analisi e critica, camera di smontaggio
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Camera di smontaggio: pezzi da “L'evento” di Annie Ernaux

Abbiamo assistito spesso alla discussione sul metodo che un lettore critico deve porsi rispetto a un testo. Il nostro punto di vista è che il metodo smonta-frasi senza contesto allo scopo di deriderle sia inopportuno, perché non ci piace deridere il lavoro degli altri, ma sia soprattutto fallace: quasi tutti i testi, soprattutto se romanzi, hanno in mezzo delle frasi brutte, insensate, sciatte o altro: fate la prova anche con i migliori classici e troverete abbastanza frasi da farvi dire “che?” e spingervi a scriverne una recensione sarcastica.

D’altro canto, siamo dell’idea che i testi “parlino” da sé, e che una serie di stralci messi in mostra, senza alcun accompagnamento critico, di analisi sull’autore, sul momento storico dell’uscita del romanzo, sui temi trattati, ecc, qualcosa da dire ce l’abbiano e siano in grado di significare almeno in parte la riuscita o la non riuscita di una scrittura. Questo è il nostro esperimento, la nostra camera di smontaggio.

 

L’evento di Annie Ernaux
traduzione di Lorenzo Flabbi
L’Orma Editore

L’evento

Tutte le immagini del mio soggiorno a Bordeaux – la camera di cours Pasteur con l’incessante rumore del traffico, il letto stretto, il tavolino all’aperto del bar Montaigne, il cinema dove avevamo visto un peplum, Il ratto delle Sabine – avevano oramai un solo significato: ero là, stavo rimanendo incinta, e non lo sapevo.


Tornata a Rouen ho telefonato al dottor N., il quale ha confermato il mio stato e ha detto che mi avrebbe spedito il certificato di gravidanza. L’ho ricevuto l’indomani. Sig.na Annie Duchesne. Data presunta del parto: 8 luglio 1964. Ho visto l’estate, il sole. Ho strappato il certificato.


Una settimana dopo, Kennedy è stato assassinato a Dallas. Non era già più qualcosa che mi poteva interessare.


Il tempo ha smesso di essere una sequela interminabile di giorni, da riempire con lezioni e tesine, passaggi nei bar e in biblioteca, che conduceva agli esami o alle vacanze estive, al futuro. È diventato una cosa informe che avanzava dentro di me e che bisognava distruggere a ogni costo. Seguivo le lezioni di letteratura e sociologia, andavo alla mensa dell’università, dopo pranzo e dopo cena prendevo il caffè alla Falauche, il bar degli studenti. Non ero più in quel mondo. C’erano le altre ragazze, con i loro ventri vuoti, e c’ero io.


C’è stato un dolore atroce. Lei diceva «su, piccina, la smetta di urlare» e «devo pur fare il mio lavoro», o forse altre frasi ancora che avevano un solo significato, l’obbligo di andare fino in fondo. Frasi che in seguito ho ritrovato nei racconti di donne che avevano abortito clandestinamente, come se non ci possano essere, in quel momento, parole diverse da quelle della necessità e, talvolta, della compassione. Non so più quanto tempo le ci sia voluto per infilare tutta la sonda. Io piangevo.

 

Interferenze

Ora, il «cielo delle idee» mi era diventato inaccessibile, mi ci trascinavo stancamente al di sotto, con il mio corpo impantanato nella nausea. A volte speravo che in futuro, dopo essermi sbarazzata del mio problema, sarei ridiventata capace di riflettere, altre volte era come se le conquiste intellettuali fossero in me una costruzione fittizia che era definitivamente crollata. In un certo senso, quell’assoluta incapacità di scrivere la tesi mi spaventava più della mia necessità di abortire. Era il segno indubitabile della mia invisibile decadenza. (Nell’agenda: «Non scrivo più, non lavoro più. Come uscirne?») Avevo smesso di essere «intellettuale». Non so se questo sentimento sia diffuso. Provoca una sofferenza indicibile.


A fronte di una carriera rovinata, un ferro da maglia nella vagina aveva ben poco peso.


