La verità, vi prego per Rosalba Scavia: decidi quando far partire la storia

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la verità vi prego

“La verità, vi prego” è la posta del cuore della scrittura: inviami un tuo racconto o il primo capitolo del tuo romanzo e ti scriverò una lettera di valutazione franca, pubblica e gratuita. Per sapere come funziona leggi qui.

La lettera di oggi è per Rosalba Scavia e il suo racconto "Incontri nº2. 
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Chi è Rosalba Scavia:
psicoanalista ottantenne,vive e lavora a Roma.
Scrive nel tempo libero traendo spunto dalle storie dei  pazienti che 
hanno frequentato il suo  studio in quarant'anni di attività.
Ama l'acqua calda delle terme della Tuscia che frequenta almeno una 
volta alla settimana anche in pieno inverno. In gioventù ha avuto una 
vita piuttosto avventurosa in giro per il mondo prima di approdare 
definitivamente a Roma. Adesso viaggia con la mente e con gli occhi 
leggendo libri, anzi divorandoli bulimicamente.

Cara Rosalba,

ti spiego subito il perché del titolo, e lo faccio con un elenco:

  1. L’aveva detto tante e tante volte che la gente ormai non credeva più alle sue minacce.
  2. Mia madre mi chiama sempre quando sono sotto la doccia e mi sto rilassando accompagnato dalla voce roca di Fabrizio De Andrè.
  3. Sono in piedi vicino al ripiano del lavandino gocciolante di acqua, fermo, immobile, poso lentamente il cordlesse e rimango così, inebetito.
  4. Mio padre se ne è andato nel giro di un mese perfettamente lucido e consapevole fino alla fine.
  5. Tornavo dalla mia corsa serale quando l’ho incontrata di nuovo: stava uscendo dal portone ed era sobria.
  6. Vicino casa c’è un mercatino con i cosiddetti prodotti a kilometro zero: i contadini vendono direttamente i loro prodotti, perciò puoi trovare frutta e verdura fresca di stagione.
  7. È stata una giornata di lavoro dura, ma proficua, sono abbastanza soddisfatto e chiudendo la porta dello studio mi avvio verso la macchina pregustandomi la mia corsetta serale.
  8. Peccato che qui non mi sia ancora organizzato come a Londra e per avere il giornale devo andare a comprarlo dal giornalaio.
  9. A Roma in questi giorni si tiene un convegno su “Psicoanalisi e Psicoterapie”: si diranno le solite cose, ci saranno le solite polemiche e ognuno rimarrà della propria idea o forse no, chissà.
  10. Ho fatto bene a venire, il convegno si è rivelato più interessante del previsto.
  11. Quella sera la corsetta serale è durata molto a lungo, ben più della solita ora; ero scocciato, irritato, confuso, scontento, insomma uno di quei momenti in cui non ti sta bene niente e allora cosa c’è di meglio di una corsa prolungata che, se anche non ti schiarisce le idee, almeno ti stanca e ti aiuta a dormire.
  12. Mi sento bene, fresco e riposato, sono perfino allegro.
  13. Senza accorgermene sono arrivato a casa.
  14. Sono immerso fino al collo nell’acqua caldissima di una delle vasche della Ficoncella.
  15. Lascio la macchina in garage e stasera niente corsa, mi sento bene, salgo le scale rinunciando all’ascensore e mi congratulo con me stesso.
  16. Sono pronto, ma mi ci è voluto un bel po’ prima di decidere cosa indossare.

Queste sedici frasi del testo sono tutte potenziali incipit. E non per una questione di efficacia (alcune sono ordinarie: 2, 3, 4, 6, 7, 8, 10, 14, 15; altre più accattivanti: 1, 5, 9, 11, 12, 13, 16) ma perché ognuna costituisce una partenza. Le frasi che le precedono si bloccano d’improvviso, senza portare a termine la scena, né occuparsi di creare un collegamento. Si va a capo e si riprende un altro discorso, come dal nulla.
Ma in una storia non si può ripartire a ogni capoverso. Si può riprendere la marcia con slancio, quello sì, ma non ricominciare da capo.
È come se tu stessi guidando nel traffico e ogni volta che le auto davanti a te rallentano, invece di giocare di frizione e freno, decidessi di fermarti del tutto, tirando il freno a mano, o addirittura spegnendo il motore, per poi riaccenderlo e ingranare di nuovo la marcia.

