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Una bambina fortunata

A seguito della nostra call Rumori in sottofondo abbiamo ricevuto 54 racconti. Letti, selezionati, editati prima dalla classe di Apnea ‘21/‘22 poi dalla nostra redazione narrativa, ne sono infine stati scelti 14 per la pubblicazione sulla nostra rivista. Questo è il tredicesimo e lo ha scritto Sara Cappelletti. Con l’editing, le allieve editor Federica Monterisi e Francesca Montagnaro, insieme alla redazione, hanno suggerito all’autrice interventi per mettere a fuoco l’oggetto narrativo del racconto, cambiarne il tempo verbale, mettere a fuoco la protagonista e il finale per aumentarne l’intensità.


Dopo la morte di sua nonna, una bambina si ritrova completamente sola, prigioniera di una famiglia che non sa comunicare e finisce per isolarla da tutto e tutti. Nella casa della protagonista, la televisione è sempre accesa: di giorno come di notte, fa da sottofondo a ogni avvenimento importante e a ogni banale gesto quotidiano. Per la bambina, la realtà è solamente quello che vede e sente in televisione. Inizia a vivere tutto il resto come un rumore di sottofondo.


Una bambina fortunata

di Sara Cappelletti

Mia madre chiude la finestra, tranciando di netto la testa di una cicala. Il suo corpo scivola verso il basso e lascia una scia di sangue pallido lungo il vetro. La testa rotola per un po’ avanti e indietro sul balcone, spinta dal vento, prima di cadere nel vuoto.

«Mi racconti la storia della bambina fatta di polvere?», chiedo a mia nonna. Non risponde. Mi giro a guardarla e la trovo immobile. È ancora più ferma del solito, perché è morta.

Quella notte, sogno la nonna piena di polvere. È così piena di polvere che faccio fatica a dire che è lei. Soffio forte, per spazzare via tutto, perché secondo me non respira tanto bene. Ma la polvere non se ne va: è come se ne cadesse sempre di più, anche se non riesco a capire da dove. A furia di soffiare, la mia testa comincia a girare e devo sedermi per terra. La televisione mi si rovescia addosso, facendo un gran rumore. Allora la nonna si alza e si scrolla la polvere di dosso. Nel sogno è guarita, e mentre io me ne sto sul pavimento, a soffocare tra la polvere che ha inondato la tv, lei vola via.

Mi sveglio. È tardi. Forse ho inghiottito tutta la polvere che ho sognato. Non riesco a parlare, ma solo a piangere. Piango e sudo. Forse ho la febbre. Non sapevo che la febbre potesse farmi stare così male.

Non vado al funerale, perché sono ancora piccola. Però oggi sono diventata più grande di un po’, perché per la prima volta mi permettono di restare a casa della nonna da sola. Mi accoccolo sul divano e avvolgo le gambe nella coperta verde. Mi è sempre piaciuta perché è tutta ricoperta di piccole margherite ricamate. Spesso mi capitava di tirare qualche filo, ma la nonna non mi sgridava mai: lo ricuciva subito e i petali tornavano interi.

Mi viene di nuovo da piangere e non ho voglia di aspettare che gli altri tornino da me per sentirmi meglio. Vorrei dire alcune cose a mia mamma e a mio papà, ma ai miei genitori non è mai piaciuto troppo parlare con me. Mio padre dice sempre che le chiacchiere sono sopravvalutate. Quando arriveranno, accenderanno la televisione. Un giorno mi hanno spiegato che se siamo tristi, o arrabbiati, o abbiamo tante domande che ci frullano per la testa, non ha troppo senso parlarne: a volte è molto meglio accendere la tv e non pensare più a niente. Io ci ho provato spesso, ma non ha mai funzionato, perché i miei pensieri non sono molto ubbidienti e hanno sempre continuato comunque a girare nella mia testa. Però avevo trovato il mio modo di stare subito meglio: io parlavo con la nonna e lei parlava con me. Ma ora la nonna non c’è.

