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Prosa dell’autunno a Verona

A seguito della nostra call abbiamo ricevuto 106 racconti. Letti e selezionati dalla classe di Apnea ’20/’21, ne sono infine stati scelti 13 per la pubblicazione.


Questo è il nono, lo ha scritto Federico Peretti e ha richiesto pochi interventi di editing a cui hanno lavorato prima la corsista di Apnea Modestina Cedola, per portare meglio alla luce certi conflitti, poi le caporedattrici e la redazione ILDA, per lucidare una sintassi e un movimento di stile già molto buoni e consapevoli.


Arreso a una quotidianità desolante, un neolaureato sente scivolare via una vita senza prospettive, senza sogni, senza progetti. Un racconto per immergersi nudi e privi di scuse nel mondo feroce che appartiene a un’intera generazione.


di Federico Peretti


                                               “And I look down and see the whole world
and it’s fading”.

(Ohia, The Black Crow)

Tua figlia oggi avrebbe compiuto due anni. È una consapevolezza che ti si presenta all’improvviso, nel veder sfilare davanti a te un pargolo barcollante seguito cautamente da genitori che avranno all’incirca la tua età. Il padre sorride, la madre mantiene un’espressione tirata, apprensiva forse. Il quadretto famigliare ti distrae dalle parole di I. che, seduta al tuo fianco, ti chiede il divorzio senza che ci sia mai stato un matrimonio. La senti singhiozzare, mentre dice qualcosa sul fatto che ormai non c’è possibilità d’intervento, o forse dice correzione, non ne sei sicuro. Continui a seguire con lo sguardo il terzetto, fino a perderlo dietro alla curva che fa il lungadige, occultato da arbusti che non sai identificare. Qualcosa di nuovo da googlare, pensi, mentre I. si alza e se ne va.

Resti seduto ancora per un po’ a fissarti le scarpe e il pavimento in ciottolato. È settembre, domani inizia l’autunno. La tua carriera da studente è ormai finita e nessuna segreteria ti ha ancora contattato per lasciarti passare dall’altro lato della barricata, per offrirti una supplenza qualunque nonostante la miriade di messe a disposizione che hai inviato nelle ultime settimane. Buffo: nemmeno i figli degli altri potrai correggere. Intanto l’autunno bussa alla porta e tu non hai alcuna voglia di tornare dove abiti.

È da mesi ormai che nessuno si muove di casa per andare al lavoro, di conseguenza gli spazi sono stati riorganizzati nel modo più efficiente possibile. Tuo padre, per reddito e anzianità, si è guadagnato la calma dello studio, dove discute tutto il giorno di fondi d’investimento in riunioni a distanza. Dall’altro lato del telefono c’è sempre tale “Orietta”, figura metafisica di cui sai solo il nome, depositaria e trasmettitrice di sfoghi, lamentele e ordini.

Tua madre ha optato per il tavolo della cucina, forse sotto l’influsso inconscio di un’educazione ancora troppo patriarcale. Da lì spedisce mail, compila pratiche auto per il Comune e attende ansiosa che arrivi l’ora del pranzo, sempre in allerta e pronta a sbaraccare tutto per preparare la tavola. Nella sua camera, tuo fratello subisce videolezioni di microeconomia. È fuoricorso alla triennale in Economia e Commercio presso l’Università di Verona. Da circa due anni gli mancano “tre o quattro” esami per laurearsi eppure, a sua detta, ne passa almeno uno a sessione. C’è da dire che tuo padre lo marca stretto, secondo una curiosa regressione formale per la quale gli assegna dei compiti in più da svolgere ogni mattina, puntuale, alle nove. Lo tratta banalmente come un bambino. Sai per certo quanto la cosa pesi a tuo fratello, anche se cerca di non darlo a vedere. Lo intuisci dallo sguardo ogni giorno più basso e dagli scatti di nervosismo improvvisi che ti riserva quando gli chiedi una cosa qualunque.

E tu? Tu vaghi come un fantasma di stanza in stanza, inutile e inutilizzato da aprile, da quando ti sei laureato in una facoltà con ben pochi sbocchi lavorativi. Mandi curriculum seduto sul divano, studi per il concorso pubblico per insegnanti dalla poltrona, cazzeggi. Ti masturbi con regolarità. Le tue pornostar preferite al momento sono Mihanika69 (russa, capelli rossi, belle tette e bel culo) e Nemibdesire (italiana, maschera sul viso, con una passione per il sesso in pubblico e con estranei). Fai tutto questo nel tardo pomeriggio, il mattino per te non esiste. D’altronde, nessuno ti aspetta al mattino. Spesso ti svegli direttamente al suono del «C’è pronto!» di tua madre. Ancora in pigiama e con gli occhi cisposi ti siedi al tavolo da pranzo. Gli altri tre sono già lì, riuniti e sintonizzati sul Tg delle 13.30.