Dopo il tentativo fallito ho telefonato al dottor N. gli ho detto che non volevo «tenerlo» e che mi ero ferita. Era falso, ma era mia intenzione fargli sapere che ero pronta a tutto pur di abortire. Mi ha detto di correre subito da lui. Ho creduto che avrebbe fatto qualcosa per me. Mi ha accolta in silenzio, con un’espressione grave. Dopo avermi visitato mi ha detto che andava tutto bene, mi sono messa a piangere, si è seduto alla scrivania, il capo chino, l’aria afflitta e tormentata. Ho pensato stesse ancora lottando con sé stesso e che avrebbe finito per cedere. Ha rialzato la testa: «Non voglio sapere dove andrà. Ma deve prendere la pennicillina, otto giorni prima e otto giorni dopo. Le faccio la ricetta».


Mi sono svegliata, era notte. Ho sentito una donna entrare e gridarmi di star zitta una buona volta. Le ho chiesto se mi avevano tolto le ovaie. Mi ha rassicurato sgarbatamente: mi avevano solo fatto il raschiamento.

 

Il corpo e la scrittura

Da anni giro intorno a questo avvenimento della mia vita. Leggere in un romanzo la narrazione di un aborto mi fa trasalire, mi getta in uno sbigottimento senza né immagini né pensieri, come se istantaneamente le parole si facessero sensazione violenta.


È passata una settimana da quando ho cominciato il racconto di questo evento, senza nessuna certezza di continuarlo. Intendevo soltanto assicurarmi di voler davvero scriverci sopra qualcosa. Un desiderio che mi prendeva ogni volta che lavoravo a un altro libro, quello su cui sono ormai da due anni. Opponevo resistenza, senza potermi impedire di pensarci. Assecondare veramente questo desiderio mi terrorizzava. Ma mi dicevo anche che non potevo morire senza aver fatto nulla di quanto mi era accaduto. Se una colpa c’era, sarebbe stata quella.


Con questo racconto è tutto un tempo che si è messo in moto e mi trascina mio malgrado. Ora so di essere determinata ad andare fino in fondo, qualsiasi cosa accada, nello stesso modo in cui lo ero, a ventitré anni, quando ho strappato il certificato di gravidanza.


Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me. L’agenda e il diario di quei mesi mi forniranno i punti di riferimento e le prove necessarie alla ricostruzione dei fatti. Mi sforzerò soprattutto di calarmi in ogni immagine, fino ad avere la sensazione fisica di «raggiungerla», fino a che non ne emerga qualche parola tale da farmi dire «Ecco». E di risentire ognuna di quelle frasi, indelebili in me, il cui senso allora doveva essere talmente insostenibile, o al contrario talmente consolatorio, che a ripensarci oggi mi sento sopraffatta dal disgusto o dalla dolcezza.


Che la clandestinità in cui ho vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta.


Non valeva la pena nominare quanto avevo deciso di far scomparire. Nell’agenda usavo formule ellittiche o scrivevo «questa cosa qui», una sola volta «incinta».


Vedere con l’immaginazione o rivedere con la memoria è quanto accade di norma con la scrittura. Ma «rivedo» serve a rendere conto di quel momento in cui ho avuto la sensazione di aver raggiunto l’altra vita, la vita passata e perduta, sensazione che l’espressione «è come se fossi lì adesso» traduce spontaneamente in maniera così giusta.


Si pone sempre, scrivendo, la questione della prova: al di fuori di ciò che rileggo nel diario e nell’agenza di quel periodo, mi sembra di non avere alcuna certezza sui miei sentimenti e sui miei pensieri di allora, a causa dell’immaterialità e dell’evanescenza di ciò che attraversa lo spirito.


Ho cancellato l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. Perché al di là di tutte le ragioni sociali e psicologiche che posso trovare per quanto ho vissuto, ce n’è una di cui sono sicura più di tutte le altre: le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto. E forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura, qualcosa di intelligibile e di generale, la mia esistenza completamente dissolta nella testa e nella vita degli altri.

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