critica, scrittura e lettura
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Camera di smontaggio: pezzi da “Resoconto” di Rachel Cusk

Negli ultimi tempi abbiamo assistito spesso alla discussione sul metodo che un lettore critico deve porsi rispetto a un testo. Il nostro punto di vista è che il metodo smonta-frasi senza contesto allo scopo di deriderle sia inopportuno, perché non ci piace deridere il lavoro degli altri, ma sia soprattutto fallace: quasi tutti i testi, soprattutto se romanzi, hanno in mezzo delle frasi brutte, insensate, sciatte o altro: fate la prova anche con i migliori classici e troverete abbastanza frasi da farvi dire “che?” e spingervi a scriverne una recensione sarcastica.

D’altro canto, siamo dell’idea che i testi “parlino” da sé, e che una serie di stralci messi in mostra, senza alcun accompagnamento critico, di analisi sull’autore, sul momento storico dell’uscita del romanzo, sui temi trattati, ecc, qualcosa da dire ce l’abbiano e siano in grado di significare almeno in parte la riuscita o la non riuscita di una scrittura. Questo è il nostro esperimento, la nostra camera di smontaggio.

 

RESOCONTO

di Rachel Cusk
traduzione di Anna Nadotti
Einaudi Stile Libero editore

 

DIGRESSIONE

Stava anche sviluppando un progetto di centrale eolica galleggiante grande abbastanza per accogliere l’intera comunità di persone necessaria a farla funzionare: la gigantesca piattaforma poteva essere collocata in mare aperto, così da rimuovere le antiestetiche turbine della fascia costiera dove sperava di concretizzare la sua proposta e dove, guarda caso, aveva una proprietà. (pag 3-4)

DINAMICA DI RELAZIONE

Avevo notato, quando mi ero seduta accanto a lui, che stava leggendo un Wilbur Smith logoro: quello, ha tenuto a dirmi, non era rappresentativo dei suoi gusti in fatto di libri, anche se riconosceva di avere scarso discernimento in campo letterario. Gli interessavano i libri d’informazione, sui fatti e sull’interpretazione dei fatti, e in quel campo riteneva di non essere uno sprovveduto. Era in grado di riconoscere una bella prosa; uno dei suoi autori preferiti, ad esempio, era John Julius Norwich. Ma di letteratura, doveva ammetterlo, non se ne intendeva. Ha preso il Wilbur Smith dalla tasca del sedile, dove tuttora si trovava, e l’ha ficcato nella ventiquattrore ai suoi piedi in modo da sottrarlo alla vista, come se volesse disconoscerlo, o forse pensando che me ne sarei dimenticata. Io in realtà non avevo più alcun interesse per la letteratura come forma di snobismo o addirittura di autodefinizione; non avevo alcun desiderio di dimostrare che un libro era migliore di un altro, anzi, ero sempre più restia a parlare dei libri che mi capitava di apprezzare. Ciò che per esperienza personale sapevo essere vero mi sembrava ormai avulso dal processo di persuasione degli altri. Non volevo, non più, persuadere nessuno di niente. (pag 15)

SCRITTURA E VITA

In quelle righe – che, ha detto il mio vicino, gli erano rimaste impresse – il traduttore dice che le frasi vengono al mondo né buone né cattive, e che riconoscerne il carattere è questione di sottilissimi aggiustamenti, un processo di intuizione a cui ogni eccesso o forzatura è fatale. Quelle righe concernevano l’arte di scrivere, ma guardandosi intorno sulla soglia della mezza età si era reso conto che si potevano applicare altrettanto bene all’arte di vivere. (pag 17)

Siamo tutti assuefatti, ha detto, estraendo una cozza dal guscio con dita che gli tremavano e mettendosela in bocca, all’idea di miglioramento, assuefatti al punto che ha scalzato il nostro più profondo senso di realtà. Ha perfino contagiato il romanzo, anche se forse ora è il romanzo che ci contagia, così che ci aspettiamo dalla vita ciò che abbiamo imparato ad aspettarci dai libri; ma io non voglio più saperne di questa concezione della vita come un continuo progredire. (pag 76)

Era interessante riflettere, ha detto il ragazzo con le lunghe chiome – Georgeou, come ora mi diceva il mio schema – sul fatto che una storia può essere una semplice successione di eventi nei quali ci sentiamo coinvolti, ma sui quali non esercitiamo alcuna influenza. Lui non aveva notato nulla, venendo lì: di solito non notava le cose che non lo riguardavano, e ciò proprio perché considerava pericolosa la tendenza a romanzare le nostre esperienze, inducendoci a credere che nella vita umana ci sia un qualche disegno e che siamo più importanti di quanto siamo in realtà. (pag 102-103)