Chi legge la tua storia non può procedere per sussulti. Una volta inquadrato il clima, il protagonista, l’azione, bisogna andare avanti in maniera naturale: per collegamenti di causa-effetto, per rimandi, se vuoi, anche per scene brevi e compatte. Ma senza perdere di vista una rete d’insieme, il ritmo, la progressione. Non c’è bisogno che il tuo protagonista viva troppi momenti della sua vita in forma di scena. Deve vivere solo quelli funzionali alla sua storia.
Forse tu non hai ancora chiaro cosa vuoi raccontare, ed è per questo che non riesci a individuare qual è il momento giusto per cominciare a farlo.

Un caro saluto,
Francesca de Lena

Incontri nº2

L’aveva detto tante e tante volte che la gente ormai non credeva più alle sue minacce. “Eppure un giorno o l’altro la faccio finita, vedrete” diceva seria, poi subito dopo sbottava in una risata fragorosa “ ma dai, non sono mica matta” E invece matta lo era davvero. Quando si recava regolarmente agli incontri con lo psichiatra della ASL e assumeva i farmaci prescritti, le cose andavano abbastanza bene. Si prendeva cura di sé , della casa , andava a fare la spesa , cucinava e andava ai colloqui con gli assistenti sociali per incontrare i figli, Luca di 4 anni e Lucia di 6anni affidati ai nonni paterni ( lei era orfana, non aveva più nessuno). Ma succedeva a volte che per settimane non andasse dallo psichiatra e non prendesse le medicine e allora erano guai per lei e per i suoi vicini di casa. Beveva a tutto spiano, la trovavi riversa sulle scale sporca del suo stesso vomito e non potevi svegliarla o aiutarla perché ti minacciava, ti prendeva a male parole e succedeva anche che ti aggredisse con qualsiasi oggetto le capitasse sottomano. Io abitavo da poco in quel condominio e non sapevo niente di lei. Una sera, rientrando dalla mia corsa serale , l’avevo vista in fondo alle scale, proprio vicino alla porta dell’ascensore. Credendo stesse male le avevo chiesto se potevo aiutarla e lei mi aveva violentemente mandato a quel paese e tirato una scarpa con il tacco così appuntito che mi avrebbe accecato se non fossi stato abbastanza svelto da schivarla. Nel frattempo era arrivata un’autoambulanza, evidentemente chiamata dagli altri condomini, gli infermieri l’avevano immobilizzata sulla barella con grande fatica loro e urla e contorcimenti della donna.
Ecco, la serenità conquistata con la corsetta serale se ne era andata, cancellata da quella scena di coercizione violenta seppur necessaria. “Davvero necessaria? “ mi domandavo. No, secondo me no. Si poteva fare altrimenti. Sono figlio di una psichiatra-psicoanalista e mia madre dice sempre che le persone, anche gli infermieri, quando reagiscono con violenza alla pazzia , è perché ne hanno paura. E non è solo la paura di non poter controllare i comportamenti folli altrui, ma soprattutto la paura della propria follia, quella che ciascuno di noi si porta dentro senza esserne pienamente consapevole. La mia corsetta serale aveva lo scopo di aiutarmi a scaricare tutte le tensioni , e qualche volta addirittura i pensieri omicidi, prima di tornarmene a casa o condividere la mia vita con gli altri. Spesso la tensione che accumulavo durante la giornata era tale che dovevo prolungare la corsa ben oltre l’ora prevista . Per fortuna non avevo figli , quindi nessuna responsabilità per la loro salute mentale. Avevo una ex moglie, dalla quale avevo divorziato l’ anno prima e per il momento nessuna velleità di rapporti sentimentali coinvolgenti. Ero sulla soglia dei 40anni e forse dovevo capire ancora cosa fare da grande. Certo è penoso che a 40anni non si sappia cosa fare della propria vita, però questa era la mia realtà quando mi imbattei nella donna in fondo alle scale vicino alla porta dell’ascensore.
Mia madre mi chiama sempre quando sono sotto la doccia e mi sto rilassando accompagnato dalla voce roca di Fabrizio De Andrè . Vorrei non rispondere ma il trillo insistente del telefono mi disturba e mi costringe ad uscire dalla doccia e andare a rispondere. Il bello è che ogni volta mi riprometto di staccare il telefono, poi me ne scordo ( evidentemente o non sono abbastanza stressato o non mi voglio perdere niente, neppure una chiamata anche quando sono sotto la doccia.)