A tavola vi riempite la bocca di cibi precotti e opinioni scadenti. Tu non fai eccezione. Specie quando al Tg parlano di concorsi ordinari, straordinari, super-straordinari e di cattedre vuote, insegnanti desaparecidos e ricomparsi in modalità telematica. E ti viene da ridere quando tuo padre ti chiede cos’è la DAD. Qui solitamente si attacca tuo fratello che, seduto di fianco a te, inizia una reprimenda su tutto ciò che è stato mangiato dalle generazioni passate, commestibile o meno che fosse. Parla di baby pensionati, di dipendenti pubblici, statali e parastatali, di soldi ovunque tranne che dove servirebbero davvero. Tua madre mangia piano, in silenzio, dice la sua solo quando tuo fratello la tira in mezzo in quanto dipendente pubblica e quindi parassita e quindi colpevole e collusa. Risponde, sì, ma senza mai contrattaccare veramente. Tuo fratello le punta il dito con la bocca ancora sporca di sugo. Un dibattito in minore, sussurrato, con la voce che vibra fino a spezzarsi. Tua madre quasi si scusa mentre fa notare che, se non fosse per lei, non avremmo nemmeno un paio di mutande pulite da metterci, che la lavatrice, la lavastoviglie, il pranzo e la cena, la spesa e la burocrazia famigliare, bollette, raccomandate, visite mediche e gengivali… A un certo punto ogni termine dell’elenco finisce per essere intervallato da un singhiozzo, e i vostri sguardi si abbassano, fissandosi sul piatto.  È sempre tuo fratello a rompere il silenzio, provando a riportare il discorso su binari più populisti. Dice che non ce l’ha con lei. Dice che, in fondo, è solamente colpa degli ultimi trent’anni di malgoverno se non otterrà mai l’indipendenza economica. Sarà sempre colpa del governo, ti domandi, se la mattina si fa ancora correggere gli esercizi per il B1 d’inglese da papà? Anche tuo padre è fuoricorso da quarant’anni circa ma, in compenso, ha un lavoro da 70mila euro lordi l’anno: circa tre volte quanto potrai mai guadagnare tu con le tue due lauree. Altri tempi, altre opportunità, e ora, alla fine del pasto, si possono solo raccogliere le briciole. Ma non avrebbe senso scagliarsi contro di lui, sarebbe da ingrati. Devi ammettere che hai goduto di riflesso dei suoi privilegi e che è merito di quello stipendio se sei stato accontentato in ogni più piccolo e insignificante capriccio materiale svendendo in cambio il tuo affetto. È per questa generosità vincolante e vincolata dal conto in banca, unita alla tracotanza tipica dell’uomo “che si è fatto da sé”, che ogni tanto tuo padre si permette di rivolgersi a te porgendoti delle pillole di discutibile saggezza che tu però ti costringi a ingoiare in religioso silenzio. Capita così che intervenga nel bel mezzo di un dibattito con opinioni secche e carbonare, simili a sentenze. «Ascolta tuo padre», dice riempiendosi la bocca di pane e salame, «D’Antona le BR hanno fatto bene ad ammazzarlo». Parlano tutti e parli anche tu, con la bocca piena e mai sazia. Oltre allo stato della scuola pubblica, i tuoi discorsi spesso si avventurano pindaricamente in critiche feroci sia ai palazzinari che alla formazione della Juventus, per poi disquisire sull’indice di contagio e sulla crisi personale e professionale di Dybala. A volte ti si forma un groppo in gola, ma ti dici che è solo perché hai mandato giù il boccone troppo in fretta, senza averlo masticato per bene.

Con tua madre vi scambiate ben poche parole di ritorno da un colloquio per uno stage in Adecco al quale ti ha accompagnato. Si è un po’ incazzata quando hai ammesso di aver mentito all’esaminatrice sul fatto di avere la patente. Non l’hai mai presa la patente, per pigrizia più che altro. «Non si fa così», ti ha detto, «Sempre meglio essere trasparenti». Credi anche che si sia incazzata per lo stipendio offerto: 500 euro al mese per 40 ore a settimana, con nessuna possibilità di rinnovo al termine del tirocinio della durata di 6 mesi. In compenso, l’esaminatrice sì che è stata trasparente, come il pannello protettivo che separava il tuo lato del tavolo dal suo, situato all’ingresso di un ufficetto ai confini fra la città e la bassa padana. La stanza era occupata da tre dipendenti, lei compresa. Ti ha chiesto chi sei, cosa fai, cosa vuoi fare. Hai risposto in modo sintetico e confuso. A un certo punto ha commentato una piccola nota del tuo curriculum, una di quelle cose che si mettono per sembrare più umani, personaggi a 360 gradi e non semplici liste di titoli, esperienze, skills e soft skills. «Ti piacciono i fumetti, eh?» ti ha chiesto, per poi informarti senza soluzione di continuità del fatto che lei legge Diabolik e che ti occuperesti di stilare contratti interinali e cedolini per immigrati senza alcuna formazione o prospettiva. Un lavoro di merda, da laureato, che si basa sull’offrire lavori di merda a non laureati. Ti ha chiesto se ti interessa. Hai detto di sì senza un attimo di esitazione.