Accendo a fatica la televisione. La manopola è rotta e la nonna non ha mai avuto voglia di aggiustarla. «Le piante e la mia nipotina sono la mia televisione», diceva alle sue amiche ridendo. Un ragno sta tessendo una tela nell’angolo in basso a sinistra dello schermo. Una folata di vento gli fa perdere l’equilibrio. Mi avvicino a lui, alla pazienza con cui risale lungo il filo fatto della sua bava. Lo schermo è ricoperto di granelli di polvere, che brillano alla luce di mezzogiorno. Il sole entra di taglio dalla finestra, anche se io preferirei che piovesse. I miei polpastrelli diventano grigi. Prendo un fazzoletto dalla tasca e pulisco lo schermo. Il ragno cade e io lo calpesto con la pianta del piede. Poi chiudo le persiane e tiro le tende, perché se un’altra cicala finisce per posarsi su uno dei nostri vetri e per sbaglio la schiaccio, magari succede che muoio anche io. La vita della nonna è finita proprio così.

Mi addormento e faccio sogni confusi. Mi sveglio e mi pulisco la bocca. Dentro la televisione una signora che sembra mia nonna sorride, inclinando la testa di lato. Sta raccontando la storia della bambina fatta di polvere. Cammino lentamente verso di lei e provo ad accarezzarle il viso. Altra polvere cade per terra. Poi la signora sparisce. Io resto in piedi con la mia mano grigia e la testa che fa male. Voglio solo che quel viso torni da me. Sento pulsare le tempie, ma lei non torna. Forse non devo fare altro che aspettarla e continuare a guardare.

Accendo la tv ogni volta che posso. Quando mi trovano sdraiata sul divano, anche se dovrei studiare o se è davvero molto tardi, nessuno degli altri urla contro di me. Qualche volta, mia madre mi dà un bacio sulla guancia e mio fratello mi accarezza i capelli. Mio padre si siede semplicemente accanto a me, e a me non dispiace.

Una sera se ne vanno in cucina, e tra un colpo di tosse e l’altro mio padre bisbiglia qualcosa. Mio fratello annuisce e si stringono la mano. Non è la prima volta che hanno un segreto, così faccio finta di niente. Il giorno dopo tornano a casa con una grandissima televisione in spalla. «Per te!», mi dicono. È così nuova che non riesco a trovare neppure un granello di polvere. È così enorme che quando tornerà la signora che sembra mia nonna, la sua faccia sarà immensa. L’hanno appoggiata davanti alla finestra. La strada con le persone che si intravedeva fino al giorno prima è scomparsa. Restano da guardare le cime degli alberi, i comignoli e il cielo, ma dopo un po’ non riesco a distinguerli più. E non è che me ne importi poi molto: a me basta che qualcuno mi racconti ancora una volta la storia della bambina fatta di polvere.

«Allora, ti piace?», mi domanda mio fratello dandomi un colpetto con il gomito. Io gli sorrido così forte che secondo me sono tutta luminosa. Mentre mastichiamo tutti insieme, il signore del telegiornale parla di un ghiacciaio che fa molta paura perché ha cominciato a scricchiolare. Mia madre inizia a mordere le ossa del pollo talmente forte che non riesco a sentire la fine della storia. Anche quel rumore fa tanta paura. Non sono più troppo felice. A un certo punto sento solo silenzio, anche se so che non c’è davvero silenzio, perché le labbra del presentatore e quelle di mio fratello continuano a muoversi. Non mi piace: me ne vado a letto.

Quella sera decido di lasciare la lampada del comodino accesa, perché dopotutto è morta mia nonna e il buio non è mai piaciuto troppo neppure a lei. Faccio in modo che la porta rimanga socchiusa, perché non voglio restare sola, ma gli altri forse non se ne accorgono perché mi lasciano sola lo stesso.