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5 Comments

  1. bella prosa, avvolgente e di spessore psicologico tridimensionale. ecco, rispetto alla “preghiera debole” che ho letto prima, qui le parole scorrono dirette, frutto di un bisogno narrativo vissuto in prima persona e privo di falsificazioni liriche studiate a tavolino. è vero, la narrazione fluisce vivace, si sperde in vicoli, devia, torna riottosa su se stessa, esonda in volti (il marito di Maresa) e risvolti… ma cosa c’è di negativo in questo? il racconto coglie e trasmette in modo efficace l’essenza delle nostre vite fatte d’incertezza, di correlazioni casuali, di rituali, di contingenze prive di filo conduttore. ti dirò… sinceramente mi ha sempre catturato di più una trama incerta, ricca di particolari spesso ininfluenti (ma è davvero possibile saperlo “a priori”? un proverbio inglese dice “devil (or God) is in the details”) e capace di restituire sincerità alla pagina mediante un livello di complessità più affine al reale. la storia che si dipana in linea retta e a velocità costante come un perfetto tranvai nelle mani sapute dell’omniscient narrator, non mi appassiona.
    sarò un caso isolato? può essere. però in un certo senso il discorso allora non dovrebbe essere valido anche nel caso di “preghiera debole”? intendo, se posso permettermi, senza alcuna polemica (faccina che ride), vorrei comprendere perché ciò che svia la narrazione qui “non si può” accettare mentre di là i fronzoli lirici descrittivi che sviavano la narrazione erano motivo di plauso. boh. scrivi nel commento a Incontri n2 “È come se tu stessi guidando nel traffico”, ed è vero. ma vero proprio vero. nel senso che l’idea di salire in macchina e filare via dritti senza traffico, code, semafori verso la meta è un artifizio letterario, mentre ogni giorno la nostra vita è un vero intreccio di capoversi e sussulti.
    vabbè, non so se sono riuscito a spiegarmi.
    resta comunque il fatto che il protagonista del racconto mi ha convinto sia dal punto di vista umano che da un punto di vista narrativo. sarà un caso, ma tutti gli psichiatri-psicologi-psicoqualcosa che conosco sono persone fragili e forse proprio per questo più capaci di ascolto e di empatia verso il paziente, ehm, tranne quando davanti agli occhi hanno il volto di Maresa e del marito…). nota particolare per il “piano sequenza” dell’allucinazione allo specchio, quando il protagonista vede accanto alla sua faccia quella del marito di Maresa (ancora più intrigante sarebbe stato che vedesse la faccia del marito al posto della sua). insomma, se è innegabile che sul palcoscenico letterario contemporaneo l’inconscio gioca un ruolo sempre meno importante per lasciare il posto all’identità narcisistica dello scrittore, qui mi sembra che si vada (fortunatamente) in direzione opposta e contraria. così l’essere usato, lo scarto tra il fare e l’essere uno psicoterapeuta, il fenomeno psicosomatico (“mi sento male, ho un groppo allo stomaco, mi alzo e mi stendo sul letto avvolto nell’accappatoio, ma non riesco a restare sdraiato, mi accartoccio sul fianco in posa fetale”), assumono anche un significato metaforico come disperato tentativo di sanità mentale in un contesto di diffusa malattia sociale.
    (ps: quando riporti le parole dalla madre al telefono “i risultati sono negativi”, da un punto di vista medico vorrebbe dire che il padre è sano; se invece il tumore c’è, i risultati sono positivi, a meno che non si tratti di un errore della madre – nel linguaggio comune, in effetti, l’errore è frequente… – ma allora forse lo metterei in corsivo)

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