una storia, limare le parole sino a ottenere uno stile bello e riconoscibile». L’esempio che sembra maggiormente avvalorare la tesi di Siti è In mare non esistono taxi, un testo di Saviano del 2019.

Pubblicato da Contrasto, un editore specializzato in libri fotografici – il contributo di Saviano consiste di una introduzione, una serie di sue interviste a fotografi che sono stati nel deserto o sulle barche, un suo intermezzo lirico-oratorio ritmicamente fondato sulle anafore, alcune altre interviste a fotografi o operatori delle ONG, infine di un suo epilogo parenetico.

Difficilmente si può aggiungere chiarezza all’analisi già limpida che Siti dedica agli aspetti dell’opera di Saviano. Rimane il punto di vista e la domanda a cui risponde Siti: la letteratura può assumere qualunque forma scritta quando il messaggio è così importante? Evidentemente no. Diverso è il caso Michela Murgia, che negli anni non è mai arrivata a utilizzare la pagina scritta soltanto come uno strumento della propria militanza politica. Credo che Siti abbia indovinato: è vero il contrario. Il clamore e l’agonismo politico di molte dichiarazioni pubbliche – tranchant, semplicistiche, ma sempre così opportunamente clamorose – mostrano tutta la maliziosa sapienza di Murgia nell’utilizzare gli apparati mediatici (qui è davvero il caso di dirlo) come dei taxi. Questo clamore porta in dote alle sue opere una risonanza di pubblico che difficilmente la sola fama letteraria comporterebbe. Michela Murgia si considera una scrittrice militante, non una militante che scrive. Ma gli esiti più riusciti nell’opera della scrittrice, sempre secondo Siti, sono da rilevarsi quando in «Accabadora, per esempio, ha corso tutti i rischi del romanzo con le sue condensazioni, le sue ambiguità, le sue contraddizioni» con le pagine che meglio tratteggiano il romanzo dell’autrice e le sue luci:


Sembrerebbe uno scontro (anch’esso illuministico) tra tradizione e modernità; ma la giovane va a lavorare come governante a Torino, si confronta con la freddezza razionale della borghesia del Nord e non può che tornare in Sardegna, al suo paese, dove i casi della vita la porteranno a praticare lei stessa un’eutanasia. Il cerchio si chiude, la madre riconosciuta non è quella che dà la vita ma quella che la toglie. Qui Murgia tocca una ferita profonda e non la risolve con l’ironia, anzi si inoltra in un terreno in cui lei stessa non ha risposte; e proprio per questo, forse, scrive il suo libro migliore. Quando invece si dedica all’altro versante del suo mestiere, quello delle esortazioni engagées, allo spessore del testo si sostituisce, purtroppo, un entusiasmo che travolge la logica e convince assai poco.


Infine che forma ha la letteratura carnale, sporca e faticosa, per usare un trittico di Alessandro D’Avenia? Secondo Siti è incoraggiante e confortevole, come lo sono spesso molti degli esiti narrativi di Vecchioni e Carofiglio. Nulla di male in astratto, se non fossero opere riassumibili in delle idee o in «alternativa addirittura preferibile, in una serie di input» e, fuor di metafora, narrazioni dimenticabili, quando passa il fatto o l’esigenza storica che le ha prodotte. La bordata polemica di Siti arriva proprio dal versante politico, quello più vincolato all’esigenza storica, quello che con la letteratura (ricordiamolo, un sapere a-temporale e problematico) ha meno a che fare. Infatti è proprio partendo da alcune pagine di Vecchioni– definito elitario, idealista – che Siti rimprovera tutta la manovra tesa a semplificare il reale e i suoi protagonisti: «per cogliere tutte le sue allusioni bisogna appartenere a un’élite – un’élite di sinistra anarchica, idealista, fiduciosa nell’amor-di-sapere del popolo: il protagonista arriva a parlare di etimologia sanscrita e di metrica a due proprietari di un “trani” milanese, con discreto successo».
Potrei chiosare: l’idealismo non pecca di malizia, al massimo di ingenuità, ma chi si sentirebbe oggi in cuore di ironizzare su Candido se non lo stesso Voltaire? Tuttavia è sempre Siti a trovare una risposta insieme accomodante e preoccupante: «riconoscere le ingiustizie della Storia non può voler dire perdere la capacità di distinguere il bello dal brutto, né rovesciare sul testo i peccati dell’autore».

L’impressione finale che si ricava da Contro l’impegno è di una cristallina capacità dell’autore di sbrogliare la retorica che in questi anni si è ingarbugliata attorno al concetto di impegno artistico e sociale, tanto che in certi frangenti i ferri del mestiere del saggista trovano il modo di illustrare soluzioni (non solo teoriche ma di buon senso) su cosa debba e su cosa vuole apparire il sapere letterario, sempre che abbia intenzione di competere ad armi pari con gli altri saperi.

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