Dal salotto, la risata di mia madre esplode a intervalli regolari, e ogni volta che il pubblico applaude, lei si colpisce la gamba destra con il palmo della mano aperto. Anche se in questo momento non la vedo, so che sta facendo così, perché fa sempre così.

Cerco di ascoltare quello che dicono in televisione, ma riesco a distinguere solo qualche parola. A un certo punto ne dicono una che non conosco per niente, così la scrivo talmente tante volte nella mia testa, che alla fine la capisco. La mattina dopo l’ho già dimenticata.

Quando mi sveglio, vado in soggiorno. Mi siedo per terra, tra le gambe degli altri, e cerco di sorridere, mentre guardiamo insieme la tv.

Il caldo si è fatto così dolciastro che non è possibile sopportarlo. Le piante della nonna si sono messe a morire. Le foglie bruciano lentamente, ma nessuno sembra aver voglia di bagnare la terra.

Abbiamo deciso di tenere le finestre aperte, come a dire ai fili d’aria che se vogliono possono entrare. Ma il rumore del traffico mi distrae. I suoni della televisione si mescolano con quelli delle macchine che procedono lentamente sotto di noi. Quando qualcuno suona il clacson, per me è insopportabile, perché allora qualche parola cade nel vuoto e quello che sto ascoltando non ha più lo stesso senso di prima. Allora piango e batto i pugni, finché mia madre non si decide a chiudere tutto, con un sospiro.

A scuola le lezioni sono tremendamente noiose, e per qualche strano motivo mi sembra che nessuno sappia più parlare nel modo giusto. C’è qualcosa di stridulo oppure di troppo grave nelle loro voci. C’è qualcosa di sbrigativo nei loro modi. Allora chiudo gli occhi, e ripenso a tutte le cose che dicono in televisione quelli che sanno parlare bene.

A casa, almeno lì, sono una bambina fortunata, perché mi permettono di tenere accesa la televisione anche mentre faccio i compiti. E di notte si dimenticano di spegnerla. Così, quando mi sveglio nel mezzo del buio, mi basta seguire la luce. Mi piace provare a indovinare chi potrei trovare sullo schermo, cercando di distinguerne la voce, man mano che mi avvicino. Sono una bambina davvero molto fortunata perché non mi sento più sola, alla nonna penso poco, e ho smesso di sognare la polvere.

Esco di casa controvoglia, perché devo lasciare tante storie in sospeso. Le storie non aspettano. Rientro di corsa. Sento le orecchie chiudersi e la milza pulsare per lo sforzo. Prima mi tappo il naso e soffio, poi premo forte forte tutte le dita sopra la pancia, finché i polpastrelli quasi riescono a entrarmi dentro, e mio fratello mi racconta tutto quello che è successo fino a quel momento. Tendo l’orecchio sinistro verso di lui, per farmi strada tra quello che non ho potuto vedere, e rivolgo quello destro verso la televisione, per non perdermi niente di nuovo.

A volte non è semplice ricordare tutto quello che succede. Così ho deciso di tenere un diario in cui segno almeno le cose importanti. Mio padre lo consulta spesso e l’ho sentito dire che è molto fiero di me perché ho fatto proprio una bella pensata. Sono d’accordo con lui.

«Potresti anche smettere di andare a scuola», mi sembra di sentirgli dire, una sera. In televisione stanno trasmettendo una gara a puntate che secondo me è proprio uno spasso. Le onde dell’oceano rimbombano nella stanza. «Che cosa posso smettere di fare?», chiedo, tra uno spruzzo e l’altro. Mio padre scoppia a ridere, e mi guarda. Il giorno dopo e quello dopo ancora non vado a scuola, perché sono abbastanza sicura di aver capito bene quello che mi ha detto.

