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Scrittori presso sé stessi

di Alfredo Palomba Di recente chiacchieravo con un giovane editore napoletano che, a bruciapelo, mi ha chiesto come mai io passi il poco tempo libero che il mestiere di docente mi lascia a scrivere. Ciò in risposta a tediose lamentazioni secondo cui trovo la scrittura un’attività, in generale, poco soddisfacente, considerata la fatica e il tempo da investire su un testo perché lo ritenga accettabile anche solo il minimo necessario. E non che non mi sia fatto da solo, molto spesso, la stessa domanda. Personalmente, riesco a fare davvero parecchia fatica anche solo per scrivere una cartella: mi sono sconosciute le gioie, che a taluni sembrano invece concesse (soprattutto in televisione, c’è da dire), del fluire instancabile di parole sullo schermo, quel ticchettare continuo e senza quasi pause che nei film corrisponde allo scrittore intento e concentratissimo sul proprio lavoro in costante progressione. Nel mio caso, il lavoro è paragonabile più a un rubinetto che gocciola; talora, quando va bene, perdendo due o tre gocce in una volta. Mi fermo, cancello l’ultima frase, rileggo dall’inizio …

Scrivere è inseguire la verità (quello che le scuole di scrittura non dicono)

(Avviso: le buone scuole di scrittura sono importantissime! Iscrivetevi ai loro corsi!) Se provate a leggere il programma di un’onesta scuola di scrittura la successione degli argomenti delle lezioni che troverete sarà grosso modo questa: PUNTO DI VISTA VOCE NARRANTE STRUTTURA DELLA STORIA (I 3 ATTI) PERSONAGGI CONFLITTI TRAMA SCENE MONTAGGIO STILE EDITING Parlo dei programmi seri, non di quelli che hanno come titolo delle lezioni “l’incipit”, “il dialogo”, “la descrizione”, “il finale”. Quelli meglio lasciarli perdere. I programmi seri prendono in considerazione l’approccio a un testo narrativo nel suo insieme, analizzando le singole parti senza dimenticare di cosa si sta parlando: una storia. Non esercizi scolastici ed estemporanei (punto di vista: scrivi come se fossi un gatto; dialoghi: due sconosciuti s’incontrano al bar, cosa si dicono?), ma prove di composizione: disporre un’idea in forma narrativa. Comunemente per idea s’intende una cosa a metà tra “di cosa parla la storia” e “di cosa vuoi parlare tu” e il “di cosa vuoi parlare tu” si declina ora in “la mia esperienza” ora in “i temi che …

La scrittura non è degli scrittori

Il mio modo di leggere è poco empatico. Ammiro un libro scritto meravigliosamente, o con un sapiente meccanismo narrativo, o con dei personaggi indimenticabili; m’interessa, m’istruisce, mi ammalia perfino, ma non mi sento partecipe. È una cosa che mi succedeva già prima e che da quando leggo per mestiere capita più spesso. Quando poi l’emozione cambia (succede con pochissimi libri*) dura per mesi, e io riconosco bene di essere stata messa allo scoperto. Mi capita allora di parlare di questi libri con un giudizio non più solo critico, ma personale: non più sulla scrittura – raffinatissima! – o sulla storia – così vera! – ma irrimediabilmente sulla sconfitta della mia razionalità, che mi costringe a uno sguardo nuovo, meravigliato e grato, come di chi ha bisogno di sentirsi dire certe cose che la riguardano. Prendiamo Karoo, di Steve Tesich: la storia di un uomo integratissimo nel suo mondo eppure al limite della propria esistenza. Un romanzo che ha toccato i miei due nervi scoperti, i punti più intimi di quella che sono: la paura fisica e …

Scrivere lo spazio-tempo del mondo

L’anno scorso ho letto “Sembrava una felicità” di Jenny Offill. È la storia di una donna che deve fare i conti con il fatto che suo marito si è innamorato di un’altra. La voce narrante passa dalla prima persona alla terza (“io” diventa “la moglie”) ma rimane sempre frammentata, progredendo per pieni ed ellissi, come se t’invitasse a entrare in casa per poi giocare con l’interruttore ad accendere e spegnere la luce: qualcosa la vedi e qualcosa no. Questa voce frammentata è anche molto ironica, di quell’ironia cattiva tipica delle donne che devono darsi da fare per risollevarsi; subiscono un colpo e in men che non si dica ne viene fuori un nuovo sguardo, che si posa severo su tutte le cose dell’esistenza. E a pag 59 a venire fuori è questa battuta grazie alla quale, mi ricordo, non riuscivo più a smettere di ridere: “È probabile che io stia diventando troppo vecchia e nervosa per insegnare. Eccomi qui, a sbraitare su articoli determinativi e indeterminativi, sul punto di vista. Pensa alla distanza autoriale! Chi è che parla adesso? La mia amica …