Anche I. non ha mai preso la patente, pensi mentre confondi per l’ennesima volta il segnale di divieto di transito con il divieto di accesso (quinto errore e l’app per i test ti boccia senza pietà). ‘Sta cosa di essere entrambi “spatentati” rendeva abbastanza difficile riuscire a vedersi in orari comodi per una relazione, considerato poi che lei viveva in provincia (e dopo una certa ora non ci sono autobus) e che entrambe le vostre famiglie sono devote a una visione dell’amore quantomeno medievale, costituita da lunghi sospiri, occhi negli occhi, mano nella mano, ma cazzo e vagina ben distanziati. Come se non bastasse, tu hai pure deciso di frequentare il corso per la laurea magistrale in un’altra città. Eppure siete durati tre anni, cercando di rubare l’intimità dove potevate, trasmutando le attività notturne in diurne e viceversa. Così avete scopato in parchi, piscine e biblioteche, parcheggi, e pure nel garage dei tuoi. Probabilmente l’avrai pure messa incinta nel garage dei tuoi, fra la 500L di papà e la 500S di mamma. È quasi ironico, a ripensarci, che i tuoi ti abbiano fatto una copia delle chiavi del garage senza che a te in teoria servisse effettivamente a qualcosa. È altrettanto ironico che tu stia studiando per la patente proprio ora che I. probabilmente non la vedrai più. Ti chiedi come sta, ma non le scrivi. Non glielo chiedevi abbastanza, a sentir lei, e ti dici che non ha senso iniziare ora. In effetti, specie durante i due anni da fuorisede, la tua attenzione era per lo più suddivisa fra lavoretti saltuari per pagare l’affitto ed esami di merda sulla metrica latina. E poi la tesi. E poi la pandemia. E poi la disoccupazione. In mezzo l’aborto.

Stavi studiando per l’esame di Filologia Italiana quando I. è svenuta, da sola, sul marciapiede di via XX Settembre. Dopo essersi ripresa in una stanza di ospedale, medici anonimi l’hanno informata del suo nuovo stato. Non voleva dirtelo, aveva intenzione di cavarsela da sola. È sparita per settimane, l’hai rintracciata a forza di chiamate a ogni ora. Alla fine ha risposto, ti ha spiegato la situazione e che aveva già preso una decisione non contrattabile. Aveva già fissato il giorno e l’ora. E non voleva vederti né sentirti fino a quando questa storia non fosse stata archiviata definitivamente. C’è da dire che tu hai seguito le sue disposizioni con fin troppa perizia. Eri impegnato a esporre esempi di strambotti nella lirica italiana a un’assistente frustrata, in una città a 500 km di distanza, quando I. ha abortito in una clinica privata. Le hai mandato un messaggio finito l’esame, il testo recitava: «25, com’è andata?». Lei ti ha risposto che, secondo quanto le aveva detto la dottoressa, era fondamentale non vomitare per le prime tre ore: la pillola non sarebbe servita a nulla in fondo al cesso. Non le hai più chiesto altro, non ne avete più parlato. E siete rimasti insieme per altri due anni, unitamente a questa censura del dire che alla fine ha portato al reciproco abbandono. Così ti sei tenuto il lusso di immaginarla: da sola in una sala d’attesa bianca nel bel mezzo del bigottismo veneto. La dottoressa che nemmeno le sorride. I. spaventata forse, piena di risentimento e poi nauseata. Non sai il nome della clinica o della dottoressa. Non sai se ha pianto, se ha maledetto i tuoi occhi blu o il tuo cazzo inaffidabile. Non sai nemmeno se abbia mai contemplato la possibilità di non abortire. Se, come te, abbia immaginato una bambina, capelli neri, manine e piedini, che vi sorride mentre cerca di dire le sue prime parole. Non sai come stava o come sta. Non hai semplicemente chiesto. Un errore a cui non è più possibile rimediare, ti dici, mentre fallisci l’ennesimo test a causa di una domanda sull’ordine di precedenza da dare agli incroci. L’esame è fra una settimana, sul telefono prendi nota della risposta corretta.