È giovedì, e il giovedì sera in tv ci sono sempre delle interviste molto divertenti. Raccontano delle storie che fanno tanto ridere mio fratello, e io rido con lui, anche se non sono sicura di capirle bene bene come le capisce lui. Nel bel mezzo di uno dei pezzi più divertenti, suona il citofono. La mia maestra di italiano vuole parlare con i miei genitori di qualcosa. «Sono cose da grandi», mi dicono e allora faccio finta di lasciarli soli. Mi nascondo nel corridoio e tendo le orecchie. «È un momento difficile», spiega mia madre «erano tanto vicine e noi non abbiamo abbastanza tempo per stare con lei». Mio fratello mi trova e mi trascina in camera. Riesco a malapena a sentire la voce gracchiante della maestra che suggerisce: «Magari una vacanza?».

Quando la mia maestra sta per andarsene, sbuco dalla porta per salutarla. Lei mi sorride e mi regala una cosa che avevo scritto pochi giorni prima che la nonna morisse. Quando passo l’indice sull’inchiostro azzurrognolo, vedo mia nonna entrare in casa con passo deciso. È avvolta da una coperta; i suoi capelli grigi spuntano appena. Sorride, accarezza le foglie della pachira acquatica e poi mette una mano tiepida sopra la mia testa: «Ti ricordi la storia della bambina fatta di polvere?».

«Certo», rispondo. E comincio a piangere.

Mia madre è ancora in soggiorno. Sospira. Poi riaccende la tv e inizia subito a ridacchiare.

«Me ne vado a letto», urlo, ma non mi sente nessuno.

Sbatto la porta fortissimo, poi la riapro come a far capire a tutti che, se proprio vogliono, possono entrare. Abbraccio il cuscino e voglio tanto dormire, ma non ci riesco perché di là continuano a battere le mani e a ridere forte.

Quella notte sogno che sono fatta di polvere, come la bambina della storia di mia nonna. Mi sveglio in mezzo agli applausi.

Quando torno in salotto, non sono arrabbiati con me, e quando chiedo se posso guardare la televisione insieme a loro, nessuno mi dice di no. Sono proprio una bambina fortunata.

Quella notte, l’allarme della signora del terzo piano inizia a suonare talmente forte che per due ore buone faccio fatica a seguire il mio programma preferito. La mattina dopo sono davvero arrabbiata. È ora di colazione, ma non ho nessuna voglia di mangiare. «Perché non ce ne andiamo in vacanza?», propone mio padre, mentre spacca con le mani i gusci delle noci. A me l’idea non piace per niente, perché non mi va di perdere tempo in cose inutili. Ma ha la faccia preoccupata e io non voglio proprio farlo arrabbiare, così non dico niente.

Partiamo in macchina due giorni dopo, carichi carichi di bagagli e di giochi. In albergo la televisione è davvero troppo piccola, ma sembra che gli altri neppure se ne accorgano. Non sono sicura di poter riconoscere il sorriso della signora che assomiglia alla nonna e che conosce la storia della bambina fatta di polvere, se dovesse ritornare su quello schermo così minuscolo. Mio fratello fa subito amicizia con un gruppetto di ragazzini stupidi, che hanno i denti gialli e ridono sempre nel momento sbagliato. Mia mamma non vede l’ora di trascinarmi fuori, così un pomeriggio mi alzo dal letto e decido di farla contenta.

Passeggiamo tra le bancarelle di un mercatino, che è anche un luna park. Una cosa sciocca, secondo me. C’è una canzone che suona un po’ ovunque. Non riesco a riconoscerla, perché sembra molto vecchia e io di cose vecchie non me ne intendo più. Provo a canticchiare insieme a mia madre, ma non è per niente divertente. Lei cerca continuamente la mia mano. Provo a scivolare via, ma lei non si dà per vinta. Non ho le forze per reagire, così finisco per lasciarla fare.

Camminiamo per ore, mano nella mano, tra le scintille delle caldarroste e le giravolte dello zucchero filato. «Ne vuoi uno?», mi chiede. Io faccio di no con la testa, ma lei me lo compra comunque. Lo mangio controvoglia e dopo ho le mani tutte appiccicose. I bambini più piccoli si leccano le dita e poi giocano con i bastoncini. Mi fanno schifo.