Ma alla sua scrittura era successo qualcosa. C’era stato… be’, lo si poteva definire un incidente, ed essendo una drammaturga sapeva che il problema, con gli incidenti, è che gli si dà la colpa di qualsiasi cosa: diventano un antefatto a cui si fa risalire tutto, cercandovi una spiegazione. Forse questo… problema si sarebbe presentato comunque. Difficile dirlo. Le ho chiesto quale fosse il problema. “Io lo chiamo compendiare” ha detto con stridula allegria. Ogni volta che concepiva un nuovo lavoro, prima di aver fatto significativi passi avanti si ritrovava a compendiare. A volte bastava una parola: tensione, per esempio, o suocera. Bastava compendiarla, e qualunque cosa appariva sotto ogni aspetto e a ogni scopo defunta, un’anatra spennata, e lei si bloccava. Perché prendersi la briga di scrivere un grandioso dramma sulla gelosia quando gelosia era un compendio più che sufficiente? Non le accadeva solo coi suoi lavori, ma anche con quelli altrui, e aveva scoperto che perfino i capolavori, le opere che aveva sempre venerato, si lasciavano in buona sostanza compendiare. Perfino Beckett, il suo dio, era stato demolito da insensatezza. Quando sentiva affiorare la parola, cercava di spingerla giù ma la parola emergeva, poi saliva, saliva finché le si fissava irreversibilmente nel cervello. E mica solo coi libri, cominciava a succederle anche con le persone: qualche sera prima stava bevendo una bibita insieme a un’amica e mentre la guardava dall’altra parte del tavolo aveva pensato, amica, col risultato che ora temeva che l’amicizia fosse archiviata. Ha rigirato il cucchiaio sul fondo del barattolo di miele. Certo, era anche un malessere culturale, ha detto, ma aveva a tal punto invaso il suo universo interiore da farla sentire compendiata a sua volta, e cominciava a chiedersi se fosse il caso di continuare a vivere un giorno dopo l’altro quando vita di Anne diceva più che abbastanza. (pag 172-173)

PUNTO DI LUCE

L’appartamento era di una certa Clelia, che passava l’estate fuori Atene. Era situato in una stradina che faceva pensare a un abisso ombroso, stretta com’era tra gli edifici su entrambi i lati. Sull’angolo opposto all’ingresso del palazzo di Clelia c’era un caffè con un ampio tendone e dei tavolini, dove sedeva sempre qualche cliente. Il caffè aveva una lunga vetrata laterale che dava sull’angusto marciapiede ed era interamente oscurata da una foto di altre persone sedute ai tavolini esterni, con ciò creando un’illusione ottica molto efficace. C’erano una donna con la testa gettata all’indietro, che rideva portandosi alle labbra lucide di rossetto una tazza di caffè, e un uomo che si allungava verso di lei, abbronzato e attraente, e le posava delicatamente le dita sul polso sfoderando il sorriso imbarazzato di chi ha appena detto qualcosa di spiritoso. La foto era la prima cosa che vedevi uscendo dal palazzo di Clelia. Le persone fotografate erano poco più che a grandezza naturale, e sempre, per un istante, uscendo di casa, apparivano reali, spaventose. La loro vista sopraffaceva temporaneamente il tuo senso di realtà, e per alcuni perturbanti secondi ti induceva a pensare che le persone fossero più grandi, più felici e più belle di quanto ricordassi. (pag 39)

SÉ STESSI E GLI ALTRI

Le stanze da letto, ce n’erano due, erano sorprendentemente spartane. Erano stanze piccole, simili a scatole, entrambe con le pareti azzurro pallido. In una c’erano letti a castello, nell’altra un letto matrimoniale. Dai letti a castello si capiva che Clelia non aveva figli, perché la presenza di quei letti, in una stanza che non era una stanza da bambini, sembrava suggerire qualcosa che forse, diversamente, si sarebbe trascurato. I letti a castello, in altre parole, corrispondevano a un generico concetto di figli piuttosto che a figli in carne e ossa. (pag 42)