Tuo padre ti chiede se sei ritardato, mentre la 500S si spegne di colpo. Hai sbagliato di nuovo a cambiare marcia, nonostante sia la terza volta che ti porta al parcheggio del palazzetto dello sport, fra camion inerti e roulotte di romanì, nel tentativo di insegnarti inutilmente le basi della guida. Non chiede, tuo padre, bensì pretende una delle tue Camel, poi esce dalla macchina per fumare. Per calmarsi, credi. Cominci anche a credere di essere davvero ritardato dati i tuoi scarsi progressi. La settimana precedente, con l’istruttore, hai rischiato un tamponamento sulla Bresciana e anche lui ti ha fatto capire, con un po’ più di gentilezza di quella di tuo padre, che sicuramente sei un pelo indietro rispetto alla media degli studenti. Hai 26 anni e devi ancora prendere la patente, possiamo pure dire che “indietro” è un eufemismo. Non capisci ancora come possa essere legale guidare un proiettile di lamiere da 750 kg circa anche solo oltre i 10 km orari. In poche parole sei terrorizzato dal momento stesso in cui ti metti al volante: ti tremano le mani e le gambe, sudi di più che se stessi partecipando a una maratona. Così sbagli anche le cose più elementari come cambiare le marce o tenere fermo il volante.

Stai ancora tremando, in piedi fuori dalla macchina, quando inizia a vibrarti il telefono. Rispondi al volo: è la tizia del colloquio. Ti hanno preso. Ringrazi, prometti di inviare loro dei documenti firmati necessari per l’inizio del tirocinio e metti giù. Non accenni nemmeno un sorriso. Comunichi la notizia a tuo padre che getta per terra il mozzicone. Non dice nulla. Si siede dal lato del guidatore. Rimane in silenzio fino a quando non vi ritrovate sull’ascensore. «Vali più di 500 euro al mese», ti dice fra secondo e terzo piano. Sono le sette di sera di una domenica di dicembre. I bar sono chiusi e tu avresti tanta voglia di una via di fuga. In compenso Dybala ha segnato contro il Genoa.

Ti ha tentato il suicidio questa notte. Stavi fumando sul balcone, al terzo piano di una palazzina color rosa “Lady Gaga”, come l’ha sempre descritta tua madre. Di fronte a te un paesaggio comune, da condominio di periferia: un parcheggio per residenti, la fermata dell’autobus deserta, villette mal schierate e, in lontananza, la cupola di un seminario semi-abbandonato. Poi la luce con filtro blu del telefono, fra una boccata di freddo e l’altra, e le notizie di vaccini con percentuali variabili di efficacia, di regole di ingaggio della socialità trascritte in post ora indignati, ora spaventati, ora fedeli alla versione ufficiale.

Ti ha tentato il suicidio, erano le due di notte, meno due gradi celsius, i piedi scalzi sulle mattonelle del balcone, l’unghia dell’alluce annerita a seguito di un contrasto estivo durante una partita di calcetto. Hai provato a distrarti, ti sei seduto. Dalla porta finestra hai spiato in salotto tuo padre addormentato in poltrona, e la tv sintonizzata su un documentario su Billy The Kid.  Stando a quanto ti hanno insegnato i film, Billy The Kid, negli ultimi istanti di vita, ha probabilmente sentito freddo. Nonostante fosse un pomeriggio di metà luglio in Fort Sumner, New Mexico, Billy avrà tremato mentre affogava nel suo stesso sangue. In apnea, come tuo padre che ogni tanto nel sonno perde un respiro, per poi recuperarlo ignaro di sé e dello scampato pericolo.

Domani inizierai a lavorare, alle 8, puntuale, in un’agenzia interinale sperduta nel bel mezzo dell’hinterland veronese. Ma stanotte ti ha tentato il suicidio. Doveva succedere prima o poi. È mancato solo un passo più deciso, il corpo che si piega e si slancia in uno scatto contro il cornicione di cemento. Oltre il cornicione di cemento. Ti sei sporto, quello sì. Hai guardato giù. E hai preferito proseguire con le tue piccole correzioni quotidiane. Correggere la postura, darti da fare, provare a produrre, sempre all’infinito, non conoscere sofferenza diversa dall’incompiuto. Aspettative alte almeno tre piani, eppure basilari, fondamentali per una vita che si dica decente. Ti ha tentato il suicidio questa notte. Hai guardato giù e hai visto solo piastrelle bianche.


Federico Peretti è nato a Verona il mercoledì delle ceneri del 1994. Insegnante precario, groupie numero uno di Matt Berninger e tifoso spudorato della Juventus, odia aprile e la cupola del seminario che si vede così bene dal balcone dei suoi genitori. Da grande sogna di farsi sponsorizzare dalla Camel, in modo da continuare a fumare venti sigarette al giorno senza provare alcun tipo di rimorso.


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