Ci fermiamo su una panchina verde tutta arrugginita. «Perché non parliamo un po’?», mi chiede mia madre. Io vorrei dirle che non ho niente di cui parlare, che vorrei tornare a casa e alla nostra televisione, ma non voglio farla rimanere male. La sua bocca continua ad aprirsi e poi a chiudersi. È mostruosa mentre parla. Non me ne ero mai accorta, prima. Quando finalmente se ne sta di nuovo zitta, sembra molto soddisfatta, come se avesse fatto qualcosa di estremamente importante. Mi sorride, e allora io ricambio, così magari si deciderà almeno a riportarmi in camera.

Quando finalmente ci avviamo verso l’hotel, incontriamo per caso un gruppo di vecchie amiche di mia mamma. Mi chiedono come sto, quanto sono alta e se mi rendo conto di essere cresciuta tantissimo. Io non ho idea di cosa rispondere, perciò sto zitta. Le loro facce sono tutte uguali e mentre chiacchierano con noi, cambiano espressione così tante volte che non riesco a capirle. Usano un sacco di parole che un giorno mi sembra di aver conosciuto, ma che ormai non ricordo più, e ci invitano a fare delle cose che secondo me non si possono fare davvero, perché sono cose che la gente può fare solo in tv. Sono molto strane queste vecchie amiche di mia mamma e quando mi accarezzano le guance vorrei tanto morderle forte.

Il figlio di una di queste donne continua a fissarmi. Mia madre mi fa salire sul cavallino rosso di una giostra luminosa insieme a lui. «Giocate un po’, sarà divertente», mi urla mentre la giostra comincia a girare. Lui mi stringe così forte che mi sembra di non riuscire a respirare. Sento il battito del suo cuore. È così vivo che mi fa quasi paura. Ha una voce acuta, e mentre grida il suono si strozza nella sua piccola gola.

Mia madre intanto ride, buttando la testa all’indietro. Ride di una risata che non avevo mai sentito prima. Mi sembra di non conoscerla e vorrei solo andarmene lontano da lei. Lontano da lei e da tutte queste cose che stanno succedendo, anche se io ho bisogno di silenzio, della mano calda di mia nonna, di chiudere gli occhi e ascoltare il suono della sua voce mentre mi racconta la storia della bambina fatta di polvere, senza morire, senza andarsene, senza lasciarmi sola.

Quando scendo dalla giostra, mi gira la testa. «Siediti qui», mi dice mia madre. Ma la panchina è fredda e ci sono altre bambine che vogliono parlare con me e spiegarmi quello che hanno visto al fiume, anche se secondo me non hanno visto proprio niente che valga la pena raccontare. Parlano a turno, e battono le mani ogni volta che esplode un fuoco d’artificio. Ognuno ha un colore diverso, ma a me sembrano tutti uguali. Le orecchie mi fanno male. Sono piene di suoni che non mi piacciono.

Chiudo gli occhi e li stringo fortissimo. Quando li riapro, sono ancora lì. Guardo la schiena di mia mamma e i suoi capelli che ondeggiano, mossi dal vento della sera. Guardo le ombre che inghiottono le luci e le luci che si mangiano le ombre. Ci sono troppi colori intorno a me. Non so che farmene di tutti quei colori. Vorrei che tutto fosse grigio, che il mondo intero si ricoprisse di polvere. E poi soffiarlo via. Mi gira la testa. La mia bocca è impastata. Provo a chiamare mia madre, ma non mi sente. Mi metto a correre, e prima ancora che mia madre se ne accorga, sto scivolando nell’acqua fredda. Lì sotto c’è solo silenzio, e qualche vongola che si nasconde nel fango.


Sara Cappelletti è un’insegnante e un’esperta di comunicazione culturale. Aiuta le persone a “imparare a imparare”, e a raccontare le proprie idee, chi sono o cosa fanno. Raccoglie immagini d’archivio e scrive di libri, storie e altre cose interessanti in una newsletter.

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