Si era tolto la camicia e mi volgeva la schiena nuda. Era molto larga e carnosa, scarificata dal sole e dall’età, e cosparsa di nei, cicatrici e ciuffi di ispido pelo grigio. Mentre la guardavo mi ha pervaso una tristezza che era in parte confusione, come se la sua schiena fosse un paese straniero in cui mi ero perduta; o forse non perduta, esiliata piuttosto, in quanto la sensazione di essermi perduta non era accompagnata dalla speranza che alla fine avrei trovato qualcosa di noto. La sua schiena invecchiata sembrava confinarci entrambi nelle nostre distinte e immodificabili storie. Qualcuno avrebbe potuto pensare che ero stupida, a uscire in barca da sola con un uomo che non conoscevo. Ma ciò che gli altri pensavano non mi era più di alcuna utilità. (pag 53-54)

Probabilmente non ero d’accordo con lui, sperava davvero che non lo fossi, ma la socialità non gli interessava più; anzi, era sconcertato dal comportamento altrui. Le persone interessanti sono come isole, ha detto, non le incontri per strada o a un party, devi sapere dove sono e andare da loro previo appuntamento. (pag 70)

L’altro giorno ho letto su un giornale di un ragazzo con uno strano disturbo mentale che lo spinge a correre rischi fisici e quindi a farsi male ogni volta che può. Questo ragazzo non fa che mettere una mano sul fuoco, buttarsi giù dai muri e arrampicarsi sugli alberi per poter cadere; si è rotto praticamente tutte le ossa del corpo, e ovviamente è coperto di tagli e lividi, e il giornale chiedeva a quei poveri genitori cosa ne pensavano. Il problema è, dicevano loro, che non ha nessuna paura. Io invece penso che sia assolutamente vero il contrario: ha troppa paura, così tanta che è costretto a mettere in atto ciò di cui ha paura, per evitare che accada inaspettatamente. Io penso che se avessi saputo, da bambino, quanto si può soffrire, avrei reagito allo stesso modo. (pag 77)

Fa riflettere che le persone siano così impazienti di vederti fare cose che loro non si sognerebbero mai di fare, l’entusiasmo con cui ti spingono verso la tua distruzione: anche le persone migliori, le più premurose, di rado hanno davvero a cuore il tuo interesse, perché di solito ti danno consigli dall’interno di una vita assai più stabile e segregata, dove la fuga non è un dato reale ma solo qualcosa su cui talora capita di fantasticare. (pag 120)

DESCRIZIONE PERSONAGGIO

Il viso di Angeliki aveva una morbidezza, quasi un appannamento, che risultava attraente sebbene da ciò le derivasse quell’aria preoccupata. Sembrava che qualunque cosa potesse lasciare un segno in tale morbidezza. Aveva i tratti minuti, nitidi di una bambina, eppure la sua pelle era come raggrinzita dall’ansia, che le dava un aspetto di accigliata innocenza, da bimbetta graziosa insoddisfatta. (pag 82)

DICHIARAZIONE DI POETICA

Avrei potuto nuotare per chilometri, fino all’oceano: un desiderio di libertà, un impulso a muovermi, mi trascinava come se fosse uno spago legato intorno al mio petto. Avevo imparato a riconoscere quell’impulso, e sapevo che non era il richiamo di un mondo più vasto. Era semplicemente il desiderio di fuggire da ciò che avevo. Lo spago non portava da nessuna parte, se non in lande sempre più estese di anonimato. (pag 56)

Aveva quarantatre anni, perciò la sua coscienza era stipata di ricordi, sogni, doveri e cognizioni, più la pletora di incombenze quotidiane, non solo suoi ma anche altrui – racimolati negli anni ascoltando, conversando, identificandosi, preoccupandosi – e il suo maggior timore era che le barriere di separazione tra i diversi tipi di fardello mentale si frantumassero fino a impedirle distinguere cosa fosse accaduto a lei e cosa alle persone che conosceva, e talvolta perfino di sapere cosa fosse reale e cosa no.

È interessante, ha detto Georgeou, ragionare sul fatto che il ruolo dell’artista possa essere soltanto quello di registrare sequenze, come potrebbe fare un computer ben programmato. Perfino la questione di uno stile personale era presumibilmente riconducibile a una sequenza, a partire da un numero finito di alternative. A volte si chiedeva se si sarebbe arrivati a inventare un computer che veniva influenzato dalle sue stesse infinite conoscenze. Sarebbe stato molto interessante, ha detto, fare la conoscenza di un simile computer. Intuiva tuttavia che qualunque sistema di rappresentazione poteva essere distrutto semplicemente limitandosi a violarne le regole. (pag 153-154)

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